La crisi italiana e il golpe in Cile, quando in segreto Berlinguer incontrava Moro

«Chi sarà l’Allende italiano?». Il dialogo tra Berlinguer e Moro

Sempre in ambito internazionale, l’assassinio in Cile, l’11 settembre 1973 del presidente socialista della Repubblica Salvador Allende e la presa del potere da parte del generale Augusto Pinochet, con un colpo di Stato sostenuto dall’amministrazione statunitense repubblicana, scossero l’opinione pubblica nazionale.

In molti erano persuasi che una simile sorte autoritaria sarebbe toccata anche all’Italia e i principali quotidiani cominciarono a chiedersi «Chi sarà l’Allende italiano?». Tra i possibili candidati allo scomodo ruolo, il nome più gettonato era quello del comunista Berlinguer o, in alternativa, del democristiano Moro.

Natalia Ginzburg Enrico BerlinguerIl segretario del Pci nell’ottobre 1973, sull’onda della crisi cilena e della sua soluzione golpista, scrisse tre articoli per la rivista «Rinascita», in cui lanciò la strategia del compromesso storico, ossia di un’alleanza con la Dc, in grado di provare a risolvere la crisi italiana. Ad aumentare il carattere prudenziale del compromesso storico vi era il dato di fatto che Berlinguer era rientrato da pochi giorni da un viaggio in Bulgaria, ove egli era persuaso di avere sofferto un attentato, organizzato dai servizi segreti locali, e mascherato da incidente automobilistico, nel quale era morto l’interprete. Per ragioni di opportunità il segretario del Pci, il quale mentre scriveva i suoi articoli per «Rinascita» era ancora convalescente a causa dei postumi dell’attentato, lasciò che si accreditasse l’idea di un incidente fortuito, una versione ufficiale che resistette fino al 1991. Ma Berlinguer sapeva bene che l’Unione sovietica non vedeva di buon occhio la politica europeista del suo Pci, incentrata su un graduale allentamento dei legami con Mosca in nome della ricerca di una via italiana al socialismo che potesse dimostrare agli altri Paesi del Patto di Varsavia che un Partito comunista poteva prendere il potere a suon di voti popolari, per via democratico-parlamentare.

Come abbiamo visto, l’elaborazione di questo disegno avveniva in un contesto interno segnato dagli attentati in serie della strategia della tensione e dal radicalizzarsi delle azioni sovversive dell’antifascismo militante della sinistra extraparlamentare, in una situazione cioè ove il fronte reazionario come quello rivoluzionario – per ragioni opposte ma convergenti – si rivelavano comunemente interessati a schiacciare ogni tentativo di politica gradualistica e riformatrice in Italia. Senza dimenticare che questi fatti accadevano mentre in Europa continuavano a convivere tre dittature fasciste, dalla Spagna, al Portogallo, alla Grecia: la fragile Italia era l’unico Paese mediterraneo a mancare all’appello, come se ai popoli latini si addicesse di più la sferza dell’autoritarismo che non il libero gioco democratico.

Berlinguer era divenuto segretario del Pci nel 1972 e, nel corso dell’anno successivo, aveva rivolto il suo sguardo in particolare all’indirizzo del mondo giovanile, coinvolto nella sinistra extraparlamentare, sempre più incerto, e persino ambiguo, davanti alla scelta di compiere il salto decisivo nel baratro della lotta armata. La sua proposta di realismo e di militanza per molti di loro segnò il momento dell’ultima chiamata («entrate e cambiateci» disse Berlinguer), ossia la scelta di impegnarsi seriamente nell’agire politico in un partito popolare e di massa. A condizione, però, di abbandonare il movimentismo studentesco e operaio, praticato dal 1968 in poi, che stava imboccando una strada sovversiva, in cui avrebbe avuto piena cittadinanza la violenza difensiva e d’attacco fino alla pratica dell’omicidio politico. Berlinguer si pose l’obiettivo strategico di separare la destra dai moderati e di fare uscire il Pci dal lungo isolamento cui l’esperienza del centrosinistra lo aveva relegato.

Nello stesso giro di anni proprio Moro elaborò una strategia autonoma ma dialogante con quella del compromesso storico: pur nella notevole differenza di valori e di prospettive, davanti alla drammatica evoluzione della crisi italiana, era giunto per entrambi il tempo di costruire ponti, non di continuare a scavare fossati tra le due forze politiche più popolari del Paese. L’obiettivo comune era quello di portare gradualmente l’Italia oltre le colonne d’Ercole della Guerra fredda.

Intendiamoci: Moro e Berlinguer avevano in prospettiva un’idea agli antipodi sullo sviluppo che avrebbe dovuto assumere il sistema politico nazionale e forse il tragico incrocio dei loro destini li ha fatti sembrare, a posteriori, più affini di quanto lo siano stati in realtà. Entrambi guardavano lontano, ma in direzioni diverse. Per Moro il periodo di collaborazione con Berlinguer era funzionale a far respirare la Dc, a costringere la presunta diversità del Pci a confrontarsi con la concreta pratica di governo e a costruire un nuovo assetto politico in cui, dopo una fase, anche breve, di coabitazione alla guida del Paese, i democristiani e i comunisti sarebbero tornati a essere alternativi. Per Berlinguer, invece, influenzato dal pensiero dell’intellettuale cattolico e comunista Franco Rodano e dallo storicismo di Gramsci e dalla sua teoria del «blocco storico», il compromesso non avrebbe dovuto rappresentare una mera operazione di governo, ma assumere i caratteri di una svolta epocale, stabilendo la base di un nuovo assetto non soltanto politico, bensì anche sociale in cui, grazie al contributo dinamico dei cattolici e dei comunisti, l’Italia superasse la crisi in cui si era avvitata. Inoltre, per Berlinguer la scelta del compromesso storico non significava rinunciare alla ricerca di una via italiana al socialismo, anzi esso avrebbe dovuto costituire una fase di quel percorso che passava anche attraverso la messa in discussione della logica dei blocchi contrapposti determinata dalla Guerra fredda. Questa lettura distensiva del processo politico e diplomatico internazionale costituì l’autentico terreno di incontro tra le due personalità, un punto di vista che per entrambi si trasformò in una rivendicazione tenace e orgogliosa, si direbbe patriottica, dell’autonomia della sovranità italiana e delle sue classi dirigenti.

Berlinguer e Moro, secondo la testimonianza del dirigente comunista Luciano Barca, iniziarono a incontrarsi riservatamente con una certa regolarità dal dicembre 1971 in poi . Di là dalle diversità politiche e di temperamento, i due leader erano accomunati dal fatto di avere dei figli impegnati nei movimenti di contestazione del periodo e, perciò, erano giocoforza attenti ai cambiamenti in atto nella sensibilità del mondo giovanile.

Il cuore del compromesso storico era di evitare «una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra» e in questo gli obiettivi di Berlinguer erano convergenti con quelli di Moro, il quale nel 1978, riflettendo sulla propria esperienza durante la prigionia brigatista, avrebbe scritto che l’unico scopo della sua azione politica era stato di «impedire l’involuzione moderata della Dc e mantenere aperto il suo rapporto con le grandi masse popolari» .

In quest’ottica, dal giugno 1973, dopo il fallimento del governo centrista di Andreotti con i liberali, Moro, che stava sempre più assumendo le vesti di un autentico demiurgo della politica italiana (sino a esserne definito «l’orologiaio»), rientrò in campo e scelse il segretario del Pci come interlocutore privilegiato per realizzare il suo disegno della solidarietà nazionale. Il nuovo governo, guidato da Rumor, segnò il ritorno dei socialisti in maggioranza e durò fino al novembre 1974, ma si limitò ad avere un valore transitorio, funzionale a prospettare nuovi equilibri.

Negli stessi mesi, in reazione al dispiegarsi del progetto che andava stagliandosi all’orizzonte, l’offensiva degli avversari, a destra come a sinistra, subì il salto di qualità decisivo.

1 G Fasanella e C. Incerti, Sofia 1973: Berlinguer deve morire, Fazi, Roma, 2005, pp. 11 e segg.G .
2 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, vol. II, pp. 489, 503, 523-26 sgg.
3 Il memoriale di Aldo Moro (1978). Edizione critica, a cura di F. Biscione, M. Di Sivo, S. Flamigni, M. Gotor, I. Moroni, A. Padova e S. Twardzik, coordinamento di M. Di Sivo, Direzione generale degli archivi- De Luca editori d’arte, Roma, 2019, p. 236.

Da L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon di Miguel Gotor (Einaudi, 2019)