Ora Zingaretti vuole
rimuovere il fattore P
dal partito del Lingotto

C’è poco da aggiungere alla lucidissima analisi che Nadia Urbinati ha scritto per l’Huffington Post. La proposta di Zingaretti si presenta con una debolezza di fondo nel suo impianto culturale. Parrebbe che il problema da rimuovere, per restituire forza alla sinistra (ma il Pd non ha sempre rifiutato di autodefinirsi di “sinistra” tout court, preferendo denominarsi di “centrosinistra”?) sia il fattore P, inteso come partito.

I gazebo al posto dei partiti

zingarettiIl Pd non sfonda, il suo ruolo è stato prosciugato da populisti (contro la casta) e sovranisti (contro tutti), perché è stato percepito come un Partito. E quindi, per togliere alla radice il deficit della liquida formazione del Lingotto, il rimedio è molto semplice: cancellare la parola P, residuo del brutto Novecento. Anche il Pds eliminò la fastidiosa lettera P, ma non risolse con questa chirurgia pigra i suoi limiti identitari. E i gazebo, come pratica mitica, nascono proprio come negazione della funzione del partito politico, dissolto nell’onda indistinta dell’elettore incolore e distratto.

Come far  vincere il populismo

PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

Il populismo, l’antipolitica vincono più agevolmente in democrazie senza partiti strutturati. Una delle cause delle scorribande di Salvini nelle periferie emiliane, persino in terre dove un tempo il Pci da solo aveva il 70 per cento, è anche la distruzione dei luoghi della politica organizzata. E’ vero, come asseriva Machiavelli, che se hai per nemico il popolo, non ti bastano le fortezze. Ma, se oltre ad avere per nemico il popolo (come non averlo dopo il Jobs Act, le riforme pensionistiche, la buona scuola, l’articolo 18?), non disponi neppure delle “fortezze”, è un’impresa disperata quella di riprendere forze.

La trentennale litania

L’idea nuova di Zingaretti è in realtà la vecchia litania che dura da quasi trent’anni. Un po’ di movimenti, un po’ di società civile, un pezzo di amministratori e il miracolo è fatto. Peccato che questa miscela, da trent’anni appunto, non funziona, e proprio il suo fallimento reiterato ha spianato la strada prima a Grillo, poi a Salvini. Dinanzi a una destra aggressiva, il Pd pensa che la roccaforte per vincerla sia a Palazzo Chigi, e che nei territori occorra investire nella informe creatura di un movimento della società civile capace, per la sua carenza identitaria, di ospitare di tutti i trasformismi neo-notabilari. Una sorta di grillismo dal volto umano.

La sintonia antipolitica

C’è un non detto che rivela le vere caratteristiche delle culture politiche in campo. L’idea che ancora una volta serpeggia al Nazareno è quella di proporsi come il vero non-partito, adesso che il non-partito della Casaleggio è in disarmo. Tra il Pd (tutto il Pd) e il grillismo esiste una forte sintonia “antipolitica”. L’odio contro la politica organizzata è sentimento comune, non riguarda solo il rottamatore. Del resto l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti è stato imposto dal ragionevole Letta. E il voto per la riforma costituzionale per la riduzione della “casta” parlamentare è stata votata dal Pd attuale.

Un liquido non-partito

Il sogno di un liquido non-partito della società civile, e la soluzione in senso presidenzialista di cui con insistenza si parla, non sono un rimedio alla crisi, portano ad una accelerazione catastrofica. Ora è indubbio che il Pd, e le siglette varie alla sua sinistra, sono entità storicamente usurate. Ma che per seppellirle in fretta come meritano, invece di riprendere il filo spezzato del socialismo italiano, si invochino pseudo-novità, con idee rovinose che hanno prodotto il disastro attuale, è il segno del tragico che incombe, senza una vera resistenza.