Kompatscher: ebrei
e memoria, Sudtirolo
pronto a fare i conti

Pochi sanno che Merano, splendente cittadina sudtirolese, sarebbe probabilmente un modesto villaggio e non il luogo di cura ed eleganza che ha sedotto l’Europa lungo un tempo infinito se non ci fossero stati gli ebrei. Si sono inventati, quasi, il marchio vincente di una località comunque bellissima per tracce di storia e contesto naturale. A loro venne in mente di promuovere Merano nel reticolo privilegiato dei luoghi d’intersezione del continente, partendo dalle sue dotazioni, dall’aria salubre, dal profumo dei suoi fiori, dalla mitezza di un clima mediterraneo, dal suo insistere nel collo d’imbuto di tre bellissime valli che portano sulle rive del Passirio gli aliti di centinaia di boschi dalle essenze diverse.

Aprirono negozi di lusso, officine e laboratori, costruirono alberghi e sanatori. E non solo per i ricchi: la comunità ebraica fece in modo che una parte dell’accoglienza in questo benevolo angolo di montagna fosse riservata a chi non aveva nulla, ai poveri che avevano bisogno di cure. Tale era il senso di sicurezza, di morbida protezione che questo ormai fascinoso luogo di cura sembrava offrire, che la zona, il Meranese, divenne una sorta di stazione intermedia nella perenne fuga di centinaia di ebrei dai prodromi del nazifascismo, soprattutto venuti ora dal nord.

La scomparsa degli ebrei

merano

Poi, sparirono tutti, o quasi, fuggiti in tempo, deportati, gasati, eliminati: donne, bambini, albergatori, medici, artigiani, bottegai. La comunità ebraica fu rasa al suolo, i suoi beni confiscati, i suoi componenti spesso denunciati alle SS dai vicini, così che madri e padri denunciarono perché “ebrei” i genitori – ma anche i figli – dei bimbi con i quali i loro figli giocavano da sempre. Nessuno ha pagato per questo, ma intanto mezza Merano è passata di mano grazie all’eliminazione totale dei suoi titolari e alla delazione ricompensata.

Il Sudtirolo – piegato a forza in uno Stato che prima, con il regime, proibì lo studio del tedesco nelle scuole e nel Dopoguerra ci mise decenni prima di riconoscere diversità e autonomia – fatica a fare i conti con il suo passato, preferisce pensare d’essere una vittima e lo è solo in parte, un po’ come lo Stato italiano in cui il fascismo è stato solo coperto, per pudicizia iniziale, tenuto al caldo, protetto perfino dall’assedio che gli muove da sempre la Carta Costituzionale. (Essenziali, per risalire questo percorso storico, gli scritti di Federico Steinhaus, Sabine Mayr e YochiHoffer, sostenuti dalla costanza e dall’intelligenza della piccola ma molto attiva comunità ebraica).

Il caso Mengele, il caso Nicolussi-Leck

In questa duttile ambiguità, sono accaduti fatti che mostrano il costo storico di quei conti mai avviati con le proprie responsabilità. Due, intanto. Joseph Mengele, il più crudele medico di Auschwitz, uno sterminatore di cavie umane, sfuggito al processo di Norimberga e anche al Mossad, trovò rifugio, per un certo tempo, anche nel Sudtirolo. Ben dopo la fine della guerra. Per garantire la sicurezza di un ricercato internazionale serve una rete di sostegno a prova di bomba, vasta, ben organizzata, e Mengele la ottenne, non lontano da Merano. Nessuno sapeva, ha saputo qualcosa? Nessuno.

Secondo: c’era un celebre capitano delle SS che in un primo tempo aveva trovato rifugio, come altri criminali nazisti, in Sudamerica. Si chiamava Karl Nicolussi-Leck, nato in Sudtirolo, tra i fondatori del partito nazista in quelle valli. Un uomo fortunato. Perché in un tempo ragionevolmente breve maturarono le condizioni per un suo ritorno a casa.

La doppia vita del curatore d’arte

Lui si mise ad ammettere le sue colpe, pubblicamente, disse d’essere pentito e che avrebbe trasformato la sua esistenza in una confessione ininterrotta sulla via della redenzione, chiedendo scusa al mondo per i crimini che aveva disgraziatamente compiuto. E aveva a disposizione qualche numero: sapeva d’arte e si muoveva bene in ambienti acculturati. Così, con il saio del pentimento, divenne il responsabile del Museo d’Arte Moderna, conosciuto ora come Museion, una delle più importanti istituzioni culturali pubbliche del Sud Tirolo. Chi lo aveva invitato a tornare? Quali ambienti si erano mossi per garantire questo caldo ritorno a casa?

Ci pensò, negli anni, lo stesso Nicolussi-Leck a guadagnarsi la stima e la simpatia di tanti che non sapevano, era dotato di spirito, intelligente, veloce. Pareva si stesse assistendo ad una parabola difficile, tutta tesa su una linea strettissima, ma tuttavia umana. Si scoprì invece che mentre metteva in scena il pentimento, mentre porgeva le scuse, mentre tesseva questa nuova integerrima vita, operava attivamente nell’organizzazione internazionale che protegge e cura tutti gli ex gerarchi nazisti in fuga per le strade del mondo. Aveva mentito, a tutti? Quanti sapevano? Chi, in una terra che comunque ha avuto i suoi “santi”, contadini e preti che hanno saputo dir di no al nazismo, che hanno difeso gli innocenti, che hanno salvato vite in pericolo?

Da qualche anno, Arno Kompatscher è Landeshauptmann, il capo della orgogliosa Provincia Autonoma di Bolzano, in altre parole è il presidente di tutti i sudtirolesi e altoatesini. Lo è diventato in un momento della storia in cui la ricca “piccola patria” cresceva economicamente, si sviluppava sotto il profilo sociale mentre si allentavano le tensioni etniche e la SVP (la grande Volkspartei, partito di raccolta dei sudtirolesi di madrelingua tedesca, e ladina originata dal bisogno di quella terra di poter contrattare con la forza necessaria diritti e autonomia con lo Stato italiano) sembrava intenzionata a perdere la vecchia pelle temprata in durezza da un lungo confronto comunque etnico, e ad avviarsi sulla strada di una democrazia progressiva, aperta, laica, operosa.

Tempi mutati, anche in quella terra dolce che aveva ed ha una sua tempra, un carattere che si riflette perfino nel cromatismo delle case, interno ed esterno: se nel Tirolo del Nord sui muri, sugli abiti e nel mobilio trionfano colori pieni e accesi, nel Tirolo bolzanino si vira verso il pastello e l’incrocio con il fondale avviene senza la “violenza” tuttavia cinematografica registrata attorno a Innsbruck.

Kompatscher è amato molto tra i giovani, e nelle comunità urbane, sia tra i sudtirolesi di madrelingua tedesca che tra quelli di madrelingue italiana e ladina. Non sembra cedere a questa linea di affetti, invece, una parte storica delle colonne portanti della società locale, del suo establishment economico e culturale. Gli fanno ora guerra aperta, organizzazioni dei contadini e una parte di Confindustria, non lo vogliono, lo detestano, non lo riconoscono come parte del loro corpo.

La svolta di Kompatscher

bolzanoMa Kompatscher è il primo presidente della Provincia Autonoma di Bolzano a non perdere un appuntamento con le celebrazioni della Shoah, a prenderne parte con convinzione. Prima non andava così. Per decenni, le alte figure di rappresentanza del mondo sudtirolese non avevano mai partecipato ad alcuna ricorrenza legata alla Shoah. Sembra esagerato dire “mai”, e invece è il totale esatto di un altro conto mai maturato con la storia. Un conto che invece un giovane, leale avvocato, Kompatscher intende ora aprire a dispetto di molti.

Presidente, che sta accadendo alla SVP? Dove origina questo vento di chiusura che sembra scuotere il grande partito di raccolta?

“E’ un vento che sta attraversando l’Europa intera e anche più in là. Il salvinismo ha un polmone ben più ampio dell’Italia…”.

L’altra sera, alla presentazione di una bella edizione del Woyzeck di Buechner, in un convento fuori Bolzano, il padrone di casa ha salutato con affetto ed entusiasmo l’ex presidente della Provincia, Luis Durnwalder, e un assessore della sua attuale giunta, Philipp Achammer, ora capo del partito, in platea come lei. Ma a lei è stato riservata una citazione fredda e impersonale, quasi l’assolvimento di un fastidioso dovere burocratico…

“Ho notato la maggiore freddezza nei miei confronti, che, a dire la verità, non credo possa ascriversi unicamente al mio atteggiamento nei confronti della Shoah e di questa onda sovranista. Ci sono comunque molti modi per manifestare sintonia e distanza, questo è uno, neppure il più corretto: penso da sempre che questi saluti alle autorità in apertura di manifestazioni culturali siano deludenti: che importa se tra il pubblico c’è il presidente della Provincia o un assessore… siamo lì per rendere omaggio ad un evento culturale, non per far lisciare il pelo alla nostra vanità…”

Ma, scusi: lei ha mosso la coperta della memoria, ha scoperto quel frammento di società sudtirolese refrattaria all’auto-analisi, partecipando alle commemorazioni della Shoah lei ha lasciato “in mutande” chi prima di lei aveva del tutto, o quasi, ignorato questa fondamentale pagina di storia. L’antipatia che oggi la bersaglia ha una motivazione forte, profonda…

“Questione molto complessa. Sì, intanto: credo permangano zone grigie anche nella mia SVP. Devo ricordare che anche in passato sono stati compiuti passi importanti per non liquidare il passato senza rendiconto. Dallo stesso Magnago, con la Mostra sulle Opzioni del 1989, e da altri… ma qui, come altrove credo, è valsa la chiave universale: evitiamo di scavare e vivremo più tranquilli. Io non sono per niente d’accordo con questa linea, son convinto che tacere, nascondere, mentire faccia molto male alla intera società che prima o poi pagherà il prezzo di questa continua rimozione. Troppo spesso, questa operazione per niente salutare ha prodotto disastri qui come in Austria o a Roma, la Germania è un paese più sano, perché la sua coscienza ha saputo fare conti molto dolorosi…”

Ma come si spiega quella determinazione culturale e istituzionale che convinceva i piani alti della SVP a star lontani dalla Shoah? “Firmare” la propria assenza a quelle cerimonie aveva un senso molto forte: voleva dire, io non riconosco questa pagina di storia… Pesante, non trova? e nel cuore dell’Europa, non nel sottoscala…

“Provo solo a interpretare la visione delle cose che può aver promosso questo passo falso. Le manifestazioni per la Shoah erano piene di bandiere rosse e di falci e martello, e questo è un dato scenografico che ha certamente tenuto lontani i conservatori sudtirolesi da un contesto tuttavia necessario. Poi, una questione “nazionale”: alle celebrazioni ci sono sempre pezzi delle forze armate italiane, ed ecco un’altra condizione che rende poco attraente quella scenografia…”…

E le pare sufficiente? Non le sembra che questa ignominia recente, il no alla Shoah, riconnetta quelle che lei definiva “zone grigie” alla copertura data a Mengele in terra sudtirolese, o a Nicolussi-Leck, fino alla fine dei suoi giorni?

“Infatti, provavo solo a “vedere” con i loro occhi, queste condizioni mostrano con evidenza lo spessore del velo che sulla Shoah era stato deposto. Ci fosse stata coscienza piena della storia, avrebbero potuto concludere: va bene, noi non vogliamo farci inghiottire da quelle bandiere rosse e da quelle divise militari, quindi, ci organizziamo noi delle iniziative per ricordare la Shoah. Ma non l’hanno mai fatto.

Non volevano “vedere”, perché “vedere” corrispondeva all’avvio di un processo di autocoscienza collettivo, dal quale molti hanno tutto da perdere… quello che credo di sapere è che il popolo sudtirolese non è per nulla negazionista, c’è moltissima gente, brava gente che quei conti li ha fatti in privato, ben prima della politica. Qui, nella politica, riferendosi ai prodotti del nazifascismo, si è usi ribadire un concetto che trovo superato e pericoloso: “Siamo vittime, anche noi siamo vittime”.

Ed è certo vero che motivi per sostenere che i sudtirolesi abbiano pagato un prezzo alla storia ci sono. Che debbano chieder conto proprio a fascismo e nazismo per aggiornare quella contabilità è, per loro, particolare inessenziale. Ma tacere sul fatto che oltre a vittime siamo stati anche carnefici, questo è inaccettabile, storicamente infondato, moralmente inqualificabile. Qui ci sono state denunce, rastrellamenti, concentramenti, qui è nato un partito nazista molto attivo e velenoso, qui alcune radici non sono mai state del tutto recise, come in molti altri luoghi della terra”.

Chissà se questa posizione le garantisce il sostegno del potente Dolomiten (il più diffuso quotidiano di lingua tedesca)…

“Direi di no. Il Dolomiten, tempo fa, ha riportato un mio intervento nel corso di un evento pubblico proprio nel merito di cui stiamo ora discutendo. Era il primo in questo senso da Presidente della Provincia. Ricordava che io avessi detto “Siamo vittime”, cosa vera; ma avevo diversamente affermato “siamo vittime e carnefici”, avevano tolto la battuta sui carnefici… pareva brutto. Fortunatamente, però, nelle successive occasioni in cui ho di nuovo parlato di una terra di vittime e carnefici, la mia affermazione è stata riportata correttamente.”

La Provincia sta facendo qualcosa per favorire gli eventuali “risarcimenti”, per venire incontro agli eredi di vittime della Shoah?

“Mi sono personalmente occupato del problema. Siamo intervenuti in accordo con le famiglie fin dove abbiamo potuto. La legislazione italiana non lascia spazi in questo campo. In Germania avrei molto più facoltà di manovra. Per esempio, c’è la questione di Villa Italia a Merano, portata via illegittimamente dai nazifascisti alla famiglia Goetz. Pare impossibile venirne a capo positivamente. Così la villa sarà venduta, a dispetto di un gran senso di giustizia, ma almeno che il ricavato sia destinato a finanziare iniziative pubbliche in favore della memoria e di una nuova presa di coscienza…”

Quindi, lei ritiene che oggi il Sudtirolo, Merano, Bolzano, le bellissime valli possano riaccogliere quelle famiglie ebree che la Shoah ha triturato?

“E’ un mio desiderio forte e sentito, vorrei sapessero che il Sudtirolo ora è un luogo di pace e che questa è casa loro, davvero li abbraccerei se tornassero, questa Provincia li abbraccerebbe. Così, voglio dire ad ogni singolo ebreo che questa terra è pronta ad accoglierlo, forte di una nuova consapevolezza”.