La destra è a 5 Stelle
Ma era già
tutto scritto

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il 4 marzo 2018 il centrosinistra subisce la peggiore sconfitta dal dopoguerra: le sue diverse componenti messe tutte assieme superano di poco il 20 per cento dei voti. La vittoria (netta ma non assoluta) viene conseguita da una formazione populista, il Movimento 5 Stelle, che governerà infatti per un anno in alleanza con la principale forza della destra sovranista, la Lega di Matteo Salvini. Quel governo guidato dal “tecnico grillino” Giuseppe Conte si caratterizza per ferocia xenofoba, attacchi contro l’Europa, immobilismo in economia, ma continua ad avere un largo consenso nel Paese, anche se a parti invertite: alle elezioni europee di un anno fa, la Lega raddoppia i suoi voti, i 5 Stelle li dimezzano. Le conseguenti tensioni tra gli alleati e le mire egemoniche di Salvini fanno precipitare cosi l’improvvisa crisi estiva, detta del Papeete (dal nome della spiaggia dove il leader leghista lancia i suoi proclami), con la caduta di quel governo e la nascita, non meno tribolata, di un nuovo esecutivo tra i populisti grillini, il Pd, la sinistra di Leu e il nuovo partitino centrista fondato da Matteo Renzi. Alla guida, sempre Giuseppe Conte.

Perché una premessa cosi didascalica da apparire addirittura banale? Innanzitutto ad uso degli smemorati che mostrano sconcerto per le sempre più violente spinte a destra del movimento fondato da Grillo e Casaleggio. Ma anche per provare a mettere alcuni semplici punti fermi nel dibattito in atto a sinistra, nell’antica contrapposizione tra “anime belle” e realisti– l’agire nelle “condizioni date” – che accompagna tutte le “svolte” più o meno significative. La singolarità – rispetto al passato – è che spesso ci imbattiamo in protagonisti capaci di giocare indifferentemente in entrambe le squadre…

Governo di coalizione

Il dato di partenza incontestabile, dunque, e’ che il secondo governo Conte e’ un governo di coalizione, con una destra parlamentare forte, quella appunto dei 5 Stelle. La preponderanza grillina fa sì che a quasi un anno di distanza i decreti sicurezza di Salvini siano ancora in vigore, i migranti vengano regolarizzati a termine solo per raccogliere i pomodori nei campi abbandonati(e forse neanche quello), e che di una legge sulla cittadinanza dei bambini stranieri non si abbia più neppure il coraggio (o meglio la decenza) di parlare. Cambiando tema, l’antica vocazione anti-europea pentastellata è appena riemersa mettendo in forse persino i fondi per la sanità pubblica, falcidiata dal virus e da anni e anni di tagli. Per non parlare di una gestione della giustizia e delle carceri ispirata a pura logica punitiva, condìta da una forte dose di incompetenza. E lasciamo pure la politica estera, la scuola, eccetera eccetera.

Ce ne sarebbe abbastanza per rompere, ma ci sono appunto le “condizioni date”,  a cominciare dalla drammatica emergenza sanitaria ed economica da gestire: ve l’immaginate, si chiedono in tanti, una fase come questa governata da Salvini e Meloni? E però le condizioni date valgono per l’oggi, non sono immutabili. Per essere chiari: che senso ha prospettare alleanze future con il Movimento 5 Stelle, con una forza cioè che nega uno dopo l’altro tutti i principali valori della sinistra?

Da qualche tempo Emanuele Macaluso insiste nei suoi seguitissimi post su Facebook su una questione che può apparire lunare di questi tempi: la riforma elettorale. Approvare finalmente una legge proporzionale – tanto più necessaria dopo la confusa riforma costituzionale del taglio dei parlamentari – in modo che ogni partito possa presentarsi agli elettori con le sue idee e le sue proposte, evitando coalizioni posticce con programmi ambigui. Più d’uno ha replicato: ma vi pare il momento? Sì, è il momento. Prima o poi l’emergenza cesserà, prima o poi la corda di un’alleanza innaturale finirà per spezzarsi. Ci voleva una figura storica della sinistra, dall’alto dei suoi 96 anni, per spronare il suo mondo a fare politica e a lanciare lo sguardo sul domani.