Epidemia, una differenza ci salverà

Ecco a cosa sono utili le zoonosi (malattie infettive che si trasmettono dagli animali all’uomo, ndr): ci ricordano, come versioni moderne di San Francesco, che in quanto esseri umani facciamo parte della natura, e che la stessa idea di un mondo naturale distinto da noi è sbagliata e artificiale. C’è un mondo solo, di cui l’umanità fa parte, così come l’HIV, i virus di Ebola e dell’influenza, Nipah, Hendra, la SARS, gli scimpanzé, i pipistrelli, gli zibetti e le oche indiane. E ne fa parte anche il prossimo virus killer che ci colpirà, quello che non abbiamo scoperto. Non ho scritto questo libro per spaventare il pubblico, ma per renderlo più consapevole. Ecco cosa distingue gli esseri umani dai bruchi: noi, al contrario di loro, possiamo fare mosse intelligenti.

Greg Dwyer (professore del dipartimento Ecologia & Evoluzione all’università di Chicago, ndr) nella sua carriera aveva studiato tutti i più celebri modelli matematici delle epidemie umane. Lo aveva colpito una cosa: l’influenza decisiva del comportamento individuale sul tasso di trasmissione. Le azioni dei singoli, siano uomini o farfalle, hanno un grande effetto su R0 (numero di riproduzione di base, ndr). La diffusione di HIV per esempio “dipende solo dal comportamento umano” disse Dwyer. E chi potrebbe smentirlo, dato che ne abbiamo le prove? Guardate come sono cambiati nel tempo i tassi di trasmissione tra i maschi gay americani, nella popolazione ugandese o tra le prostitute thailandesi. Anche la diffusione della SARS, secondo lui, sembra dipendere molto dai “super-untori” – e il comportamento di questi può essere molto vario, come quello delle persone che stanno loro vicino. Il termine utilizzato in ecologia matematica per indicare la varietà dei comportamenti è “eterogeneità”. I modelli di Dwyer hanno mostrato che già tra gli insetti, e a maggior ragione tra gli esseri umani, l’eterogeneità può contribuire in maniera decisiva a rallentare la diffusione delle malattie infettive.

“Se si tiene costante il tasso medio di trasmissione,” mi disse “basta aggiungere eterogeneità per ridurre il tasso globale di infezione”. Sembra un arido teorema, ma in altre parole significa che gli sforzi e le scelte ponderate dei singoli possono avere grande importanza al fine di scongiurare la catastrofe che potrebbe ucciderci come mosche.

Un bombice (un lepidottero, farfalla che allo stato di larva è avvolto in un bozzolo serico ed ha l’aspetto di un bruco ndr) magari eredita geneticamente una caratteristica che lo rende leggermente più bravo a evitare le particelle di NPV (nuclear polyhedrosis virus, virus della poliedrosi nucleare. I sintomi comprendono, tra gli altri, la decomposizione e lo scioglimento dell’insetto infettato, ndr) mentre mastica una foglia, ed è tutto lì. Un essere umano invece può scegliere di non bere la linfa di palma, di non mangiare scimpanzé, di non mettere il recinto dei maiali sotto un albero di mango, di non liberare le vie aeree di un cavallo da corsa a mani nude, di non fare sesso non protetto con una prostituta, di non drogarsi con una siringa usata, di non tossire senza coprirsi la bocca, di non salire a bordo di un aereo se non si sente bene, di non allevare galline e anatre insieme, e così via. “Ogni piccola cosa che facciamo può abbassare il tasso di infezione, se ci rende diversi gli uni dagli altri e non corrisponde al comportamento standard del gruppo”, mi disse Dwyer, dopo aver riflettuto per una mezz’ora sulla mia proposta di analogia con i suoi amati bruchi.

“Non è che i bombici si distinguano molto gli uni dagli altri” fu la sua conclusione. “Gli esseri umani invece possono differire in innumerevoli modi, soprattutto a livello comportamentale. Questo è ovvio. Il che ci fa tornare alla domanda di prima, in altre parole a chiederci fino a che punto conti la nostra intelligenza. E ora che ci ho pensato bene risponderò che sì, è estremamente importante”.

Poi mi condusse nel seminterrato e mi fece dare un’occhiata al lato sperimentale delle sue ricerche. Aprì una porta chiusa a chiave, mi fece entrare in quella che chiamava “la stanza dell’immondizia” e mi mostrò alcuni bruchi di bombici infettati da NPV. Vidi con i miei occhi cosa voleva dire fare splash su una foglia.

(David Quammen, “Spillover”, 2012)