La Fca dopo Marchionne, 30.000 operai a scrutare l’orizzonte tra Cigs solidarietà e l’ombra di Trump

Il “segnale” (pessimo) sarebbero state le dimissioni del responsabile per l’Europa delle attività del Gruppo, Alfredo Altavilla, arrivate il 23 luglio, subito dopo l’ascesa al trono di Michael Manley, mentre Sergio Marchionne ancora combatteva la sua battaglia per la vita in una clinica svizzera. Altavilla, tarantino di nascita ma manager di formazione bocconiana, ha capito che le inflessibili leggi della globalizzazione (solo in apparente corto circuito con le manifeste pulsioni sovraniste che agitano l’economia al tempo di Trump) potrebbero trovare nella prematura scomparsa dell’ad che ha segnato un’epoca nella storia della maggiore azienda automobilistica italiana (e delle relazioni industriali), un eccellente pretesto per allontanare ancor di più il baricentro di Fca dal Belpaese. E ha capito che quelli come lui, ancora saldamente legati al mito dell’italianità della Fiat, è meglio se cambiano aria.

Ora che, scaricata la potenza della scossa più forte – la morte di Marchionne – il terremoto si va assestando su una serie di movimenti a bassa intensità, l’atmosfera, negli stabilimenti del Centrosud si va facendo sempre più rarefatta, di attesa ansiosa, di sospensione del giudizio. Eh sì, perché sarà anche vero che lui, l’orso elvetico-abruzzese in maglioncino di cachemire, è stato un nemico giurato. Anzi, “il” nemico, capace di evocare le più alte e datate suggestioni del conflitto di classe. Ma almeno con Marchionne sapevi con chi avevi a che fare. E lo scontro era su diverse “visioni”: del ruolo della fabbrica nell’era dell’automazione che ha cancellato tutti i vecchi modelli di organizzazione dal taylorismo al fordismo, del valore del lavoro nell’epoca della frammentazione delle garanzie e della progressiva liquidazione dei diritti.

L’ex quadro delle Risorse Umane con un passato in diversi stabilimenti del Mezzogiorno continua a seguire l’universo Fiat da una postazione privilegiata, e accetta di parlare dietro solenne promessa dell’anonimato. Il quadro che traccia dello “stato dell’arte” nei cinque stabilimenti “più uno” al di sotto di Roma, in attesa delle determinazioni del nuovo vertice Fca, non è proprio un inno all’ottimismo. Anzi. Oggi, tra Cassino, Termoli, Pomigliano, San Nicola di Melfi, Pratola Serra e Termini Imerese (il “più uno”) Fca occupa 30mila addetti diretti. A cui vanno aggiunti quelli dell’indotto. Niente al confronto con 35 e anche 40 anni fa, moltissimo in relazione al drammatico ristagno della dinamica occupazionale fotografato anche dal recente rapporto Svimez. L’obiettivo minimo, quindi, sarebbe mantenere questi livelli per il prossimo quinquennio almeno, ma la salita è ripida.

E’ difficile, per esempio, pronosticare la durata della seconda (o terza?) giovinezza di Cassino, legata al ritorno della Giulia, fortissimamente voluto proprio da Marchionne. La mitica berlina dell’Alfa Romeo che furoreggiò negli anni Settanta, diventando anche un’icona dei (seguitissimi) “poliziotteschi” dei maestri Di Leo e Lenzi, appartiene al segmento “Premium”, e nel breve periodo può garantire eccellenti performance. Ma siamo di fronte a una di quelle scelte “strategiche” dell’ex ceo sulle quali né Manley, né il nuovo management hanno ancora detto una sola parola.

Situazione stabile a Pomigliano, dove la progressiva saturazione del mercato della Panda è stata, almeno fino al 2022, preventivamente neutralizzata dal rinnovo davanti al Mise e proprio nei giorni dell’agonia di Marchionne, dell’accordo di programma con cui la Regione con un provvidenziale intervento sul finanziamento degli ammortizzatori due anni fa trasse le maestranze del “Vico” dall’incubo di tagli indiscriminati. L’utilitaria si continuerà a produrre e, almeno nel breve termine il ridimensionamento dei volumi non si tramuterà automaticamente in ridimensionamento degli organici, grazie al rifinanziamento della Cigs per altri dodici mesi.

A Termoli c’è qualche preoccupazione in più: il passaggio graduale all’ibrido imporrebbe una riconversione dello stabilimento, dove si producono i motori per le piccole e medie cilindrate. A cambiare pelle dovrà essere anche (e soprattutto, viste le caratteristiche produttive) Pratola Serra, nell’avellinese, dove i 1800 addetti sono specializzati nella produzione di motori diesel. Ed è quasi superfluo sottolineare che anche nella verde Irpinia operai e maestranze aspettano che il nuovo ceo nato e cresciuto a Endenbridge batta un colpo.

Ma la tenuta di Fca nel Mezzogiorno è indissolubilmente intrecciata alla tenuta della Sata di San Nicola di Melfi (13mila addetti complessivi, tra diretti e indotto), dove la solidarietà al 28% ha parzialmente ammortizzato la perdita della Grande Punto. L’ex quadro delle Risorse Umane conosce bene la situazione e guarda preoccupato i nuvoloni che cominciano ad avanzare all’orizzonte: non tanto il Suv Freemont, quanto la Jeep, le cui carrozzerie escono dal mega-stabilimento affogato nelle campagne lucane, è fortissimamente esposta ai venti nuovi sollevati dal neoprotezionismo sovranista di Trump. Il rischio – esemplifica l’ex dirigente – è che quello che era un grattacielo brulicante, già dimezzato, continui a svuotarsi progressivamente.

Vuoto rimane per ora, con gli addetti in cassa integrazione straordinaria, l’ex stabilimento di Termini Imerese, dopo che Invitalia ha ritenuto non in linea con l’accordo ministeriale la rendicontazione fornita dalla Blutec di Roberto Ginatta, socio di Andrea Agnelli nella Investimenti Industriali. Grazie ad un accordo di programma, l’azienda avrebbe dovuto produrre batterie a ioni per trasformare i veicoli commerciali Doblò, in vetture ibride. Ma il progetto è stato bloccato, e Invitalia ha addirittura chiesto la restituzione della prima tranche di 20 milioni versati per la riconversione industriale dell’ex sito Fca. In realtà, da quello stabilimento di batterie ne sono uscite veramente poche, e il rampollo di Ginatta, Marco, ex socio di Lapo Elkann, è finito pure sotto i riflettori della cronaca rosa-nero.
Chissà la faccia di Manley e del nuovo management quando avranno fatto vedere loro i ritagli di giornale…