La debolezza dei partiti alla radice
della instabilità del sistema Italia

Ciclicamente, torna a proporsi il dibattito sulla legge elettorale.
Non possiamo esserne sorpresi: negli ultimi tre decenni il nostro Paese ha avuto il dubbio privilegio di costituire un laboratorio permanente di ingegneria elettorale, producendo ben sei leggi elettorali (di cui solo tre sono entrate in funzione). È nostra convinzione che tale instabilità sistemica possa essere compresa appieno soltanto facendo riferimento agli accadimenti che, all’inizio degli anni Novanta, hanno aperto in Italia una fase di transizione che non si è ancora conclusa.

La “lunga transizione politica italiana” prende formalmente avvio il 5 aprile 1992, quando, alle elezioni politiche, i partiti di governo (un “pentapartito” trasformato in “quadripartito” DC – PSI – PSDI – PLI dalla repentina defezione del PRI) subiscono un brusco arretramento: essi non raccolgono più la maggioranza assoluta del voto popolare, “fermandosi” al 48,8% (cfr. C. Guarnieri, “Il sistema politico italiano. Radiografia politica di un paese” il Mulino, 2006). La DC tocca il suo minimo storico, 29,7% (perdendo 4,6 punti percentuali: nel 1987 era al 34,3) e gli eredi del PCI (PDS e Rifondazione comunista) ottengono solo il 21,7% (mentre il PCI nel 1987 aveva ottenuto il 26,6%: la perdita complessiva è di 4,9 punti).

Il fenomeno Lega Nord

La Lega Nord risulta il principale beneficiario della crisi dei partiti tradizionali. Sotto la leadership di Umberto Bossi, la Lega unifica diverse formazioni locali di matrice autonomista e con il 23% dei voti diviene secondo partito in Lombardia, vicinissimo alla DC (24%). Persino laddove tutto era cominciato, nella (ormai ex) roccaforte “bianca” del Veneto, la DC si ferma al 31,5%, mentre la Lega sale al 17,8, rafforzandosi soprattutto nelle ex aree di forza della DC, i distretti industriali del Veneto pedemontano, rivoluzionati dalla grande trasformazione socioeconomica degli anni precedenti.

È l’approdo di un processo iniziato silenziosamente nei primi anni Ottanta, quando la comparsa sulla ribalta politica della Liga Veneta (“la madre di tutte le Leghe”, secondo Franco Rocchetta, uno dei suoi fondatori) annunciava la riemersione della linea di frattura centro/periferia e, con essa, una sfida radicale agli equilibri politici dell’ Italia così come s’era venuta formando nel secondo dopoguerra. Il mutamento degli equilibri nel sistema politico italiano è favorito dal contesto complessivo in cui si svolgono le elezioni: sono le prime consultazioni “post-1989” e il crollo del Muro di Berlino ha scosso nel profondo le identità delle forze politiche italiane così fortemente condizionate dal bipolarismo mondiale tipico della “Guerra fredda”.
Inoltre, il clima politico è contrassegnato dalle inchieste della Magistratura in merito alla corruzione della classe politica, molto enfatizzate dal sistema mediatico. Il 25 aprile 1992 il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, rassegna le dimissioni, anticipando di poco la scadenza del mandato, in polemica con quella che, a suo dire, è una mancanza di volontà di riforma del sistema dei partiti. È convinzione diffusa, in quegli anni, che la crisi della “Repubblica dei partiti” possa essere risolta soltanto cambiando “tipo” di democrazia.

Modello consensuale e modello maggioritario

Quanto viene proposto, dal movimento referendario di Mario Segni, dai radicali di Marco Pannella e dai più influenti giornali italiani, in primis “il Corriere della Sera” e “la Repubblica”, è una transizione da un modello “consensuale” di democrazia, quale quello edificato dalla Costituzione entrata in vigore nel 1948, a un modello “maggioritario”. Questa distinzione fra democrazie “consensuali” e “maggioritarie” è stata articolata dal politologo Arendt Lijphart (“Le democrazie contemporanee”, il Mulino, 1988) e si fonda – semplificando all’ estremo – su elementi quali la legge elettorale proporzionale, il multipartitismo e il decentramento, da un lato, contrapposti ad elementi quali legge elettorale maggioritaria, tendenziale bipartitismo e centralizzazione, dall’altro.

Storicamente, il cambiamento del tipo di democrazia è fenomeno assai raro. Da un punto di vista empirico, l’unico precedente di passaggio da un tipo democratico non maggioritario ad uno maggioritario è quello francese fra la Quarta e la Quinta Repubblica, nel 1958, in un contesto internazionale critico che seguiva la crisi algerina e con un leader, quale Charles de Gaulle, che poteva scavalcare partiti deboli e in crisi, appoggiandosi non solo ad un’ampia porzione della società, bensì anche ad istituzioni statali robuste. Come ha ben spiegato Leonardo Morlino, (“The impossible transition and the instable new mix: Italy 1992 – 2012”, in “Comparative European Politics”, 11, 3, 2013), da un punto di vista analitico, bisogna considerare che ciascun tipo di democrazia si adatta ad aspetti di fondo di un paese che non possono essere cambiati con una semplice petitio principii. Inoltre, il paradosso della democrazia consiste nel fatto che un modello maggioritario è ammissibile solo se vi è un ampio consenso di fondo tra le diverse forze politiche presenti al momento dell’instaurazione della democrazia e durante il suo consolidamento.

Nel caso italiano, i Padri e le Madri costituenti hanno scelto un tipo di democrazia “consensuale”, poiché, considerate le linee di conflitto presenti nella società, quel modello è stato considerato il più idoneo ad assicurare il consolidamento della democrazia. Naturalmente, l’evoluzione successiva può schiudere opportunità di mutamento in direzione maggioritaria. Tuttavia, spingono in direzione contraria gli attori rilevanti, già presenti nell’ arena politica, che rischiano di essere eliminati nella nuova configurazione. Inoltre, l’Italia degli anni Novanta è caratterizzata da processi di decentramento – tipici delle democrazie “consensuali” – per effetto di forti culture politiche locali, continuamente mobilitate e ulteriormente stimolate dai processi di europeizzazione e globalizzazione, di cui l’emersione e l’affermazione della Lega Nord costituiscono solo un aspetto.

Dal Mattarellum al Porcellum

Per tutti questi motivi, se analizziamo la “lunga transizione italiana” attraverso lo schema di Lijphart lungo l’asse consensuale/maggioritario riscontriamo un percorso incoerente, in cui prima, nel 1993, ci si orienta in direzione maggioritaria, per mezzo di una legge elettorale “mista” (il “Mattarellum”, nella celebre definizione di Giovanni Sartori), poi, dopo poco più di un decennio, si reintroducono elementi consensuali, con una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza (il “Porcellum”, ancora secondo Sartori) e tramite processi di decentramento, ottenendo quella che sempre Leonardo Morlino ha definito una “transizione in stallo”.

Pertanto, come abbiamo affermato anche in precedenza (cfr. M. Almagisti, “Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea”, Carocci, 2016), la modellistica di Lijphart si rivela solo parzialmente utile per comprendere le trasformazioni del sistema politico italiano, che sono fortemente condizionate dalle peculiarità degli attori del sistema partitico. A nostro avviso, è proprio su questo livello che dev’essere concentrata l’attenzione per verificare se il nostro sistema politico potrà pervenire ad un assetto più stabile. Non vi può essere stabilità politica in presenza di un sistema partitico destrutturato. E la strutturazione del sistema partitico dipende dalla capacità dei partiti di intercettare e rappresentare le linee di conflitto che – nonostante l’elevata volatilità elettorale dei nostri anni – attraversano la società.

La “grande transizione” si apre quando una neo-formazione (la Lega) rappresenta nell’arena politica una linea di frattura riemergente (centro-periferia). Dopo di allora altre forze politiche (Forza Italia e il Movimento cinque stelle sono gli esempi più eclatanti) si affermano tematizzando, ognuno in maniera peculiare, una linea di frattura anti-establishment, ossia di critica riguardo all’ operato delle classi dirigenti (nazionali ed europee). E ciò è avvenuto indipendentemente dai cambiamenti del sistema elettorale, che non incidono in tempi rapidi sulla cultura politica dell’elettorato.

In altri termini, la nascita di nuovi partiti ha – di per sé – consentito un nuovo ancoraggio del sistema politico italiano. Tuttavia, si tratta di un ancoraggio precario, perché insidiosi sono i fondali, ossia le nuove linee di frattura ingenerate dai processi di globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica dei nostri anni (cfr. L. Di Gregorio, “Demopatia. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico”, Rubbettino, 2019; L. Tentoni, “Le stagioni dell’incertezza. Scritti su elezioni, partiti e società 2018-20”, Mentepolitica, 2020).

Inoltre, durante l’ intero arco della “lunga transizione politica italiana”, si è diffusa la convinzione che la crisi dei partiti si possa risolvere facendo a meno di essi, ossia, dato che una democrazia moderna senza partiti non s’è mai data, riducendone drasticamente radicamento e funzioni, perdendo così – come ci ha ricordato fra gli altri un attento osservatore quale Fabrizio Barca – la possibilità di sperimentare nuove soluzioni in grado di rendere più efficaci la rappresentanza e la partecipazione. Pertanto, l’instabilità è da trovarsi principalmente nei fondali e nella natura delle ancore (i partiti). Fintanto che i fondali rimangono mobili e le ancore precarie, l’instabilità è destinata a perdurare.