La flat tax in Europa
è una flop tax

Nella politica italiana c’è la pessima abitudine di semplificare in facili slogan questioni che sono molto complesse. La destra populista è maestra in quest’arte e l’esempio più clamoroso è la proposta della flat tax. Però c’è un limite anche alle semplificazioni, prima che diventino imbrogli. Quella proposta nel “contratto”, che il Presidente del Consiglio ha riproposto così com’è nel suo discorso di insediamento, è l’introduzione non di una flat tax, che per definizione è costituita da una sola aliquota uguale per tutti, ma di una brutale semplificazione delle aliquote, ridotte da cinque a due, al 15 e al 20%. Non è una “tassa piatta”, insomma, ma, se proprio ci si vuole esprimere in inglese, una dual tax come quella che, in Europa, viene praticata soltanto in Albania (con aliquote al 13 e al 23%).

Ma stiamo al gioco dei semplificatori di casa nostra e ragioniamo come se quella che vogliono fosse davvero una flat tax. I motivi per cui si propugna la sua adozione sui redditi personali sono sostanzialmente due. Il primo è che un’imposizione più semplice e, per i ricchi, più bassa ridurrebbe l’evasione fiscale. Il secondo è che la maggiore quantità di denaro che rimarrebbe nelle tasche dei contribuenti più abbienti darebbe un impulso ai consumi e quindi all’economia, aggiungendo i suoi effetti virtuosi a quelli prodotti sulla tassazione unica sui profitti delle imprese. Questa, in realtà, c’è già da molti anni ed è stata anche ridotta dagli ultimi governi, anche se né il “contratto” né Giuseppe Conte paiono essersene accorti.

Ma sono proprio fondati questi due motivi? Vediamo.

La flat tax oggi come oggi esiste in molti paesi del mondo. In tutti i paradisi fiscali, intanto, in alcuni paesi del continente americano ma non – come invece si sente spesso dire – negli Stati Uniti, dove esiste un’aliquota unica per le imprese nazionali e (prima dei dazi di Trump) per le imprese estere, mentre le aliquote sui redditi individuali, sopravvissute anche alla Grande Riforma del Fisco dell’attuale presidente, sono ben sette al livello federale. Esiste poi in Groenlandia, ma per i suoi sostenitori è meglio sorvolare perché è fissata al 40%, e in una serie paesi europei.

Eccoli: Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Ungheria, Bulgaria, Romania, Russia, Georgia, Serbia, Macedonia e Montenegro. Non sfuggirà agli osservatori attenti che si tratta di paesi che, eccetto tre che originarono dalla ex Jugoslavia, un tempo fecero tutti parte dell’impero sovietico. Nell’elenco c’erano anche l’Islanda, fino al 2010, e la Slovacchia, fino al 2013. Il caso della Slovacchia è particolarmente istruttivo, perché si tratta dell’unico paese che ha adottato la flat tax appartenendo all’area dell’euro, che, cioè, si è trovato nella stessa condizione in cui si troverebbe l’Italia (sempre che la destra populista al potere non riesca nel frattempo a portarci fuori della moneta unica).

Vediamo subito, allora, che è accaduto nella piccola repubblica di Bratislava. La flat tax, qui, fu introdotta dal governo di destra dell’epoca in un colpo solo nel 2004, con l’aliquota al 19%, nonostante che il Fondo Monetario Internazionale avesse consigliato di adottarla gradualmente, se proprio la si voleva adottare. Gli effetti economici non furono positivi e ancor meno lo furono quelli sociali perché la tassa colpiva in modo insopportabile i redditi più bassi mentre l’aliquota vantaggiosa per le imprese non aveva attratto in Slovacchia gli investimenti stranieri di cui la destra aveva favoleggiato. Sull’onda della protesta popolare, il governo socialdemocratico che era succeduto a quello di destra, la abolì nel 2012, tre anni dopo l’entrata del paese nella moneta unica. Nei tre anni di “convivenza” tra flat tax ed euro il debito pubblico era enormemente aumentato, costringendo Bratislava a una pesante politica di tagli.

E negli altri paesi che cosa è accaduto? La flat tax è riuscita almeno a ridurre l’evasione fiscale? Assolutamente no, secondo gli studi commissionati sull’argomento dall’OCSE e da altri organismi internazionali. Mettendo uno accanto all’altro l’elenco dei paesi europei con la flat tax e quello che indica il livello dell’infedeltà fiscale si nota che non c’è alcuna correlazione tra la tassa piatta e un basso livello di evasione. Tutt’altro. Se si prendono le repubbliche ex sovietiche, in cui vige la tassa unica si scopre che la Georgia con un tasso del 72% è la campionessa europea dell’evasione. Seguono l’Ucraina (59%) e la Federazione Russa (52%). Le Repubbliche baltiche, che furono le prime ad adottare la tassa piatta in Europa, viaggiano su tassi di evasione ben superiori alla media europea (intorno al 22% del PIL): l’Estonia è al 31, la Lettonia al 29,2 e la Lituania al 32%.

In realtà i ricercatori dell’OCSE ridimensionano anche il luogo comune, molto agitato dai nostri fanatici della flat tax, secondo il quale ci sarebbe una correlazione diretta tra il livello della pressione fiscale e l’evasione. Paesi che hanno una pressione fiscale altissima, come l’Austria (oltre il 40%) o la Danimarca (48%), hanno livelli di evasione bassi: rispettivamente al 9 e al 18%; mentre paesi in cui si pagano tasse relativamente basse hanno livelli alti di evasione. Così, per esempio, la Romania dove la pressione fiscale è al 27% l’evasione supera il 36% e livelli simili si registrano in Bulgaria. Da noi, come è noto, gli indicatori sono tutti e due molto alti.

E veniamo al secondo argomento sostenuto dai fautori della tassazione unica, o almeno semplificata su due sole aliquote. È vero che essa favorisce lo sviluppo economico? Abbiamo già visto che nel caso della Slovacchia non è stato così e non era stato così neppure per l’Islanda, tant’è che a Bratislava e a Reykjavik si è dovuto far marcia indietro. Ma non è stato così neppure negli altri paesi a tassazione unica. La flat tax venne introdotta, verso la metà degli anni ’90, nelle repubbliche baltiche essenzialmente allo scopo di attrarre investimenti dall’estero offrendo una tassazione favorevole alle imprese. Non risulta che in Estonia, Lettonia e Lituania ci sia stato un grande boom economico. Piuttosto c’è stato un aumento drammatico delle diseguaglianze sociali che hanno portato anche a disordini e violenze. Diverso il caso della Russia, dove nel 2001, nel momento di crisi più grave seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, venne introdotta una tassa unica del 13%. A partire dagli anni successivi, è vero che la Russia ha conosciuto tassi di crescita considerevoli: una media annua del 6,6% tra il 2001 e il 2008, mentre le entrate fiscali passavano dal 27 a più del 31% del PIL. Ma è molto dubbio che questo successo sia dipeso dalla flat tax: quelli sono stati gli anni del massimo sviluppo delle esportazioni di petrolio e gas, tant’è che il miracolo è scomparso non appena si sono abbassati i prezzi del petrolio. Oggi il livello delle entrate fiscali è di poco superiore a quello precedente l’introduzione della fiscalità al 13% fisso. Si può dire che in un certo senso la flat tax si è “mangiata” buona parte dei grandi proventi delle esportazioni di petrolio e gas.

C’è infine il caso dell’Ungheria, il cui leader Viktór Orbán è stato eletto da Salvino ad alleato e modello politico. In quel paese, l’adozione della flat tax ha aumentato, come ovunque, le diseguaglianze a favore dei più ricchi e ha creato masse di nuovi poveri, anche perché con l’introduzione dell’aliquota universale molti che prima erano esentati si sono trovati comunque a dover pagare. Però è vero che una certa crescita c’è stata e che i salari, negli ultimi mesi, sono aumentati. Ma è stato effetto della flat tax o dell’immissione di denaro fresco che è arrivato dall’Unione Europea? Ogni anno l’Ungheria riceve da Bruxelles la bellezza di 14 miliardi di euro in fondi strutturali. Csillag István, economista ed ex ministro dell’Economia, in una interista rilasciata al programma di Rai Tre “Carta Bianca” qualche tempo fa ha riassunto così la situazione: “Non è la flat tax che spinge la crescita dell’economia ungherese; sono i fondi di coesione di Bruxelles pagati dai contribuenti degli altri stati. L’adozione della tassa unica ha ridotto del 30% gli introiti delle tasse sul reddito e creato un buco per cui per 4 anni non si è potuto rinnovare il contratto degli statali. I consumi sono calati. Volete anche voi creare un buco di bilancio e rallentare la crescita? Allora la flat tax fa per voi”.