Keith Jarrett, il pianista perduto
e il suo desiderio feroce di suonare

Bisogna avere più di settant’anni, o essere cinefili incalliti, per ricordarsi di Incantesimo, un film del 1956 con Tyrone Power e Kim Novak, con la regia di George Sidney. Power interpreta il pianista e direttore d’orchestra statunitense Eddy Duchin, dagli esordi fino alla morte, avvenuta nel 1951 in seguito a una leucemia.

Mi rivedo come se fosse ieri, seduto in un cinema all’aperto, insieme ai miei genitori, probabilmente nell’estate del 1960. Power era scomparso da un paio d’anni, e capivo che era stato uno dei loro attori preferiti: era più o meno loro coetaneo. Ricordo in modo specialmente vivido un’inquadratura di quel film: un primo piano della mano del protagonista, che si contrae in uno spasmo durante un concerto, segno premonitore del male incurabile che porterà Power/Duchin alla fine.

La notizia dell’impossibilità di Keith Jarrett di continuare a essere un pianista mi ha richiamato alla memoria quel film, e soprattutto quell’inquadratura, ed è abbastanza ovvio. Ma non è la prima volta, e ora sono abbastanza convinto che la ragione per cui la mano contratta di Power mi è rimasta così tanto in mente è che forse quello fu il mio primo incontro – ragazzino di dieci anni, in un cinema di Arenzano – con la morte, o meglio, con la fine della vita. Non poter più fare qualcosa che hai sempre fatto, ecco cos’è.

Di casi come quello di Jarrett ce ne sono tantissimi, troppi, non vale nemmeno la pena che ricordi che di lui, pianista famosissimo, ci interessiamo, dimenticandoci delle centinaia di persone che ogni giorno sono colpite dallo stesso male (circa duecentomila ogni anno, solo in Italia), e spesso non sopravvivono. Per non dire di altre forme di impedimento, come l’artrite o altre infiammazioni, che interrompono – spesso definitivamente – le carriere di tanti lavoratori manuali, inclusi i musicisti. Keith Emerson si è suicidato, nel 2016, perché le sue mani rattrappite dall’artrosi non gli permettevano di suonare. E ci ricordiamo del calvario di Domenico Modugno, e dimentichiamo che magari proprio adesso c’è qualche musicista, anche famoso, che lotta strenuamente per riprendere almeno parzialmente il controllo delle dita, delle mani, delle braccia.

Ma, permettetemi di dirlo, il caso di Jarrett è speciale. Perché per Jarrett il “desiderio feroce di suonare” (parole sue) non era solo una ragione di vita, come ogni musicista potrebbe rivendicare, ma il fondamento filosofico dell’esistenza. Parlo al passato, sapendo bene che Jarrett è vivo e augurandogli di restare con noi altri cent’anni; ma è stato lo stesso Jarrett a dichiarare: “Non sono [più] un pianista.” Ed essere un pianista, per Jarrett, voleva dire (vuol dire) essere parte di una macchina, costituita da tre componenti inscindibili: il pianoforte nella sua materialità, il suono come fenomeno fisico, e il corpo/mente del suonatore.

È un’idea, non solo un’immagine metaforica, che si collega agli insegnamenti di George Ivanovic Gurdjieff, filosofo, maestro di vita e di pensiero, vissuto tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, che ha avuto tra i suoi seguaci (anche decenni dopo la morte) artisti di molte generazioni e discipline, da Frank Lloyd Wright a Peter Brook, da Robert Fripp a Franco Battiato, e a Jarrett. Le teorie di Gurdjieff sono rintracciabili in libri pubblicati a suo nome, o di suoi discepoli (Piotr Demianovich Ouspenskij), o, se vi accontentate, nel saggio su Keith Jarrett che scrissi anni fa per il suo concerto al Teatro alla Scala, e che si trova nel libro Il suono in cui viviamo. Lì si cerca di spiegare la relazione tra il pensiero musicale di Jarrett (termine appropriato, in questo caso) e gli insegnamenti di Gurdjieff e del sufismo.

Per Jarrett, per quel Jarrett, il corpo non è soltanto lo strumento che permette alla mente di esprimersi attraverso i suoni: anzi, è precisamente parte inscindibile della mente musicale. Il grande merito di Jarrett, grazie alla sua fama, e al suo stile, è di avere riportato il corpo al centro del concertismo, dopo più di un secolo nel quale la musica cosiddetta “colta” era stata soggetta ad un processo di decorporeizzazione, ridotta a puro pensiero reificato nella notazione musicale. Così si era creato quel crampo del senso comune, secondo il quale il corpo nella musica del Novecento (e oltre) sarebbe incarnato dal jazz, dal rock, dalle musiche “etniche”, dimenticando quanta corporeità ci fosse nella musica “classica” prima che fosse chiamata tale.

Jarrett, certo, è un jazzista. Ma si è formato sulla musica di Bartók, ha eseguito e registrato musica di Bach, di Mozart, di Šostakóvič, e lo stile dei suoi concerti per pianoforte solo ha col jazz una parentela incerta. Jarrett improvvisa, sì. Ma anche Beethoven e Liszt lo facevano, sullo stesso strumento. E Miles Davis parlando delle improvvisazioni di Jarrett accennò a “quelle meravigliose melodie irlandesi”. La musica dei concerti pianistici di Jarrett nasce dal calcolo, dall’avventura, dal rischio, dall’abbandono a quel “desiderio feroce”. Per moltissimi ascoltatori Jarrett ha restituito all’improvvisazione pianistica quella carnalità che aveva ancora nella prima metà dell’Ottocento. Per questo la paralisi della parte sinistra del corpo di Jarrett, e il solo parziale recupero della destra, non solo ci tolgono un pianista: ci tolgono una musica che aveva colmato un vuoto. Auguri, signor Jarrett.