La crisi
della democrazia
e i rischi autoritari

Come dimostrano recenti episodi di cronaca, in Italia è in corso un attacco contro la libertà di espressione ed è facile prevedere che questa può essere la prima tappa di un percorso più grave e più drammatico con l’obbiettivo di coinvolgere la libertà di stampa, cioè un principio fondamentale di ogni società liberale e democratica, essenziale per la formazione dell’opinione pubblica, principio costitutivo a sua volta di una società libera.

Steve Bannon con Matteo Salvini

È giusto l’allarme, sarebbe però sbagliato non comprendere che questo è un effetto di un processo più lungo che sta sfociando, anche nel nostro paese, nella formazione di una società autoritaria – meglio: di una democrazia autoritaria. È sbagliato infatti pensare – e del resto ce l’hanno insegnato i classici – che esistano solamente democrazie di tipo liberale; sono possibili invece democrazie di carattere autoritario e perfino, in alcuni casi, dispotico.

È un processo strettamente connesso alla crisi della democrazia rappresentativa che, senza alcun dubbio, ha molti difetti ma è ancora oggi lo strumento più adatto per stabilire rapporti positivi tra governanti e governati, dirigenti e diretti. È facile dire, ed è stato detto, che nella democrazia rappresentativa gli uomini sono effettivamente liberi di esprimere il loro parere solamente nel giorno delle elezioni, cioè ogni quattro o cinque anni; ed è sicuramente un limite da superare attraverso la costruzione di istituti che favoriscano la permanente partecipazione da parte di tutti alla direzione politica e istituzionale del proprio paese.

Alla base della costituzione anche del nostro paese di una democrazia di tipo autoritario c’è dunque, lo ribadisco, il declino della democrazia di tipo rappresentativo. È utile chiedersi perché questo sia accaduto, né a mio giudizio c’è dubbio sul fatto che questa crisi si sia intrecciata alla fine delle politiche e delle organizzazioni di massa che sono state proprie del Novecento. È una crisi che si può periodizzare e che prende le mosse dagli anni ’70 del secolo scorso quando in Italia ci fu uno scontro frontale nel quale, nel tempo medio-lungo, sono risultate vittoriose le forze della conservazione e della reazione, anche per limiti e responsabilità dei partiti della sinistra, compreso il Partito Comunista Italiano.

A questo che è l’elemento di fondo si è accompagnata l’apologia della democrazia diretta come strumento fondamentale della partecipazione al potere dei cittadini resa possibile dalla rete, concepita come una sorta di agorà nella quale a ciascuno è possibile partecipare. Come conferma l’esperienza storica, la democrazia diretta è una delle incubatrici più potenti di forme autoritarie, e perfino dispotiche, di governo. Lo vediamo anche in questo periodo nel nostro paese considerando l’evoluzione politica del Movimento Cinque Stelle, il maggior sostenitore della democrazia diretta e, al tempo stesso, la forza politica nella quale sono più evidenti pulsioni autoritarie incentrate nel primato di un nuovo ceto politico che assomma tutto il potere nelle proprie mani e che può perciò variare la linea politica del Movimento come vuole e se vuole.

Basta pensare alle scelte che il Movimento Cinque Stelle sta facendo proprio in questi giorni: dopo aver sostenuto senza incertezze Salvini nelle sue politiche di destra, ora per motivazioni puramente elettorali si è spostato a sinistra e tende addirittura a presentarsi come un erede di Enrico Berlinguer, facendo della “questione morale” un perno della sua politica. Alla base di questa scelta c’è la consapevole determinazione a schiacciare Salvini sulla destra, a presentarsi come una forza di sinistra recuperando voti che si stavano spostando, come appare dai sondaggi, verso il Partito Democratico. Una operazione di grande spregiudicatezza resa possibile da quella che è la costituzione interiore di quel partito e dagli spazi di manovra che l’ideologia della democrazia diretta apre ai dirigenti del Movimento consentendo loro di muoversi senza vincoli di alcun tipo, facendo volta per volta quello che torna più utile e funzionale alla loro sopravvivenza, in quanto ceto politico di tipo nuovo.

La Lega di Salvini è una forza politica da questo punto di vista più tradizionale fondata però anch’essa sul primato del “popolo” di cui il leader politico è l’interprete autentico attraverso una sorta di identificazione mistica fra popolo e leader. Anche in questo caso ci sono naturalmente delle novità consistenti in primo luogo dal forte spostamento a destra, addirittura in senso reazionario, del partito. Fra Bossi e Salvini, perfino tra Bossi e Maroni, ci sono profonde differenze; il primo, Bossi, si muoveva all’interno di una dichiarata scelta antifascista che con Salvini è venuta completamente meno. Ma se sono certamente cambiati i contenuti della politica restano alcuni elementi di continuità che si possono racchiudere in primo luogo nel primato del popolo assunto, addirittura con toni a volte razzisti, come fondamento dell’azione politica dell’attuale capo della Lega, il quale è anch’egli, come il capo politico dei Cinque Stelle, l’unico in grado di decidere cosa voglia il popolo e in quale direzione spingerlo.

Quello che dunque hanno in comune le forze politiche attualmente al governo è una visione di carattere autoritario del potere, ed è da questa comune base che derivano le linee di fondo delle loro politiche e anche dei loro attacchi alla libertà di espressione. Oggi giustamente si critica Salvini ma è difficile dimenticare gli attacchi dei Cinque Stelle alla stampa e in generale a tutti coloro che si muovessero su posizioni diverse della loro, con una violenza resa evidente dal lessico che essi usano e che pur differenziato nei contenuti mira sempre alla distruzione – politica, nel caso di Salvini; – morale e politica – nel caso dei Cinque Stelle.

In Italia si sta quindi sviluppando una democrazia di tipo autoritario con tratti dispotici che riduce gli individui a puri sudditi passivi, obbligandoli ad assistere alla rappresentazione dei loro capi senza alcun potere reale – con una loro riduzione da cittadini a servi. È una conseguenza della crisi della democrazia rappresentativa che non riguarda solo il nostro paese ma che da noi ha assunto tratti particolarmente virulenti. Porsi quindi il problema della difesa delle libertà di espressione significa affrontare positivamente il problema della crisi della nostra democrazia rappresentativa innovandola con adeguati strumenti di partecipazione, sapendo però che le tradizionali politiche di massa sono ormai finite e non è possibile restaurarle.

Questo dovrebbe essere nel nostro paese il compito delle forze di sinistra che appunto per questo devono proporre politiche radicali in grado di ricostituire quel rapporto tra governanti e governati che si è frantumato creando un vuoto nel quale si sono inserite la Lega e i Cinque Stelle. Ma se questi partiti sono riusciti a vincere è perché le forze della sinistra non sono stati più in grado di svolgere il loro compito con la conseguenza di mettere il paese nelle mani di demagoghi che lo stanno portando al disastro. È venuto il momento di iniziare un’altra storia, qui ed ora.