La Corte europea obbliga
l’Ungheria di Orbán
a nutrire i profughi

Succede in Europa. Nel cuore dell’Europa, non in un deserto, in mezzo al mare, in una zona di guerra o dove regna il caos del terrorismo o delle bande criminali. Le autorità di un paese di antica civiltà possono decidere di far morire di fame delle persone che si trovano prigioniere del loro arbitrio. “Far morire di fame” non è una metafora, una esagerazione linguistica: è quello che stava per accadere in Ungheria, in uno dei cosiddetti “campi di transito” al confine con la Serbia dove non transita nessuno ma vengono tenuti prigionieri (contro il diritto internazionale) i profughi che hanno compiuto il tragico errore di pensare di poter ottenere il diritto di asilo nel crudele reame del sovranista Viktor Orbán.

I responsabili del campo hanno negato il cibo a una coppia di irakeni per ben sei giorni e mezzo e alla fine sono stati costretti a dar loro da mangiare solo perché una ONG ungherese si è rivolta alla Corte europea per la tutela dei diritti umani e i giudici di Strasburgo hanno fatto valere l’articolo 39 della legge istitutiva, che prevede interventi immediati in casi di violazioni particolarmente gravi dei diritti umani. L’uomo e la donna venuti dall’Iraq debbono la loro vita all’organizzazione umanitaria e alla sollecitudine della Corte, ma non si può non chiedersi quante altre tragedie come la loro siano arrivate all’esito estremo nel silenzio, senza che nessuno fosse chiamato a renderne conto.

Ora le autorità politiche di Budapest dovranno pagare le conseguenze della loro ferocia e vogliamo sperare che almeno questa allucinante prova di crudeltà di stato arrivi a smuovere la scandalosa inerzia dei vertici dell’Unione Europea, le cui istituzioni continuano a tollerare da parte del governo Orbán comportamenti sempre più vergognosi. Il leader ungherese continua a far parte del gruppo PPE al parlamento europeo e il suo governo non ha ancora subìto alcuna delle sanzioni previste dall’articolo 7 della Trattato europeo per le ripetute e gravi violazione dei princìpi democratici che ispirano l’Unione e per il fatto di aver sottratto il proprio paese all’obbligo di accogliere quote di immigrati giunti in Europa così come hanno stabilito in passato tanto la Commissione che il Consiglio. L’Ungheria che piace tanto ai sovranisti di casa nostra continua a ricevere ingenti sovvenzioni sotto forma di fondi per lo sviluppo e per l’agricoltura. Neppure la condanna votata qualche settimana fa con una larga maggioranza di cui facevano parte molti eurodeputati del partito popolare (ma non gli italiani di Forza Italia) pare essere servita a qualcosa.

La vicenda dei due irakeni è stata resa pubblica dal sito ungherese “index.hu” dopo che l’organizzazione ungherese del Comitato Helsinki, una ONG presente in diversi paesi dell’Europa orientale che ha raccolto l’eredità delle battaglie per i diritti umani al tempo delle dittature comuniste, è riuscita a far intervenire la Corte di Strasburgo prima che accadesse l’irreparabile. I due profughi dall’Iraq, la cui domanda d’asilo è stata respinta dalle autorità magiare e sono in attesa dell’esito di un ricorso, si trovano da nove mesi in uno dei campi di transito che sono stati allestiti nei pressi del confine con la Serbia. Il 7 febbraio i responsabili del campo hanno smesso di fornire loro la razione quotidiana di cibo. I due sono sopravvissuti solo grazie ai resti dei pasti che continuavano ad essere somministrati ai loro tre figli, uno dei quali è afflitto da una grave malattia cronica. Il 13 febbraio il Comitato ha inoltrato una istanza urgentissima alla Corte, la quale in base all’articolo 39 ha ordinato al governo di Budapest di disporre immediatamente la ripresa dell’alimentazione. Nonostante questo, però, sono passate altre sedici ore prima che ai due venisse fornito di nuovo il cibo.

Da fonti del Comitato Helsinki, riprese dal settimanale tedesco Die Zeit, la negazione del cibo ai due irakeni non sarebbe un fatto inedito. Già nell’agosto scorso c’erano state denunce di episodi simili. L’alimentazione era stata negata a dei profughi dall’Afghanistan e dalla Siria con l’obiettivo di farli tornare in Serbia in modo che perdessero così il diritto alla domanda d’asilo in Ungheria.

Tutto è lecito, insomma, per “difendere i confini” della patria dai migranti che vogliono “invaderci”. Non solo farli morire in mare, ributtarli tra le braccia dei torturatori libici o tenerli prigionieri, su una striscia di confine o su una nave in un porto, ma anche ucciderli con l’arma della fame. Quale sarà il prossimo passo?