Coronavirus, riusciremo a vincere
solo restando uniti

Il primo caso accertato di contagio da parte del SARS-CoV-2 (il nuovo coronavirus) in Italia è dello scorso 21 febbraio: due settimane fa. Il primo caso di contagio accertato in assoluto nel mondo (in Cina, nella città di Wuhan) è dell’11 gennaio scorso: due mesi fa. Qual è la situazione, oggi?

La domanda ammette diverse risposta di diversa natura. Iniziamo dalla peggiore. Malgrado gli sforzi encomiabili del governo e, segnatamente, del Ministro della Sanità (Roberto Speranza) e del Presidente del Consiglio (Giuseppe Conte) e malgrado i ripetuti interventi più che encomiabili del Presidente della Repubblica (Sergio Mattarella) in Italia è il caos. Soprattutto dallo scorso sabato pomeriggio, quando sono iniziate a circolare – in maniera assolutamente irresponsabile – bozze provvisorie del decreto che poi Giuseppe Conte avrebbe firmato solo a notte inoltrata. La divulgazione irresponsabile della notizia è opera certamente di qualche gola profonda da ricercarsi nelle istituzioni (qualcuno del governo o delle regioni, non necessariamente politici ma anche staff). Ma una volta ricevuta, nessuno obbligava con la pistola alla tempia i mass media a farla circolare. Perché gli effetti erano facilmente prevedibili: il caos. In molti residenti stabili o provvisori in Lombardia o nelle 14 provincie dichiarate “zone rosse”, ricevuta la notizia, hanno pensato di andarsene via in modo disordinato. No, in quella ore una parte non banale della classe dirigente politica e dei media non ha dato una buona prova di sé.

coronavirus pauraPeggio ancora, se possibile, nelle ore successive, quando molti – troppi – tra i governatori del Nord e del Sud, nonché una quantità innumerevole di sindaci hanno creduto bene di inseguire la paura e darle forma istituzionale. Ne è sortita una contestazione generale del decreto governativo e, in rapida successione, una serie di grida manzoniane sotto forma di decreti, norme e ingiunzioni che molto fa dubitare della capacità di governo dei nostri amministratori. Si è arrivati a urlare all’untore nei confronti dei giovani e meno giovani che, senza indicazioni precise, si sono messi in viaggio. Siamo arrivati al paradosso che ci sono più limitazioni al Sud e fuori dalle zone rosse che non nelle zone rosse.

Nessuno o quasi ha pensato che la migliore ricetta per arginare il contagio sono l’ordine, la chiarezza e l’univocità delle indicazioni. Peccato, perché alcuni – segnatamente il Presidente della Regione Piemonte (Alberto Cirio) e in maniera ancora più netta il Presidente della Regione Lazio, nonché segretario nazionale del PD (Nicola Zingaretti) hanno reso nota in maniera calma, serena e trasparente la notizia della loro positività al test di verifica del contagio. Onore al merito.

Per non parlare di una parte delle classi dirigenti sportive e anche economiche. Molti coltivano il proprio orticello e pochi pensano all’interesse generale. Stiamo assistendo a una Babele in cui quasi tutti dicono tutto e il contrario di tutto. Eppure l’abc della gestione di un’emergenza – di una seria emergenza, qual è questa – è appunto accettare che ci sia una voce unica, chiara e forte a dare le indicazioni e un unico centro a prendere le decisioni. In pieno accordo con la comunità scientifica.

Anche nell’ambito della comunità scientifica, tuttavia, occorre registrare qualche pecca. Troppi scienziati si contraddicono pubblicamente l’un l’altro e, soprattutto, superano con i loro vocioni mediatici la voce (troppo timida) delle istituzioni preposte. Non che debba essere limitato l’analisi critica di ciò che succede e si fa. Ma gli scienziati dibattono nelle sedi appropriate non in pubblico. Tanto più in casi di emergenza come questo. Lasciamo che a parlare in pubblico siano non solo ma prevalentemente la comunità scientifica che afferisce al Ministero della salute, all’Istituto Superiore di Sanità e alla Protezione Civile (ciascuna per le proprie competenze). Solo così ne verremo fuori.

Notizie moderatamente positive ci vengono, invece, proprio dal Servizio sanitario Nazionale che, almeno finora, sta reggendo molto bene l’urto, nonostante i drammatici tagli che il settore ha subito negli ultimi decenni di ubriacatura neoliberista. Ancora una volta nel caos organizzativo medici e scienziati che operano sul campo ci stanno mettendo una pezza. Anche in questo caso, onore al merito.

Veniamo ora ai temi strettamente tecnici. Il nuovo coronavirus sta dimostrando di essere molto contagioso, ma con una letalità relativamente bassa e, almeno finora, con una mortalità che per ora non è catastrofica. Il fatto che sia altamente contagioso significa che si diffonde velocemente. E poiché SARS-CoV-2 è nuovo, nessuno ha difese immunitarie sufficienti. Dunque tutti siamo a rischio contagio. Un contagio che sembra non essere simmetrico per classi di età. Pare che i giovani al di sotto dei 20 anni siano meno suscettibili. Ma si tratta di notizie da confermare. Sta di fatto che questa situazione non esclude apriori lo scenario peggiore: ovvero che il coronavirus contagi una parte enorme, forse maggioritaria della popolazione mondiale.

La letalità è, dicono i tecnici, il numero di morti trai i contagiati. Ebbene il coronavirus sembra avere una bassa letalità: intorno al 2% se prendiamo in considerazione gli oltre centomila contagiati registrati a tutt’oggi nel mondo. Ma anche la letalità non è simmetrica, rispetto all’età. È minima tra le fasce più giovani e massima tra le fasce più anziane. Soprattutto tra gli anziani che hanno altre gravi patologie. Questo sembra spiegare perché in Italia (paese con un alto tasso di anziani) la letalità sembra essere maggiore che in Corea del Sud e nella stessa Cina. Ma in realtà, molto c’è ancora da capire.

Così come poco c’è da essere certi su quando in Italia verrà raggiunto il picco dei contagi: tra un mese o forse due, dicono gli esperti. Ma i più attenti aggiungono che anche in questo caso in realtà ne sappiamo, per l’appunto, troppo poco. E solo aspettando potremo raggiungere qualche certezza.

Infine: la letalità relativamente bassa e il fatto che molti portatori del virus siano asintomatici o con sintomi a bassa intensità favorisce la diffusione.

Quanto alla mortalità (ovvero al numero di morti sull’intera popolazione italiana) siamo a livelli che, almeno finora, restano bassi: fino a sabato 7 marzo erano deceduti (non importa se con o per il coronavirus) erano meno di 250. Salite a 366 nella giornata di domenica, 8 marzo. Tutte morti che non possono essere certo accettate. Tuttavia ricordiamo che la normale influenza ha ucciso in questa stagione oltre 300 persone, anche in questo caso in maniera selettiva rispetto all’età. Dunque grande dolore, grande attenzione alla ricerca delle cause di così tante morti (il 5% dei contagiati), ma niente panico.

Incrociando questi dati, possiamo dire che lo scenario peggiore è di tipo organizzativo. Ce la faranno le strutture ospedaliere a sopportare un carico di malati gravi (meno del 10% dei contagiati)? Certo, è possibile attrezzarsi per sopperire alle attuali carenze. Ma per fare questo e comunque per diluire la pressione sugli ospedali è necessario rallentare la diffusione del virus. È questo il senso delle misure prese dal governo. Misure che possono avere lacune, naturalmente. Ma che vanno nella direzione giusta. Ragione in più perché altre istituzioni non si mettano di traverso e perché nessuno cerchi una via individuale alla salvezza.

Buone notizie vengono dall’analisi dei dati a scala globale. Nel momento in cui scriviamo, secondo il sito specializzato Worldometers (https://www.worldometers.info/coronavirus/) i contagiati su tutto il pianeta sono107.936, di cui 60.924 (pari al 56,4% del totale) già guariti; in 37.306 attualmente malati, ma con sintomi lievi (pari al 34,6%); 6.041 sono in condizione serie (pari al 5,6%) e 3.665 i deceduti (pari al 3,4%).

Questi dati sono ancora da analizzare, perché la letalità varia da zona a zona. E in ogni caso da confermare, perché secondo alcuni analisti i contagiati nel mondo potrebbero essere molti di più, cosicché la letalità potrebbe essere molto più bassa di quella oggi calcolabile. Sia come sia, questi dati ci dicono ci dicono che complessivamente il 91,0% dei contagiati o se l’è cavata o sta subendo effetti sopportabili, mentre un numero relativamente basso sta subendo effetti gravi.

Quanto alla Cina, i dati più recenti ci dicono che sta uscendo dal tunnel. I contagi e i morti anche nella provincia focolaio di Wuhan e della provincia dello Hubei sono drasticamente diminuiti, pressoché azzerarti.

Il messaggio, dunque, ha un segno positivo. Dal nuovo coronavirus si può guarire. E che dal panico di gestione dell’emergenza si deve guarire. Con responsabilità e piena consapevolezza. Sarà dura, ma vinceremo. Se, come sostiene Sergio Mattarella, saremo uniti.