La follia inglese?
Un vero classico

Certe forme della melanconia sono state a lungo considerate come specificamente inglesi; era un dato medico (Sauvages parla di “melancolia anglica ou taedium vitae) e anche una costante letteraria. Montesquieu opponeva il suicidio romano, condotta morale e politica, effetto voluto di un’educazione concertata, al suicidio inglese, che dev’essere considerato come una malattia, poiché “gli inglesi si uccidono senza che si possano immaginare le ragioni che ve li inducono; si uccidono nel seno stesso della felicità”*. Qui l‘ambiente ha una parte; perché se nel XVIII secolo la felicità appartiene alla natura e alla ragione, l’infelicità, o almeno ciò che strappa senza ragione alla felicità, dev’essere di un altro ordine.

Quest’ordine viene anzitutto ricercato negli eccessi del clima, nella deviazione della natura in rapporto al suo equilibrio e alla sua felice misura (i climi temperati appartengono alla natura; le temperature eccessive appartengono all’ambiente). Ma questo non basta a spiegare la malattia inglese; già Cheyne pensa che la ricchezza, il nutrimento raffinato, l’abbondanza di cui beneficiano tutti gli abitanti, la vita di agi e di pigrizia della società più ricca** siano all’origine di quei turbamenti nervosi. Ci si orienta sempre più verso una spiegazione economica e politica, nella quale la ricchezza, il progresso, le istituzioni appaiono come l’elemento determinante della follia.

All’inizio del XIX secolo Spurzheim farà la sintesi di tutte queste analisi in uno degli ultimi testi che siano loro consacrati. La follia, in Inghilterra, “più frequente che altrove”, non è se non il prezzo della libertà e della ricchezza che là regnano ovunque. La libertà di coscienza comporta più rischi dell’autorità e del dispotismo. “I sentimenti religiosi agiscono senza restrizioni; ogni individuo ha il permesso di predicare a chi vuole ascoltarlo”***, e a forza di sentire opinioni così diverse “gli spiriti si tormentano per trovare la verità”.

Rischi dell’indecisione, dell’attenzione che non sa dove fissarsi, dell’anima che vacilla. Rischio delle liti, delle passioni, dello spirito che si fissa con accanimento al partito preso: “Ogni cosa trova opposizione, e l’opposizione eccita i sentimenti; in religione, in politica, nelle scienze, in tutto, è permesso a ognuno di formare un partito; ma bisogna aspettarsi di trovare un’opposizione”.

Tanta libertà non consente neppure di dominare il tempo: questo è abbandonato alla sua incertezza, e ognuno è abbandonato dallo stato alle sue fluttuazioni: “Gli inglesi sono una nazione mercantile; lo spirito sempre occupato da speculazioni è continuamente agitato dalla paura e dalla speranza: L’egoismo, anima del commercio, diventa facilmente invidioso e chiama altre facoltà in suo soccorso”. D’altronde tale libertà è assai lontana dalla vera libertà naturale: da ogni parte è premuta e forzata da esigenze opposte ai desideri più legittimi degli individui: è la libertà degli interessi, delle coalizioni, delle combinazioni finanziarie, non dell’uomo, non degli spiriti e dei cuori”.

(Michel Foucault, “Storia della follia nell’età classica”, 1961)

 

* Montesquieu, “L’esprit des lois” (nda)

** Cheyne, “The English Malady”, 1733 (nda)

*** Spurzheim, “”Observations sur la folie”, 1818 (nda)