La disfatta umbra non è un caso
Il Pd deve fare un’analisi spietata
per evitare che la catastrofe si ripeta

E’ andata come doveva andare, anzi, come era giusto che andasse. L’Umbria, da tempo, da Perugia a Terni, non era più una regione “rossa”, ma la dimensione di questa disfatta è andata oltre qualsiasi aspettativa. La Lega trionfa e cresce ovunque, assieme al satellite sovranista di Fratelli d’Italia, e trascina tutto il centrodestra.

diversità comunistaC’era una volta il buongoverno comunista

L’Umbria è piccola, montuosa, poco abitata con i suoi 700.000 abitanti, ma è piena di storia, antica e recente. E’ la terra che fu di Francesco d’Assisi, il poverello che ha sfiorato l’eresia ed ora è il santo patrono dell’Italia. E’ stata una terra povera, che ha cercato un riscatto economico e sociale. E’ stata antifascista perché ha fatto la Resistenza e poi ha trovato una nuova dimensione nella cultura e nel turismo oltre che nella classe operaia.

Per oltre mezzo secolo ha coniugato clientelismo e buon governo, prima con il Pci e poi con i suoi eredi, ma a un certo punto la nuova classe dirigente si è trasformata in nomenklatura, si è immaginata eterna ed intoccabile, sono emersi, qua e là, episodi di corruzione in spregio alla presunta “diversità” raccontata da Berlinguer.

 

Catiuscia MariniQuando il partito è diventato nomenklatura

Ancora nel 2005 la “zarina” Maria Rita Lorenzetti, sottobraccio a D’Alema, aveva vinto con il 65% di consensi. Nel 2010 Catiuscia Marini, dopo un lungo e tradizionale “cursus honorum”, viene eletta con il 57% dei voti, ma cinque anni dopo viene confermata “solo” con il 42,78%. A Catiuscia è stato dato il nome di un potente lanciarazzi usato dall’Armata rossa per fermare l’invasione di tedeschi ed italiani durante la seconda guerra mondiale, ma sul fronte della ricostruzione post terremoto i suoi risultati sono assai deludenti.

Poi arriva, come un fulmine a ciel sereno, l’accusa –sostenuta da inequivocabili intercettazioni telefoniche- di presunti illeciti nelle assunzioni nel sistema sanitario umbro: in pratica voleva favorire in un concorso i “suoi” clienti rispetto a candidati più bravi e qualificati. Un vero e proprio tradimento dei principi inseguiti da Berlinguer, e anche le sue dimissioni sono ambigue e “offerte” malvolentieri. Da qui nascono le catastrofiche elezioni anticipate, con una partecipazione record al voto del 64,4%, che ha regalato a un iperattivo Salvini il trionfo della Lega e la simmetrica umiliazione del neo governo “rossogiallo”, in particolare del M5S, ridotto a meno dell’8%.

Quali effetti sul governo avrà la vittoria della destra?

Salvini e Meloni, in coro, hanno dichiarato “li mandiamo a casa”, riferendosi al governo “giallorosso”. Dal loro punto di vista non hanno tutti i torti, anche se non c’è alcun automatismo tra elezioni regionali e locali con quelle nazionali, ma la botta è stata forte. Adesso Luigi Di Maio, che ha pagato il prezzo maggiore della sconfitta, ha già annunciato che l’esperimento dell’alleanza giallorossa sul territorio è fallito e quindi non se ne parlerà più.

Anche lui non ha tutti i torti, ma va anche detto che in questi quaranta giorni – con l’oggettiva complicità di Matteo Renzi – ha fatto di tutto per litigare e distinguersi sulla manovra finanziaria e per indebolire un governo che –anche se è “suo” – evidentemente gli sta antipatico. E poi ha iniziato a stargli antipatico anche il “suo” premier, Giuseppe Conte, che raccoglie un notevole gradimento personale e può insidiare la sua traballante leadership nel M5S.

Eppure, paradossalmente, il vero sconfitto di questa elezioni è il Pd, anche se ha raggranellato un 22,4%, non disprezzabile, di questi tempi. E’ sua la classe dirigente, diventata nomenklatura, che è stata accecata dagli dei e non si è accorta che contadini, operai ed artigiani stavano abbandonando quello che era stato “il partito”. Sta al Pd, allora, analizzare senza alibi e senza dare troppe colpe a Renzi, che si è opportunamente eclissato all’ultimo momento, per elencare tutti gli errori che ha fatto in questi anni.

Dovrebbe essere un’analisi spietata e sincera, per ripartire dal territorio, dal lavoro, dalle esigenze reali dei cittadini, per evitare che la catastrofe si ripeta in Emilia-Romagna e in Toscana. Vedremo, anche se i tempi per interrogarsi e cambiare sembrano molto –troppo- stretti.