La fatica delle donne scienziate

Il rapporto Eurostat sulle risorse umane nell’area di conoscenza STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) mostra come le donne siano poco rappresentate. Sono il 40 per cento della forza lavoro intellettuale in questi campi. Non male, a prima vista. Spegne l’ottimismo Ron Mobed, direttore scientifico di Elsevier, gruppo editorale e di analisi fondata a fine 1800 in Olanda. Purtroppo, spiega Mobed, “fare affidamento sui numeri per valutare l’eguaglianza di genere è insufficiente, perché le aziende e la ricerca sono abbastanza furbe da aggirare il sistema”. Elsevier ha controllato quanti siano in Europa i direttori esecutivi delle aziende scientifiche o quanti i rettori o i dirigenti nel mondo accademico. I risultati sono desolanti.

In alcuni Paesi le cose vanno meglio. Come le repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia, Lituania, e la Bulgaria. Attenzione, hanno anche i salari più bassi per ricercatori e scienziati. Il consueto fattore che femminilizza una professione. Comunque in questi Paesi oltre la metà degli addetti sono donne, con un 25% di posizioni dirigenti. Nel resto d’Europa il Nord, pur con numeri ridotti rispetto all’Est, è certamente meglio posizionato del Sud. Il sogno di avere “un laboratorio tutto per sè” può essere realizzato più facilmente. Il Consiglio dell’Unione europea ha incaricato il gruppo di Helsinki sul genere nella ricerca e nell’innovazione di allungare il passo verso una piena e uguale rappresentanza entro i prossimi dieci anni. I Paesi membri e la Commissione Europea collaboreranno.

Il gruppo di Helsinki è stato fondato nel 1999 da donne in posizioni di esperienza nella scienza e nell’innovazione. Più diversità significa una scienza migliore, era lo slogan della giornata internazionale della donne e della bambine lanciata dalla Nazioni Unite su questi temi il mese scorso. Ci sono scienziate che hanno un laboratorio tutto per sé e che danno ad altre donne opportunità di crescita scientifica e professionale.

Ingrid Daubechies, fisica e matematica belga insegna negli Stati Uniti alla Duke University ed è stata la prima donna presidente dell’Unione Mondiale Matematica. E’ tra gli scienziati più citati grazie alle sue scoperte sugli algoritmi nella compressione delle immagini. Lene Vestergaard Hau, danese, è il capo del team dell’università di Harvard che è riuscito dapprima a rallentare e poi a fermare completamente un raggio di luce. Questo grazie a un condensato ideato, ma non testato, da Satyendranath Bose e da Albert Einstein. Importanti le applicazioni della scoperta di Lene Vestergaard Hau nella scienza dell’energia. Lene Vestergaard Hau racconta che “nessuno dei miei genitori aveva un retroterra scientifico, mio padre aveva una ditta di apparecchi di riscaldamento e mia madre lavorava in un negozio. Ma – sottolinea – erano entrambi d’accordo nel darmi gli stessi vantaggi di mio fratello. Questo è stato importante nella mia educazione”. Ha un laboratorio che porta il suo nome, Pyott Laboratories, Sonja van Tuinen-Pyott, statunitense che vive a Groningen, nei Paesi Bassi, neuroscienziata formatasi a Stanford. Conduce le sue ricerche sulle sinassi neuronali tra l’orecchio interno e il cervello a diversi livelli di organizzazione biologica, collegando queste scoperte anche alle funzioni in vivo. Il laboratorio è all’interno del dipartimento di otorinolaringoiatria dell’ospedale universitario. La sua ricerca è importante per prevenire e trattare perdita o disordini dell’udito.

Sonja Pyott fa parte della prestigiosa Rosalind Franklin Fellowship. Katrin Amunts, tedesca, direttrice dell’Istituto di neuroscienza e medicina di Jülich sull’organizzazione del cervello e dell’istituto Vogt alla clinica universitaria di Düsseldorf, è un medico che sta facendo una mappa 3D del cervello. “Ci sono ancora molti aspetti del cervello umano che non siamo ancora lontanamente in grado di capire” – spiega- “Ad esempio quali aree sono responsabili della coscienza e della personalità?”. Katrin Amunts è nata a Postdam, nella Germania Est, nel 1962 e ha studiato medicina e biofisica all’università Pirogov, nell’ Unione Sovietica. Tutte queste scienziate hanno una famiglia di cui si occupano con acrobatico successo. E’ uscito per ora nel Regno Unito e negli Stati Uniti il libro “Inferiore – come la scienza non ha capito le donne e come la nuova ricerca sta riscrivendo la storia”. L’autrice è Angela Saini, una giornalista scientifica. Ha lanciato il suo nuovo saggio all’Accademia reale di ingegneria a Londra. Saini dimostra come la scienza, allo stesso modo di ogni altro campo del sapere dominato dagli uomini, abbia trattato le donne come un sesso secondario. Il libro, con citazioni precise e toni misurati, suggerisce quanto possa essere d’aiuto diversificare le prospettive della ricerca scientifica, in modo che tutto il sapere possa essere rafforzato ed arricchito, a beneficio di tutti.