La Brexit passa per l’Irlanda del Nord

Nell’Irlanda del Nord, a Belfast, si apre la settimana delle celebrazioni dell’accordo del Venerdì Santo, siglato il 18 aprile 1998. Vent’anni fa si chiuse il conflitto iniziato nel 1968 con una marcia dei cattolici, che erano nazionalisti e repubblicani, contro le discriminazioni da parte dei protestanti unionisti. I primi, una minoranza dell’Irlanda del Nord, volevano far parte della confinante Repubblica d’Irlanda, a maggioranza cattolica. I protestanti, maggioranza nell’Irlanda del Nord, volevano continuare far parte del Regno Unito. Furono trent’anni di atrocità, con oltre 3600 morti, 50.000 feriti e innumerevoli persone per sempre marcate dai traumi psicologici delle violenze. L’esercito inviato da Londra toccò anche i 21.000 soldati. Vi furono internamenti senza processo e cosiddetti “interrogatori profondi”.

Gli storici concordano sul fatto che si trattò di un conflitto territoriale, non religioso. I sociologi sottolineano che il retroterra religioso di entrambi i contendenti permise a un certo punto, al di là di ogni aspettativa, il buon esito dei colloqui di pace facendo emergere personalità cui l’Europa deve moltissimo. Lord David Trimble, all’epoca leader unionista protestante pro-Regno Unito e John Hume, cattolico, leader social-democratico, repubblicano, vinsero il premio Nobel per la pace. Trimble alle celebrazioni di questi giorni sarà presente, per Hume, che è indebolito, interverrà la figlia. Ci sarà anche Bill Clinton, che interpretò il bisogno di pace in Europa e le pressioni della vasta comunità irlandese negli Stati Uniti per por fine alle atrocità. Con lui ci sarà il vero artefice americano della mediazione, il senatore George Mitchell.

A guastare la festa di pace c’è il timore legato all’istituzione, con la Brexit, di un confine rigido tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, l’unica frontiera di terra tra Gran Bretagna e Unione Europea. Dazi, controlli burocratici, identificazioni sono nei fatti impensabili in un territorio che, come pochi, rappresenta un’Europa ormai non divisibile. Un confine rigido, sostiene l’Unione Europea, sarebbe un danno enorme per un Paese membro, la Repubblica d’Irlanda, oltre che un colpo economico per gli scambi commerciali di altri Paesi. L’Unione Europea teme che possa crearsi tensione tra due Paesi che, nei fatti, oggi non sono più divisi in modo percettibile, un fattore che ha aiutato moltissimo la pacificazione.

La linea di divisione corre lungo 500 chilometri da Lough Foyle, nel Nord, fino a Carlingford Lough, a nordest. Ormai non è assolutamente un confine riconoscibile nel senso tradizionale e come il Regno Unito possa pensare di ripristinarlo non si sa. Perfino sui mappali dei terreni agricoli inizio e fine della demarcazione sono impossibili da stabilire con sicurezza. Perché da entrambe le parti del confine il confine non è più tale per nessuno, visto che attraversa strade, villaggi e anche fattorie che si espandono al di là e al di qua della linea. Una frontiera rigida sarebbe un incubo burocratico di proporzioni inimmaginabili.

Per dare l’idea della fluidità del confine e di come agli irlandesi non importi basti considerare che la strada A3 nell’Irlanda del Nord, conosciuta come la N54 nella Repubblica d’Irlanda, entri ed esca dal confine quattro volte in appena 9 chilometri e mezzo. Oggi 7.300 aziende esportano nella Repubblica d’Irlanda e 177.000 camion e 250.000 furgoni commerciali attraversano il confine, carichi nel 60% dei casi di prodotti freschi che vengono trasformati da una parte o dall’altra per poi rientrare e prendere varie vie commerciali.

In tempi di pace si fanno affari, cala la sorveglianza, le divisioni sfumano. E’ un ricordo doloroso e lontano il passaggio del confine ai tempi dei Troubles, del conflitto, con tutti i posti di blocco dell’esercito britannico disseminati sul territorio, le barriere di sicurezza e i posti di osservazione. Oggi tra le 23.000 e le 30.000 persone fanno i pendolari attraversando, senza accorgersene, un confine. Dati al netto dei lavoratori che vanno e vengono più volte al giorno, come le infermiere di comunità o gli agricoltori con possedimenti da entrambe le parti.

Mercoledì 18 aprile iniziano i colloqui sulla frontiera irlandese, sei settimane di trattative. Per l’Unione Europea negozierà la tedesca Sabine Weyand, vice del mediatore capo Michel Barnier. Il quale ha accusato Londra di pretendere la sospensione delle regole europee, libera circolazione delle merci e delle persone. Conquiste che hanno portato normalità dove c’era violenza in molti luoghi d’Europa. Certo Londra sa di avere molte frecce al suo arco. I volumi dei movimenti finanziari del Regno Unito e il loro potere d’attrazione non hanno oggi rivali in un’Europa che deve negoziare un nuovo rapporto con Londra. Uno studio del Boston Consulting Group, un’azienda di consulenza economica con 80 sedi nel mondo, afferma che ricollocare gli affari fuori dal Regno Unito per avere avamposti finanziari dentro il mercato unico farà lievitare i costi per le banche di investimento dell’8 per cento. Sarà un divorzio costoso per entrambe le parti. Oggi Londra è sede del più grande numero di banche al mondo e del più grande mercato assicurativo internazionale: dalla City escono le polizze dei reattori nucleari francesi e delle più grandi compagnie di navigazione. Eppure il confine irlandese, rispetto a tanta ricchezza e negoziati di alto livello resta lì, tra fattorie e villaggi, a interpellare i diplomatici con sei settimane di colloqui in calendario. Perché la Brexit passa da lì, Unione Europea di qua, Regno Unito di là. In un luogo dove la normalità e la convivenza dentro un’Europa unita è costata molto. Da quando la pace del Venerdì Santo ha posto fine al conflitto il confine è diventato invisibile. Demarcarlo una seconda volta è un azzardo storico.