Kamala: “Prima vicepresidente
ma non sarò l’ultima”

Il suo motto è quello di sua madre, Shyamala Gopalan, arrivata dall’India a 19 anni per studiare nel Paese delle opportunità e che pure sapeva bene che il colore della pelle delle sue figlie non avrebbe reso loro la vita facile. Pelle scura, dono del padre economista giamaicano, così assente quando le bambine erano piccole e Shyamala, con le sue ricerche sul cancro e le docenze universitarie, doveva fare i conti con le discriminazioni razziali e quelle di genere. “Puoi essere la prima, assicurati di non essere l’ultima”.

Kamala: “We did it”, ce l’abbiamo fatta

Kamala Harris, nel giorno che segna un nuovo primato per lei e per gli Usa – prima vice presidente, dopo essere stata prima di tante altre cose, procuratrice e senatrice nera della California – declina quel motto per la circostanza. “Sono la prima, non sarò l’ultima”, dice mentre nel suo discorso ricorda le donne, tutte le donne del Paese, ma soprattutto le donne nere, “così spesso trascurate, ma che altrettanto spesso hanno mostrato di essere la spina dorsale della nostra democrazia”. Anche ora, anche con questo voto che ha tenuto con il fiato sospeso l’America e che davvero è stato un voto per salvare l’anima del Paese, come ricorda dal palco della vittoria.

Quattro anni, ventimila bugie

A quattro anni di distanza dal voto che inaugurò l’era delle fake news (sul contatore dei media Usa Trump ha superato le 20.000 bugie) e della verità alternativa, che è poi solo un altro modo di definire la falsità, Kamala Harris non è solo una vicepresidente da record – la prima, nel ticket più votato di sempre. E’ la rivincita contro l’uomo che si vantava di “afferrare le donne per la fica”  (sic), con uno strascico di accuse di molestie e una moglie da esibizione, mentre l’America scopriva quello che tutti hanno sempre saputo e creduto normale fino a quando le donne non hanno alzato la bandiera del MeToo.

Kamala Harris con la famiglia indiana

Kamala Harris con il nome della dea della prosperità, nasce da un mix di culture, dove è impossibile segnare un confine netto: noi, gli altri. Nemmeno su un piano religioso. Da ragazzina frequenta sia il tempio hindu che la chiesa battista. Per storia familiare è immersa nelle battaglie per i diritti civili, è ancora nel passeggino quando i suoi la portano alle prime manifestazioni. Dopo il divorzio dei genitori quando aveva solo 7 anni, la madre diventa la colonna della sua vita. E di quella madre Kamala parla nel giorno della vittoria, la madre che non avrebbe mai immaginato tanto ma che “credeva profondamente in un’America dove un momento come questo è possibile”.

Vietato giocare sul prato

Educata a non darsi mai per vinta, Kamala è la ragazzina che a 13 anni organizza una protesta nel condominio che vietava di giocare sul prato e che alle superiori raduna tutte le ragazze della scuola frequentata a Montreal perché nessuna restasse non invitata al ballo. Poi gli studi di legge all’università di Howard e Hasting e una carriera giuridica che inizialmente non viene appoggiata in famiglia ma che la porta nel 2003 a diventare procuratrice distrettuale e nel 2010 prima procuratrice della California: lei donna, nera e di origine asiatica.

E’ un periodo che le vale il titolo di “top cop”, super poliziotta, non proprio un complimento nelle file democratiche. Le si rimprovera un atteggiamento ondivago sulla pena di morte (negata al condannato per l’omicidio di un giovane agente ma non sostenuta come legge) e la mano pesante nel perseguire i reati (quando è procuratrice a San Francisco la percentuale delle condanne balza dal 52 al 67%). Suo anche il tentativo di perseguire i genitori per frenare l’assenteismo scolastico dei figli e il rifiuto di investigare sulla morte di due giovani neri per mano della polizia. Ma Kamala Harris è anche la prima a combattere la prostituzione a San Francisco dando alle prostitute lo status di vittime. E la prima a chiedere l’uso delle videocamere sugli agenti per registrarne l’intervento e ad aprire un sito, Open Justice, per dare accesso agli atti che riguardano le violenze della polizia. Da senatrice diventa virale sul web il suo modo di interrogare pezzi da novanta nelle audizioni pubbliche, strapazza l’ex ministro della giustizia Jeff Session e Brett Kavanaugh, nominato da Trump alla Corte Suprema. Quando si getta nella corsa per le presidenziali strapazza anche Biden, rinfacciandogli di essersi compiaciuto della collaborazione con due senatori segregazionisti negli anni ’70, prima di cedergli il passo.

Il discorso della vittoria

“Obama donna? No grazie”

Kamala ha grinta e energia da vendere, una carta importante da giocare nell’America del MeToo e del Black lives matter – il polso mostrato da procuratrice ha bilanciato quanti temevano slogan come “defund the police”, togliamo i fondi alla polizia, gridati durante le proteste di questi mesi. La chiamano “l’Obama donna”, cosa che non le piace. Obama che l’aveva definita a suo tempo “la più bella procuratrice americana” si è poi dovuto rimangiare il complimento che l’aveva fatta infuriare per la venatura sessista.

Per Biden, che si è autodefinito un presidente di transizione, Kamala Harris è la proiezione verso il futuro che la sua presidenza iniziata a 78 anni non può ragionevolmente avere. Dopo la sbiadita vicepresidenza di Pence, oscurata dalla ridondanza e dagli eccessi di Trump, Kamala Harris è anche la rivincita dei numeri due. Oggi si parla di lei, di suo marito Douglas Emhoff – primo second gentleman della storia Usa – avvocato ebreo sposato a 50 anni, con due figli suoi che ora la chiamano “Momala”, per lei – dice – “il titolo più bello”. Dal palco dove introduce la presidenza Biden, vestita di bianco in onore delle suffragette, Kamala promette di lavorare duro per l’America e ricorda che la democrazia non va mai data per scontata. E così infatti non è stato stavolta. “Noi, il popolo” ha parlato e ha “scelto la speranza, l’unità, la decenza, la scienza e, sì, la verità”. L’America può tornare a respirare.