Raggi toglie l’acqua e poi caccia i rom per “ragioni sanitarie”

Sgombero, sgombero, sgombero, non più persone ma oggetti, ecco il messaggio che arriva dalla distruzione del Camping River, cominciato – inutile negare la violenza – tre settimane fa con le ruspe contro i prefabbricati abitativi di proprietà del comune di Roma. Pacchi da spedire non persone, non bambini: immaginate soltanto per un attimo cosa significhi per un bambino, per un’adolescente, per una mamma o anche un padre vedere la ruspa passare senza pietà sulle sue cose, sul suo materasso, sul pupazzo di peluche, sulla tv, sui vasi di fiori, la bicicletta o i ricordi. Quella è stata la vera violenza. E poi il secondo round nel giorno più caldo di luglio: i vigili del comandante Antonio Di Maggio buttano fuori 300 persone, alcune, solo 5, accettano il rimpatrio (ma fra accettare e andare c’è di mezzo la libertà, quella che nessuno, se non hai commesso reati ti può togliere), 10 hanno accettato le procedure per i centri di accoglienza, 43 dicono sì alla soluzione alloggiativa offerta dal Campidoglio. Dunque, almeno 250 persone da oggi è per strada, alla ricerca di un alloggio di fortuna. Operazione fatta in fretta, in anticipo e in spregio alla sospensiva della Corte di giustizia di Strasburgo che deve pronunciarsi oggi sul rispetto dei diritti umani, a smentita di quello che la sindaca di Roma Virginia Raggi aveva detto solo ieri, a margine della conferenza stampa al Viminale: “Chi pensa che un campo si sgomberi in due giorni non sa di cosa parla”. Tutti allineati con Matteo Salvini, su cui Famiglia Cristiana ha titolato “Vade retro”, compreso l’altro dioscuro di palazzo Chigi, Luigi Di Maio: quello della dignità, del decreto dignità, per il quale lo sgombero è “legittimo”, dignità a corrente alternata. Questa non è più Roma, Italia, Europa ma un posto dove lo stato di diritto, soprattutto se sei povero e fragile, viene violato in nome dell’emergenza sanitaria. Ma è una motivazione ipocrita perché l’emergenza è indotta, è infatti il Campidoglio che ha tagliato l’acqua alla sua struttura. In nome di cosa? In nome del fatto che alcune centinaia di persone probabilmente rom, cittadini comunitari, che vivevano sistemate in una situazione temporanea ma decente, sono ora in mezzo alla strada, alla ricerca di qualcosa che non sarà migliore per loro e non sarà migliore per i cittadini benpensanti. Chi ha detto sì alla soluzione alloggiativa indicata dal Campidoglio è stato indirizzato alla sede della Croce Rossa di via Ramazzini, dunque di nuovo un alloggio temporaneo, in un’altra parte della città, senza la possibilità di autonomia che davano alle famiglie i prefabbricati del camping. E gli altri? Dove finiranno gli altri? Il piano rom della sindaca è operativo da un anno ma soluzioni alloggiative alternative non ci sono.

E però la tragedia non finisce qui, c’è il dolore per i reietti di oggi ma c’è anche la rabbia per il lavoro buttato, per gli sforzi di un decennio che vanno ramengo. E’ una storia che racconta bene in un post su Facebook Enrico Serpieri, che conosce bene la storia del camping, per essere stato fra coloro che ci hanno lavorato in prima persona, all’epoca della giunta Veltroni.

“Ricordo la prima volta che entrai in quello che sarebbe diventato il “Camping River”, come oggi lo chiamano. Un sopralluogo nel 2004 in quello che era un camping abbandonato da qualche anno, ipotizzato per dare accoglienza alternativa alle persone in via di sgombero dai padiglioni dell’ex Snia Viscosa. La comunità romena che portammo al River (non tutti erano rom) era una comunità povera, ma gioiosa e allegra. Fu da subito l’unico campo di Roma, per condizioni di vita, lavoro sociale e voglia delle famiglie a diventare quello che doveva essere: un centro temporaneo di accoglienza ad alta autonomia. Negli anni successivi furono tante le famiglie che si emanciparono, uscendo dal campo e affittando una casa, spesso a Capena e lungo la via Tiberina. Molti di loro iniziarono a lavorare come muratori o come camerieri; avevano chiaro che quella era una opportunità che non doveva essere intesa come soluzione “a vita”, e la colsero. Penso a Maristela, che da anni lavora in un ristorante della zona, o a Ioan, uno dei primi a pagarsi una casa assieme alla famiglia di suo cugino. Penso ai più piccoli, che andavano a scuola regolarmente, alle giovani mamme, che tenevano i gerani multicolore alle finestre dei loro prefabbricati. Penso ai momenti che assieme ai miei figli ho passato lì, sorridendo, ridendo, qualche volta magari arrabbiandomi con il capo famiglia che beveva troppo e non cercava lavoro, o con la mamma che non andava a parlare con i professori del figlio, ma sempre con la gioia di entrare in quel luogo. Nel 2009 la Giunta Alemanno diede il primo colpo, sversando nel River persone sgomberate da altri campi. La fretta di annunciare alla stampa lo sgombero della favelas di Casilino 900 passò sopra ai controlli necessari per allontanare i delinquenti, e il River conobbe la presenza di gente che avrebbe meritato la galera, piuttosto che l’accoglienza. Gente alla quale la Giunta Alemanno, per garantirsi una fuoriuscita dal Casilino senza patemi, promise invece un posto “a vita”. Poi le cose si misero sempre peggio: il Campidoglio che rinnovava la convenzione di mese in mese, la cooperativa che getta la spugna, i controlli sociali che si fanno sempre più latitanti, i progetti individuali che diventano carta straccia, il patetico piano rom del Comune, frutto di incompetenza, ignavia e malafede, che offre dei soldi ai rom che entro due mesi portano un contratto di affitto registrato (come se fosse facile per un rom affittare casa, e come se fosse facile – per chiunque – affittare in modo “regolare”!). Fino all’epilogo: la distruzione deliberata di prefabbricati (di proprietà del Comune!) e di arredi, la disattivazione delle utenze: niente luce, niente acqua, niente gas. Infine la furbata dell’emergenza sanitaria (ci credo! avete staccato l’acqua!). Vabbé, saranno contenti gli scemi che credono a chissà quale battaglia vinta. Hanno dato una dimostrazione muscolare sul bersaglio più facile, quel campo per anni tenuto come un gioiello e fatto precipitare nel caos. Io, l’ho già scritto, sono contento che il mio amico Roberto non sia più qui e non possa vedere questo scempio. Ne rimorirebbe. E a me viene da piangere”.(1)

(1)Roberto è Roberto Fagiolari, anima e corpo nell’esperimento che è stato il Camping River,morto di tumore due anni fa.