La banalità del male
che insidia
la nostra psiche

Mi trovo in vacanza sull’isola di Stromboli. Come di consueto la mattina presto sto davanti al mio computer a scrivere, ospitati da un tavolaccio sommariamente dipinto di azzurro su una terrazza a strapiombo sul mare. Mi assale una specie di mal di pancia come quando conservi nello stomaco qualcosa di indigesto. Cerco di capire “liberamente associando” il motivo di questo inaspettato magone.
Ieri sera ho visto un video trasmesso dai social. Gente che si lancia in mare dalla nave Open Arms per raggiungere a nuoto Lampedusa, inseguita da volontari umanitari. E ancora, sulla nave la telecamera che riprende persone disperate, arrabbiate, in preda al panico, inconsolabili, incontenibili. La violenza e il dolore di quelle immagini mi turba.

In cerca di soccorso

E mi arrabbio per la loro condizione penosa, per la crudeltà a cui mai avrei pensato di assistere, anche se in differita. Anche questo mi dà pensiero: la cifra virtuale che ci mette in contatto, in maniera anemica e intrusiva, con le cose del mondo, da quelle più efferate all’oppio dei gossip. E così succede che quando sei seduto comodo sul divano di casa o in vacanza, come me, in una splendida mattina di metà agosto mentre guardi il mare, ti capita di “allucinare” tra le barche a vela e i gommoni, ragazzi neri che con bracciate disperate cercano soccorso.

Un sogno ad occhi aperti? Niente affatto! E’ l’inconscio che si fa sentire. E’ tutto quello che abbiamo incamerato durante il giorno soprattutto tutto quello che non abbiamo voluto vedere o che abbiamo fatto finta non ci riguardasse, che abbiamo frettolosamente conservato dentro i nostri cassettini interni. Sono le troppe immagini, notizie, fake, che sfogliamo e archiviamo con la velocità di un touch e, intanto, dentro di noi accade qualcosa, eccome se accade! E fa male, anzi per essere espliciti, ammala.

Testimoni impotenti

Penso a questa umanità che continua ad essere maltrattata, penso con dolore e apprensione a noi, maltrattati altrettanto anche se in un altro modo. Sì, a noi che assistiamo impotenti, a noi apparentemente “in vacanza”, al nostro privilegio scomodo. A noi incolpevoli ma tuttavia sottoposti continuamente ad affrontare internamente “magoni” come il mio. Sono preoccupata e amareggiata per quei disperati della Diciotti, della Open Arms, della Sea Watch, e di tutte le altre Ong, per chi su quelle navi non è riuscito a salire e per chi non è ancora riuscito a scendere, ma sono preoccupata anche per noi, testimoni impotenti. E’ bene che si parli anche di come questa incalzante e senza fine situazione sociale ricada sulla stragrande maggioranza delle persone determinando un pesante disagio psicologico che presenterà il conto come una cambiale a scadere.

Meccanismi di difesa

Lo dice bene Renè Kaes, psicoanalista contemporaneo nel suo libro “Il Malessere”. Quando la qualità e la quantità degli stimoli che incameriamo supera la capacità dell’individuo di organizzare i dati percettivi e la capacità di tollerare la loro intensità emotiva, succede che l’individuo o si difenda attraverso i consueti meccanismi di difesa o si ammali.
Di fronte ad una società patogena e patologica l’individuo reagisce con la negazione (“non è vero che sta accadendo”) il diniego (“è vero ma non è importante”) la rimozione (“conservare nei cassettini di prima”) la banalizzazione e la superficializzazione (meccanismi contagiosi e molto diffusi dai modelli attuali, cioè dal comportamento dei ministri in fieri e di una certa comunicazione), la scissione e la dissociazione (presenti soprattutto nei quadri psicopatologici più gravi ma blandamente anche nell’individuo “normale” e che consiste nel discostarsi dalla realtà alterandone il paradigma), l’intellettualizzazione (parlare, parlare e ancora parlare fino a confondersi in ragionamenti fini a se stessi, allontanandosi del tutto da ciò di cui si stava argomentando).

Sotto pressione

Oggi c’è troppa pressione psicologica e dobbiamo seriamente preoccuparci di quanto tutto il “Male”, comprensivo della sua banalità, incida sulla nostra salute mentale. Trascurare questa condizione significa coltivare il malessere individuale e sociale, alienare la capacità di confliggere, di affrontare le contraddizioni che annegano (mai termine fu più azzeccato) esse stesse nella suasione, nel sondaggismo, nella dipendenza da taluni modelli la cui voce tuonate si fa sentire su un palco nelle piazze d’Italia, o twittando dalla rete, o con le dirette sui social, o top of the top brandendo in aria rosari e crocifissi.

Insidia psicologica

Che risonanza interna hanno queste performance ?…Tanta, troppa.
Siamo in pericolo, tutti! C’è un’insidia psicologica oltre che politica che non appare ma che è pervasiva come il tarlo che, poco alla volta, sbriciola il legno più antico e pregiato.
Lanciare questo allarme è quello che in qualità di psicoanalista posso fare con questo modesto contributo. Facciamo attenzione, dunque, non perdiamo di vista la nostra salute mentale, l’equilibrio e l’armonia psichica.
E in che modo ?… Pensando, riflettendo, contrastando, dissentendo, mantenendo la criticità. Soprattutto soffrendo per noi prima ancora che per loro, poiché solo così potremmo essere interiormente più vicini alla loro condizione. “Stare” nella tragedia forse ci permetterà di vedere “persone” al posto di “sagome” avvolte come pacchi natalizi, in carta dorata.

Stare scomodi

Dobbiamo stare scomodi. Difenderci dalla iper-informazione, dalla iper-stimolazione che affolla la mente al punto da non far più pensare. E così accade che liquidiamo la questione migratoria perché ci piace credere nell’immagine aitante e muscolosa di giovani profughi che dunque non meritano l’accoglienza.
Sentiamo dire: “Perché non sono patiti ?…perché non si vedono i segni delle torture?…” . Pensate a che punto arriva la morbosità e la perversione. Accade quando il ricorso ai meccanismi di difesa è esasperato . Vuol dire che ci stiamo ammalando.

Impulsi primitivi

Siamo ad un passo dalla Cecità ben descritta da Josè Saramago: si diventa preda degli impulsi più primitivi.
Le recenti contestazioni che si sono levate in diverse città contro un uomo che fa, persino, specie chiamare ministro dell’Interno, sono la dimostrazione dello scombussolamento psicologico in fieri e non vanno confuse con una consapevole presa di posizione politica, né sono frutto maturo di un’autentica riflessione. Sono piuttosto l’espressione del vissuto dell’affidabilità tradita, sono la reazione rabbiosa per aver creduto con mansuetudine di essere sollevati dal peso delle decisioni, delle responsabilità, del conflitto.

Il tempo dell’opposizione

Si tratta del rigurgito di una dipendenza disattesa. Sono simili alle reazioni scomposte dei bambini quando prometti una cosa che non mantieni e reagiscono solo in virtù dello scossone alle loro sicurezze che avevano affidato al genitore. Non confondiamole col dissenso. Sono piuttosto il prodotto della rabbia e dello smarrimento. Adesso è arrivato il tempo dell’ opposizione, prima che sia troppo tardi, per non ritrovarci tra poco dentro una puntata di Walking Dead visto che già abbiamo esaurito tutte le stagioni di Black Mirror.