“La cena di Toni”, una storia
per imparare a resistere

È stato presentato al Palladium di Roma, lunedì scorso, nell’ambito della rassegna Arcipelago. Era già passato a MoliseCinema e ad altre manifestazioni. Sta facendo il Giro d’Italia, “La cena di Toni”. E fosse anche solo una scusa per portar Toni fuori di casa, sarebbe fantastico. Ma è molto di più, come è ovvio. Il film di Elisabetta Pandimiglio è – come ha giustamente scritto Gabriella Gallozzi su   BookCiack magazine”  lo scorso settembre – una storia di resistenza. Resistenza alla malattia, resistenza alla burocrazia, resistenza al tempo che ti scorre fra le mani. Resistenza alla tristezza, che non può non impadronirsi di te quando scopri, a 53 anni, di essere affetto da sclerosi multipla. Il mondo si trasforma, ogni cosa che ti circonda si trasforma in un ostacolo. Uscire di casa diventa all’improvviso un’avventura che va programmata con giorni d’anticipo. Invitare a cena gli amici, e preparare i piatti per loro, può essere meno complicato: e infatti a fine film la cena si compie, e chi scrive qui su “Strisciarossa” riconosce parecchie facce note.  

Il Toni di cui parliamo è Toni De Marchi, firma storica dell’Unità, classe 1951. Super esperto di computer e di hi-fi. Simpatico e burbero (finto, forse vero: in fondo che importa?). Veneziano, quindi sarà magari contento se lo definiremo un “rustego”, alla Goldoni. Un vecchio amico che i casi della vita (tra i quali, ingombrante, la chiusura di quel giornale) ti fanno perdere di vista, e poi te lo ritrovi in un film! E qui viene il momento di parlare di “La cena di Toni”, film di Elisabetta Pandimiglio: romana, film-maker, scrittrice, autrice di testi teatrali, documentarista fra le più brave e attive del nostro cinema spesso in coppia con César Augusto Meneghetti (ricordiamo con simpatia, tanto per tornare alla metafora del Giro d’Italia, un film del 2007 – “Fuga in salita” – dedicato al leggendario ciclista abruzzese Vito Taccone). Mettiamo subito le cose in chiaro: è difficile, per chi conosce Toni De Marchi da tanto tempo, parlarne come se il film raccontasse la storia di uno sconosciuto. Alcuni aspetti del carattere di Toni tracimano letteralmente dallo schermo, come la scena – buffa e tenerissima – nella quale il suo assistente lo accompagna a fare una passeggiata in sedia a rotelle per il quartiere e il nostro eroe ci resta un po’ male perché tutti conoscono l’altro, e non lui. Però è giusto fare uno sforzo, e dire che “La cena di Toni” è un film apparentemente privato in cui – come in un ologramma – si vedono molte cose pubbliche. Una di queste, ad esempio, è l’uso della cannabis a scopo terapeutico: il film si apre con Toni che chiama un’amica per sapere se le canne fanno aumentare l’appetito (per lui, che al cibo è – diciamo così – abbastanza sensibile, sarebbe un guaio in più). Un argomento terribilmente serio sul quale l’Italia è terribilmente arretrata. Altrettanto importante è il tema della burocrazia con la quale si scontra chiunque, in Italia, abbia problemi di salute e/o di assistenza anche molto meno gravi della sclerosi multipla. Alla fin fine “La cena di Toni” parla di una cosa che ci riguarda tutti: quanto è difficile, per molti versi, vivere in questo Paese che forse non si merita più nemmeno la maiuscola. Anche se poi subentra – gli italiani, o almeno alcuni italiani, lo sanno bene – la resistenza. Si resiste grazie all’ironia, alla voglia di andare avanti, agli amici che ti aiutano, a qualche angelo che ogni tanto affiora anche tra le pieghe della burocrazia.

Come spesso capita ai documentari italiani (il cinema del reale è ormai, scusate il bisticcio, una realtà forte della nostra cinematografia) “La cena di Toni” sembra un piccolo film ma non è piccolo per niente. Come diceva Orson Welles – al quale Toni somiglia assai – non ci sono piccoli ruoli, semmai solo piccoli attori… o piccoli uomini. E qui, di piccolo, non c’è davvero nulla.