La banalità (burocratica) del male
e le leggi razziali

L’anniversario “tondo” è passato da poco eppure non se ne è parlato molto. Ottant’anni fa, il 5 settembre del 1938 il Re firmava a San Rossore (che è esattamente quel sintomo di imbarazzo e vergogna che avrebbe dovuto provare) le leggi razziste. Con una rapidità apparentemente straordinaria in pochi mesi di quel 1938 si era chiuso il cerchio dell’antisemitismo fascista che aveva radici profonde e autonome nel pensiero di Mussolini e che non è relegabile alla categoria del “servo encomio” verso l’alleato nazista, come per qualche decennio ha fatto comodo credere. Le leggi contenevano misure durissime contro la comunità ebraica italiana, sostanzialmente la cancellavano dalla collettività nazionale se non dal genere umano.

Tra le norme c’era l’immediata espulsione dai ranghi della pubblica amministrazione. Erano docenti universitari, maestre elementari, funzionari delle dogane, impiegati di concetto, dirigenti sanitari, poliziotti, prefetti, bidelli… Di loro si conosceva pochissimo: qualche caso eclatante, qualche nome di rilievo (e sempre grazie a studi e ricerche condotte da storici e studiosi. Ora a metter luce sul quadro arriva un libro di Annalisa Capristo e Giorgio Fabre dal titolo “Il Registro. La cacciata degli ebrei dallo Stato italiano nei protocolli della Corte dei Conti 1938-1943” (Il Mulino): è il frutto di una ricerca archivistica che ha fatto “riemergere” i faldoni su cui la Corte dei Conti appuntava i decreti di espulsione dei dipendenti statali. Accanto ai loro nomi, scritta in rosso, la motivazione: “di razza ebraica” o semplicemente “ebreo”, “ebrea”. Sono più di settecento nomi, settecento storie diverse concluse allo stesso modo.

Due elementi colpiscono immediatamente davanti al lunghissimo elenco di “epurati”. Il primo è certamente la rapidità con cui il regime organizza la propria “macchina” razzista. Il 1938 è anno cruciale, si apre nei primi mesi con l’avvio di un ufficiale, ma poco propagandato, censimento dei dipendenti pubblici di “razza ebraica”. Censimento complesso con domande che guardano sia alla religione professata che alla “razza” dei propri genitori e all’indietro. Nel momento in cui vengono diffusi negli uffici quei questionari non hanno apparentemente alcuno scopo immediato ma costruiscono la trama con cui si agirà nel settembre con la proclamazione delle leggi razziste. E quel 1938 vede anche la trasformazione del ministero della Demografia in ministero della Demografia e della Razza, il “Demorazza” gestore e protagonista delle Leggi, la nascita del giornale “La difesa della Razza. L’Impero, proclamato nel maggio del 1936 aveva portato con sé il razzismo contro i neri e il 1938 lo salda con l’antisemitismo e con l’idea di una “razza italiana”, che trova una base “ideologica” nel “Manifesto” scritto dal regime (con l’impegno diretto di Mussolini) firmato ex post da numerosi scienziati e una conclusione normativa nelle leggi promulgate a settembre. In nove mesi si compie, senza suscitare nell’opinione pubblica né dubbi né ripulsa, il cerchio che Mussolini aveva tra i suoi progetti già da molto tempo già dal 1932, quando apparentemente la smentiva nel libro intervista a Emil Ludwig.

Il secondo elemento è rappresentato dalla straordinaria capacità persecutoria della macchina burocratico amministrativa che scatta talvolta persino in anticipo sulle leggi. Ci sono i fanatici dell’antisemitismo (Bottai per primo) quelli che inviano alla Corte dei Conti i decreti prima del tempo. Un lavoro complesso (la pubblica amministrazione aveva decine di migliaia di dipendenti e anche allora una complessità normativa non irrilevante) svolto a passo di carica e senza imbarazzi anzi con un filo di burocratica soddisfazione. I 700 che compaiono nel “Registro” vengono messi fuori dai ranghi, lasciati senza lavoro, con pensioni dimezzate, in qualche caso addirittura cancellate, con indennizzi ridicoli in un Paese nel quale non avrebbero più trovato lavoro. Messi sul lastrico e privati di ruolo sociale. Sì, perché gli ebrei italiani a partire dal risorgimento e dal 1861 erano stati una parte numericamente piccola ma non certo poco rilevante dello Stato. Uno Stato a cui la “questione romana” aveva dato un carattere laico che il Patti del 1929 avevano contribuito a incrinare.

Un ultimo appunto: nel “Registro” emerge tra i tanti nomi dei discriminati e espulsi quello di un commissario di Polizia, Guido Cammeo. Nulla di strano, direte. E invece no, perché l’ordine di espellere Cammeo fu scritto di pugno da Mussolini il 2 marzo del 1938 (sei mesi prima delle leggi razziste), quando il dittatore prese visione dei nomi degli ebrei che lavoravano in polizia (due in tutto) e vi trovò il suo. Questo funzionario era per il fascismo una bestia nera: comandava un drappello di guardie che nel 1921 impedì l’assalto alla Camera del Lavoro di Modena. Nello scontro a fuoco morirono otto squadristi. All’epoca e nei primi anni del regime in molti chiesero vendetta ma la polizia (lo Stato) tenne fermo il principio che poliziotti e Guardie Regie si fossero comportate correttamente. Cammeo ebbe una carriera fatta di scossoni e arretramenti, ma nel 1938 era ancora in servizio. Contro di lui non erano stati neppure utilizzate le norme che negli anni Venti avevano escluso dai ruoli dello Stato oppositori o “incompatibili col governo fascista”. Furono le sue origini ebraiche a far riemergere il suo nome e a far decidere a Mussolini un licenziamento nel marzo del 1938 che rimase nel cassetto del capo della polizia Bocchini fino al 2 settembre dello stesso anno quando le nuove norme (in realtà non ancora promulgate ufficialmente) rendevano legittima questa vendetta.

Il lavoro di Capristo e Fabre restituisce un quadro esatto e consente ora di riaprire anche gli altri capitoli della sorte degli ebrei nella complessa amministrazione pubblica italiana. Perché ai settecento individuati nei faldoni della Corte dei Conti ne andrebbero aggiunti molti altri: non passano, infatti, per i decreti della Corte i dipendenti statali con contratti non stabili cacciati senza neppure il disturbo di un provvedimento amministrativo o l’impiccio di un indennizzo, i dipendenti delle amministrazioni locali (comuni e provincie), quelli delle aziende pubbliche. E hanno un regime diverso i dipendenti militari (dai generali ai sottotenenti e giù giù ai marescialli) che quindi sfuggono a questo “Registro”. E si apre qui un campo di lavoro per storici e studiosi tutto da esplorare.

Ma c’è un ultimo elemento che questo libro ci restituisce. Ce lo ricordano, in modi diversi nella prefazione e nel saggio conclusivo, due storici come Michele Sarfatti e Adriano Prosperi. In quel tragico 1938 l’avvio dell’esclusione e della persecuzione antiebraiche, l’ideologia razzista e l’antisemitismo presero piede nel paese e nelle sue élite (cosa sono se non élite, i professori universitari, i magistrati, gli alti funzionari e dirigenti degli apparati tecnico burocratici i colleghi di quei sommersi e scacciati) innestandosi nell’ideologia fascista e nella macchina che il regime aveva ereditato dallo stato sabaudo e accresciuto e trasformato a sua immagine e somiglianza senza contraccolpi. Quelle scritte in rosso “di razza ebraica” vergate dalla Corte dei Conti accanto ai nomi degli espulsi furono chiuse dentro dei faldoni che riemergono solo ottant’anni dopo. Lo Stato, neppure quello repubblicano, ha voluto riprendere quelle carte e ricostruire la storia e la vita degli ebrei. Tra quelli che non emigrarono e che sopravvissero alla Shoah o che non si erano riscostruiti una vita del tutto diversa qualcuno tornò nei ranghi dell’amministrazione senza neppure il riconoscimento degli arretrati e delle carriere spezzate, senza le scuse e l’omaggio dovuti alle vittime.

E intanto qualcuno (Salvini per la precisione) propone il censimento dei rom e vedrete che tra un po’ si affaccerà anche l’idea di “mappare”, come si dice adesso, gli alunni divisi per religione magari con la scusa delle mense scolastiche. “Il Registro”, la testimonianza di questa efficientissima banalità del male e dell’indifferenza, va letto se non altro per ricostruire una memoria troppo a lungo sopita o chiusa nei faldoni.