La crisi spinge
in tutto il mondo
la corsa all’oro

L’oro splende per sempre e, nel lessico, è sinonimo di valore, gloria, sfida al tempo. Età dell’oro, nozze d’oro, medaglia d’oro. In un’epoca in cui tutto è digitale e veloce, può sembrare stano che un immobile pezzo di metallo abbia, ancor oggi, un importante significato finanziario, monetario e di bene naturale oggetto di commercio. In definitiva, l’oro è uno degli indicatori della politica economica. Quando ci sono guai in vista, ancor oggi, chi può compra oro. Questo è accaduto in modo ricorrente nella storia e, dal 1970 in poi, l’andamento del metallo prezioso ha segnato le crisi e gli eventi mondiali rilevanti. Vale anche per la pandemia di Covid-19.

Quando finì l’epoca della convertibilità

La media del prezzo del 2020 è stata di millequattrocento ottantasei euro per oncia, quindi quarantotto euro al grammo. Da gennaio, col dilagare del contagio, la media si è alzata a milleseicento e quindici euro all’oncia, pari a cinquantuno euro al grammo.

Dal 1944, e fino al 1971, il dollaro era il bene di riferimento a cui erano legate, con cambi fissi, le monete. Il dollaro, a sua volta, come garanzia per tutti, era agganciato all’oro al prezzo fisso di 35 dollari all’oncia troy, antica unità di misura per i metalli preziosi, pari a 31,1 grammi.

Molti Paesi cominciarono a esercitare il loro diritto di ritirare, al posto dei dollari in circolazione, il controvalore che si trovava nelle riserve auree degli Stati Uniti. Il presidente Richard Nixon, il 15 agosto del 1971, annunciò che il governo americano non avrebbe più convertito i dollari in oro, non potendo far fronte a tutte le potenziali richieste. Oggi dietro una banconota non c’è più un po’ d’oro, ma ampie assicurazioni da parte dello Stato che emette la moneta che essa ha un valore. Le bancarotte e le stangate nel mondo, durante gli ultimi decenni, hanno fatto brillare l’oro come non mai, osserva Steven Vass, il direttore economico di The Conversation. È una pubblicazione online accademica, ma anche di divulgazione, fondata in Australia nel 2011, forte oggi delle edizioni britannica, statunitense, africana, francese, canadese, indonesiana e spagnola. Un consorzio di università lo sostiene. Vass sottolinea come, di fronte all’urgente necessità di grandi interventi degli Stati per far fronte alle conseguenze del Covid, vi sia chi sostiene che la quantità di moneta e il debito inseriti nel sistema si stiano avvitando in una spirale che potrebbe andare fuori controllo. L’unica soluzione, si sostiene, è quella di ridisegnare il sistema finanziario attorno all’oro, perché esso è qualcosa di limitato (niente bolle), reale e non può essere manipolato contro i Paesi più deboli.

Andiamo a vedere chi ha riportato a casa, nelle proprie banche centrali, negli ultimi dieci anni e senza troppa pubblicità, più oro: Stati Uniti, Germania, Italia. Russia e Cina sono in quinta e sesta posizione. I maggiori produttori al mondo sono invece nell’ordine, secondo lo US Geological Survey, Cina (quattrocento tonnellate), Australia (trecentodieci tonnellate), Russia (duecentonovantacinque), Stati Uniti (duecentodieci), Canada (centottantacinque), Perù (centoquarantacinque), Ghana (centotrenta), Messico (centoventicinque), Sudafrica (centoventi) e Uzbekistan (centocinque), con la più grande miniera d’oro a cielo aperto a Muruntau. Venditori di oro prima della crisi del 2008, dopo quella data gli istituti di credito nazionali hanno, al contrario, rastrellato nel 2018 seicentocinquantasei tonnellate di oro e l’anno successivo, nel 2019, seicentocinquanta. I lingotti accumulati a New York, Londra, Parigi sono stati rimpatriati dalle maggiori economie.

I forzieri dei paesi dell’Est

Anche l’Europa dell’Est, da alcuni mesi, persegue la stessa politica. Questo accumulo di un bene rifugio che conferisce solidità al profilo di un Paese ha varie spiegazioni. Ognuno è mosso da interessi diversi, non necessariamente contrastanti. Tutti sono orientati ad avere un potere negoziale in più in tempi che potrebbero prefigurarsi difficili. Alla Russia, alla Cina e ad alcuni Paesi europei piace puntualizzare che gli Stati Uniti non hanno più il dominio della finanza, fatto già ben chiaro, ma reso plastico da una piscina di lingotti in cui i partner (con riserva) possono tuffarsi.

I Paesi dell’Est europeo vogliono, sull’onda dei populismi, i loro forzieri in casa perché, come ha detto Alan Glapinski, governatore della banca nazionale di Polonia, “l’oro simboleggia la potenza di una nazione”.

Vi sono poi le aneddotiche, sgradevoli appendici di questa enorme operazione “Goldback”: Londra si rifiuta di restituire al Venezuela una parte dei depositi perché dice di volersi prima sincerare della piena legittimità della richiesta di Caracas. I lingotti rimpatriati in Germania dagli Stati Uniti appaiono diversi da quelli depositati a suo tempo a New York. Per Berlino ciò induce a pensare che la Federal Reserve li abbia scambiati sul mercato, senza esclusiva custodia, con l’ennesima punta di irritazione tra i due Paesi.

Con buona pace dei sostenitori della cospirazione, c’è da ricordare che l’impennata del prezzo dell’oro ha conosciuto picchi anche più alti in passato, ad esempio nell’agosto del 2011, quando raggiunse i millesettecentosedici euro l’oncia. Quando il dollaro si indebolisce, il metallo prezioso sale. Inoltre il gioco di offerta e domanda, come per tutte le merci, ha il suo peso. Le estrazioni stanno da anni diventando più lente e difficili, anche per un regime regolatorio più rigido, che cerca di dare maggiori diritti alle zone che sono la fonte di questo bene e ai lavoratori. Questo porta alle gold futures, un acquisto differito, pattuito per avvenire in seguito, a un prezzo prefissato. Oppure chi vuole oro deve accollarsi gli ETF, i fondi di scambio commerciale che impongono di mettere l’oro in un paniere di altri prodotti che bisogna comprare. C’è una polemica, non solo di scuola economica, ma anche politica, che chiede di stabilire una volta per tutte se l’oro sia un prodotto finanziario o una merce fisica. Sarà difficile uscirne, il dilemma ha una risposta che varia, dipende da quanto male vanno le cose.

Come ricavare oro dai cellulari

Intanto, nel suo Love Chemistry Laboratory di Edinburgo, la professoressa Sandra Wilson, docente di design ecologico del metallo, ha la sua miniera al riparo da sfruttamento, danni ambientali e problemi di finanza. Come una benevola maga, estrae da telefonini e tablet, con un relativamente economico processo chimico, i metalli preziosi contenuti in cellulari e tablet. Ogni vecchio dispositivo che buttiamo nei cassetti di casa racchiude un piccolo tesoro. Quarantuno smart phones assicurano un grammo di oro puro. Tenendo conto che una fede nuziale pesa da uno a due grammi, si può evitare un passaggio dal gioielliere scoraggiando lo spreco.

Con questa sua miniera urbana la professoressa ha potuto dar vita a squisite creazioni, sia d’oro che d’argento. E alle olimpiadi in Giappone, rinviate per la pandemia, sul podio gli atleti avranno tutti medaglie di metalli preziosi riciclati.