Bulimia del cemento
e Salvailsuolo

Per affrontare il consumo di suolo, tema ormai drammaticamente presente nel quotidiano di tutti noi,  bisogna sgomberare il campo, nel senso di cambiare prospettiva, rispetto alla mistificazione della realtà che ci fa “percepire” cose che nella realtà non esistono. Non parlerò dunque delle proposte di legge sull’argomento perché nella realtà non esistono, né di tutte le buone intenzioni che giacciono sia in Parlamento sia nelle poche Regioni che hanno incominciato a parlarne. Voglio invece unirmi a chi mantiene vivo l’allarme per tutto quel territorio consumato dalla cementificazione, devastato da un’urbanizzazione sconsiderata o aggredito e poi abbandonato. Voglio unirmi a tutti coloro che denunciano ogni giorno sanatorie e deroghe che fanno diventare tragedie delle semplici piogge abbondanti o delle piene un po’ più consistenti che rompono gli argini dei fiumi.
“Dalla lanca, dove l’acqua a momenti ridondava e girava a ritroso in tondo… dal mulino, si scorgeva la corrente, l’immane flusso della piena, fremere e ribollire infuriando sulla punta, scrosciare e rimbalzare, fuggire con una fila di gorghi e di risucchi avidi e astiosi, che segnavano il margine fra le acque vive e grosse del filone, e le semimorte della lanca. Affioravano e affondavano, veloci, i più diversi oggetti; e qualcuno veniva spinto dalla corrente nell’acqua pigra, aggirato a lungo, respinto e ripreso. Potevan diventare pericolosi, se un mutamento del letto venisse a buttare con il mulino tutta o parte della corrente; erano tronchi d’albero, barche perdute, e masserizie e carri colonici anche, o caduti dagli argini su cui la gente spaurita s’accalcava colle sue robe, o rapinati dal fiume nelle golene e nei campi invasi; eran carogne d’animali domestici e di stalla, sordide e sconce, ben tristi, coinvolte e travolte». Così scriveva Riccardo Bacchelli nel suo Mulino del Po.

Manifestazione contro la costruzione di un supermercato a Roma. Foto di Ella Baffoni

Descriveva un quotidiano in cui gli uomini e le donne convivevano e dividevano spazi di territorio con la natura e le sue espressioni più sconvolgenti: “Eppure, passata la buriana, l’equilibrio tornava e il grande fiume lo ritrovavi. Con il suo scorrere lento, di specchio e d’afa estiva, di nebbie invernali. Il forte frusciar continuo e le acque sempre nuove”.

Questo l’antico. Ma già dagli anni ’50 e ’60 iniziava l’assalto al territorio con le prime grandi opere speculative e le campagne invase dal cemento. Oggi il fenomeno ha assunto toni insostenibili in quanto a entità e velocità di perdita di suolo, agricolo o naturale che sia. Aumentano gli ettari cementificati e si perdono nuovi pezzi di territorio con progetti mal pensati, infrastrutture civili o industriali inutili, nuova edilizia civile che in molti casi resta inutilizzata, a fronte di un enorme numero di abitazioni vuote in città e piccoli comuni italiani.

Questa bulimia del cemento sta iniziando a presentare il conto trasformando delle piogge rese più violente dalle modificazioni climatiche, in drammi e devastazioni. Gli eventi naturali diventano disastri a causa di urbanizzazioni eccessive, che impermeabilizzano il terreno, occupano aree a rischio, le saturano di edificazioni spesso abusive e di qualità inadeguata.
Cambiare rotta è l’unico futuro possibile. Prima di tutto abbandonare, attraverso una terapia di disintossicazione collettiva, la cultura del consumo ad ogni costo, sfrenato e senza regole, che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni e che è stata alimentata e foraggiata da chi si arricchiva con il profitto e che ha obnubilato milioni di cittadini convincendoli di far parte di una progetto globale di arricchimento e di benessere. Salvo poi arrivare all’oggi con un quadro di povertà generalizzata e in un contesto di degrado ambientale, culturale e intellettuale senza precedenti.

In piazza il comitato “No cemento a Roma est”. Foto di Ella Baffoni

“L’Italia ha vissuto di rendita – come denuncia Salvatore Settis – una rendita basata sulla ricchezza culturale e naturale del nostro paesaggio. Ora, questo patrimonio è stato consumato a beneficio della rendita speculativa”. Un cambiamento epocale sta dunque alla base di qualsiasi rivalutazione e riprogettazione del territorio. Spazzare il campo da norme controproducenti, da previsioni che danno già per urbanizzabili e, quindi per perse, numerose aree. E rivalutare esigenze e disponibilità. La parola d’ordine deve essere “recupero”.
Il recupero di uno stile di vita sobrio ed essenziale, il primo passo. Il recupero di un senso di protezione per le generazioni future che ti fa programmare meglio l’oggi a garanzia di un domani sostenibile. E poi giù giù verso la riprogettazione degli ambienti urbani e degli antichi equilibri naturali. Per esempio, il recupero delle ingenti disponibilità di patrimonio sfitto o incompleto che potrebbero ampiamente garantire le richieste arrivando addirittura a considerare l’opportunità di restituire naturalità a parte delle aree che oggi non lo sono più.

“Paghiamo conti sempre più salati alla colata di cemento che ha coperto l’Italia”. Così denunciano i rappresentanti della task force Salvailsuolo, di cui fanno parte associazioni come ACLI, Coldiretti, FAI, Istituto Nazionale di Urbanistica, Legambiente, LIPU, Slow Food e WWF, che hanno presentato una petizione per chiedere all’Europa una legge che preservi il suolo dal crescente degrado e protegga da nuove catastrofi. “Perché solo salvando il nostro suolo da subito possiamo prevenire nuovi disastri ecologici e limitare i danni di alluvioni, frane e terremoti. Occorre impedire che la cementificazione prosegua divorando suolo come nei decenni passati, senza qualità nè riguardo per le risorse naturali e il paesaggio agrario, perché dal suolo dipende la sicurezza di tutti”.