La critica
ai tempi del covid:
così non si esce

 

Lo scorso primo Maggio, con alcuni colleghi abbiamo pubblicato (anche su Strisciarossa) un manifesto” di critica ai critici polemici del governo per la gestione della emergenza pandemia con la chiusura radicale. Il “manifesto contro gli agguati al governo” raccolse in due giorni ventimila firme, dimostrando che i cittadini conoscono bene la differenza tra critica e polemica.  Non era la critica che ci contrariava e ci colpiva – la critica è una sanissima e intelligente manifestazione di collaborazione perché, se puntuale e circostanziata, aiuta a migliorare una decisione, a perfezionare una scelta.

La libertà di critica è un vantaggio

covidE quindi è utile oltre che un segno di libertà. L’anima della critica è l’idea che ogni decisione sia e possa essere emendabile perché, appunto, esito di un giudizio riflessivo e competente che resta tuttavia aperto al rischio e alla ricerca. Su questa premessa sperimentale sta l’aspetto forse più positivo dei governi democratici costituzionali, la loro superiorità a dispotismi e tecnocrazie funzionali. La libertà di critica è un bene che avvantaggia chi la riceve e infine l’intera società.  La stampa è il cane da guardia della democrazia, si dice.  Essere di guardia non comporta necessariamente azzannare. La critica non è solo un esercizio polemico.

Il rischio di un esercizio polemico

Quando è essenzialmente un esercizio polemico, la critica resta nel recinto della rampogna, della reprimenda. A chi giova? L’esercizio polemico non è cooperativo ma negativo – chiude il dialogo, mette paratie alla collaborazione nelle ricerca di soluzioni migliori. In questa fase, durissima e deprimente per tutti, tale atteggiamento non aiuta, anzi demoralizza, fa avvilire ancora di più perché non offre spiragli di miglioramento. Tutto è e resta negativo. Lo sgarbismo non fa bene alla salute civile di una società che sta lottando per non chiudere tutto di nuovo, che sta cercando di coniugare libertà e responsabilità, lasciando la repressione ai margini.

L’antagonismo fine a sé stesso

covid
Foto di Tumisu da Pixabay

A chi, come chi scrive, ha sostenuto la scelta del governo di chiudere a marzo, di informare i cittadini regolarmente sui dati del contagio e di metter tutti noi di fronte alla responsabilità di volerci “tutti” salvare, non solo i forti, questo nuovo round di critiche desta qualche stupore. Coloro che allora polemizzavano contro il governo perché chiudeva, oggi polemizzano perché non sceglie la chiusura.  Viene il sospetto che la logica di questi diversi atteggiamenti sia quella dell’antagonismo per principio: bisogna essere contro il governo, quale che sia la decisione che prende. Il problema è che, se questo è l’animus,  anche le critiche sacrosante all’operato dei ministri e del governo finiscono per perdere mordente ed essere rubricate come inutili rampogne. Anche se spesso sono tutt’altro che inutili e tutt’altro che rampogne.