La crisi libica
e la miopia
del governo

Il tiro di mortaio che nei giorni scorsi ha sfiorato la nostra ambasciata in Libia è stato un avvertimento, che ha convinto la Farnesina dell’opportunità di far rientrare in Italia tecnici e personale diplomatico non indispensabile. Non siamo semplici vittime del caos libico, quello che dal 2011 ci spinge ad ondate a ricordare la presenza sul terreno di 200 tribù e un numero variabile di milizie armate (che la Bbc stima fino a 1700).

Il tiro di mortaio non è frutto del caso. E la crisi libica – che finora ha causato almeno 40 morti, ma c’è chi parla di 200 – per quanto ci riguarda rischia di diventare il terreno su cui si misura la miopia della politica estera italiana del governo del cambiamento. Perché dietro la spinta della VII brigata su Tripoli, dove al Sarraj sembra sempre meno in controllo, si legge l’ambizione del generale Haftar che non si accontenta della Cirenaica ed ha alle sue spalle non solo l’Egitto ma anche gli interessi petroliferi francesi, in competizione con quelli italiani.

Viene da chiedersi se in uno scenario tanto complesso, la soluzione migliore sia quella che sembra aver adottato il governo Salvini-Di Maio. Braccio di ferro con Macron, sullo sfondo delle vicende migratorie, più intuibili dal grande pubblico di quanto sarebbe una disputa pubblica sulla spartizione dei pozzi libici. Perché certo la stabilità in Libia ci sta a cuore per contrabbandare la politica leghista sui migranti e la guerriglia a Tripoli nuoce all’idea dei respingimenti o comunque di una politica migratoria di contenimento. Ma uno straccio di stabilità serve anche, o forse soprattutto, per lo sfruttamento delle risorse energetiche.

La crisi libica è quindi anche il riflesso di un fallimento europeo. Non solo per le scelte del passato e lo sciagurato intervento contro Gheddafi, in assenza di una pianificazione ragionevole sul dopo, cosa di cui Obama ebbe pubblicamente a pentirsi. La crisi attuale riflette gli interessi in conflitto tra Francia e Italia, interessi che avrebbero dovuto/potuto trovare una mediazione in una compagine europea: un livello superiore, dove elaborare una soluzione senza perdenti. Se si vuole, in queste ore in Libia si assiste ai danni di una mancata politica estera comune europea.

Il governo del cambiamento ha scelto una strada che guarda al passato, ad una lettura nazionalista degli interessi del Paese. E si è cercato partner extra-europei per veder riconosciuta una sorta di leadership sulla regione, leadership che non è in grado di esercitare né tanto meno di imporre. Invece di trovare una strada europea, il governo ha preferito sfoggiare il sostegno di Trump, il cui unico interesse per la Libia rimane nell’ambito dell’anti-terrorismo e che semmai usa la sponda con l’Italia con l’obiettivo di indebolire ancora di più l’Unione europea, come è andato predicando l'(ex) ideologo di Trump, Steve Bannon, nei suoi tour nel Vecchio continente. Quando verrà il momento di tirare le somme, non sarà oro quello che ci troveremo in tasca.

La polemica con Parigi fa gioco alla strategia anti-europea del governo Salvini-Di Maio, ma non sembra avere le gambe lunghe. L’Italia, già ora, a dispetto degli incontri ravvicinati con Orban, è più isolata che in passato e questo non ci giova. Nè in Libia né altrove.

A meno di non voler dichiarare guerra alla Francia, sarà bene trovare vie alternative. Il premier Conte a fine settembre vorrebbe ospitare una conferenza internazionale sulla Libia, sancendo così la propria leadership sulla regione. Gli eventi sul terreno vanno in un’altra direzione. E certo non riguardano solo gli interessi economici di Paesi terzi, le milizie in rivolta ambiscono ad una cointeressenza sui proventi petroliferi e mal digeriscono un governo (leggi Sarraj) che vedono come espressione delle interferenze straniere e non hanno difficoltà a definire corrotto.

La Francia punta invece ad elezioni a dicembre, contando così di “regolarizzare” la posizione del generale Haftar e tutelare meglio i propri interessi petroliferi. E’ il momento di smettere la politica delle battute ad effetto e provare a tirare fuori una strategia diplomatica degna di nota.