La cartiera di Foggia e le vite nascoste:
l’archivio cancella il ruolo delle donne

La difficile ricerca tra giornali, atti parlamentari, documenti mai pubblicati per raccontare il primo vero tentativo (in tutta Italia) di istituire un sistema di welfare all’interno di un’industria di Stato, la cartiera di Foggia. In “Donne di carta”, il libro della giornalista Mara Cinquepalmi, si ripercorre questa storia grazie anche alla memoria delle donne, dall’inaugurazione nel dicembre del 1936 alla ricostruzione nel dopoguerra, alle lotte sindacali ai ricordi di una vita.  Anticipiamo qui brani tratti dalla prefazione della docente di archivistica Linda Giuva.

 

Del libro mi ha incuriosito subito il titolo: Donne di carta. In genere, per esperienza professionale, la carta mi richiama alla mente i documenti (almeno fino a quando la dimensione analogica era prevalente). In questo caso, però, la carta è intesa come materia prima, frutto di un processo industriale che si realizza in una fabbrica: la cartiera, appunto. Allora quell’accostamento ha suscitato anche una emozione, quella del ricordo di un luogo, di eventi, di titoli di giornali e riunioni nelle sezioni di partito strettamente legati a quella parte della mia vita vissuta a Foggia.

Che il titolo si riferisse alla cartiera, del resto, è deducibile anche da un dato che è ben conosciuto agli storici ed alle storiche: la penuria di documentazione archivistica alla quale si può attingere quando ci si avventura nel passato della presenza femminile.
Se ne è ben presto resa conto l’autrice del libro che ha trovato una sola traccia flebile riguardo alle vite delle centinaia di donne che hanno lavorato nella fabbrica foggiana. Non si è trattato di un caso sfortunato. Quando si scrive di storia delle donne bisogna mettere nel conto soprattutto i silenzi, le lacune, il non detto della documentazione, di quella archivistica in particolare.

In altre parole, la assenza delle donne dai documenti di archivio, in particolare da quelli prodotti e conservati da istituzioni pubbliche, almeno fino a qualche decennio fa, è il riflesso della scarsa attenzione prestata dalle stesse istituzioni nei confronti dell’universo femminile. Lo sottolinea con parole chiare Annarita Buttafuoco, grande storica del movimento di emancipazione femminile dell’Ottocento e del Novecento, prematuramente scomparsa, quando scrive: “È l’asimmetria che caratterizza le donne rispetto al potere a determinare la quantità e la qualità dei documenti”.

La difficoltà ad incontrare le donne nella documentazione archivistica in epoca moderna e contemporanea risiede, pertanto, essenzialmente dalla loro esclusione dai meccanismi di potere. Esse compaiono soprattutto nel momento in cui sono prese “nell’ingranaggio delle istituzioni statali”: polizia, giustizia, istruzione, assistenza, controllo sociale. Situazione di esclusione che accomuna le donne agli altri soggetti “emarginati” (le classi subalterne come venivano chiamate negli anni Settanta).

Silenzi, dimenticanze, oblio, cancellazioni hanno prodotto una invisibilità documentaria alla quale spesso sono le stesse donne ad aver contribuito con la scarsa cura che hanno prestato alla conservazione della propria memoria come è dimostrato dalla scarsità di archivi femminili che ancora oggi si riscontra negli istituti di conservazione.
C’è da chiedersi da cosa dipende questa ultima scarsità: dal mancato riconoscimento del valore culturale degli archivi femminili (e quindi da una mancata azione di tutela) o dalla scarsa considerazione che le donne stesse avevano/hanno della propria produzione documentaria come testimonianza di attività e di presenza?

Comunque i silenzi delle carte non significano assenza delle donne nella storia. Abbiamo bisogno di utilizzare altri strumenti, scavare in altri terreni, predisporre nuovi questionari.

Per il Novecento indispensabili si rivelano le voci delle donne. Queste testimonianze dirette portano con sé il sapore della memoria e con esso quella dose di mobilità, di dinamismo, di continua rielaborazione, di reciproco condizionamento tra memorie individuali e memorie collettive. Queste voci non solo colmano un grande vuoto rimettendo al centro della scena storica l’altra metà del cielo, ma arricchiscono la storia di tutti perché accendono la luce su aspetti di vita quotidiana, di esistenze normalmente faticose, di relazioni umane, di sentimenti e passioni.

Il lavoro di Mara Cinquepalmi ci restituisce la storia di una fabbrica e le storie di lavoratrici utilizzando fonti diverse, facendole parlare con il loro stesso linguaggio, camminando in punta di piedi tra i pezzi di un grande puzzle che ha bisogno ancora di tanto lavoro per essere composto. Alcuni pezzi sono andati irrimediabilmente perduti, di altri ci sono rimasti solo parziali residui. Alcune fonti ci restituiscono parole e immagini di osservatori esterni, altre parlano la lingua dei protagonisti.

Spero che questa prima opera di dissodamento stimolerà il cammino verso ulteriori approfondimenti soprattutto in relazione alla presenza femminile ed alla vita delle donne foggiane perché, per chiudere con le parole di una storica francese, Arlette Farge, “Motivato dall’urgenza, un primo gesto s’impone: ritrovarla come si recupera una specie estinta, una flora sconosciuta, abbozzarne il ritratto come per rimediare a una dimenticanza […] Non si possono risuscitare le vite finite nell’archivio. Ma questa non è una buona ragione per farle morire una seconda volta. È stretto lo spazio per elaborare una narrazione che non le annulli o le sgretoli, che le conservi perché un giorno e altrove possa essere estesa un’altra narrazione della loro enigmatica presenza.”

 

“Donne di carta”
di Mara Cinquepalmi
(Il Castello edizioni – euro 15,00)