Juve-Atalanta, quel rigore osceno
che entra nel museo degli orrori

Il primo rigore fischiato all’Atalanta nel match contro la Juventus dall’arbitro triestino Paolo Giacomelli è osceno e destinato a entrare nel museo degli orrori pallonari, quello dove campeggiano, nel salone principale, le statue in pura palta di Moggi e Giraudo, esimi calciopolisti. Come fece una volta Carmelo Bene, verrebbe da forzare l’etimologia del termine (giunge a noi dal latino obscenus) per aggiungere a “infausto”, “laido” e “turpe” anche “fuori di scena”.

Una questione di gomito

Ecco: sanzionare con la massima punizione De Roon che viene colpito su un gomito tenuto aderente al corpo dal pallone calciato da Dybala, oltretutto mentre è mezzo girato, è un gesto “fuori di scena”, fuori contesto, che col calcio così come è nato ed è stato vissuto finora non c’entra. È un vulnus, una ferita alla sua bellezza agonistica. È altrove, non appartiene al football.

Dov’è allora? Dove nasce quella scelta sanzionatoria assurda? La prima sorgente è il paraculismo arbitrale italico. L’Aia (l’Associazione italiana arbitri) annovera direttori di gara non peggiori tecnicamente di quelli operanti nel resto del mondo, tanto che sovente vengono chiamati a fischiare in tornei internazionali e in match importanti. Qualcuno però, nell’eletta schiera, ogni tanto propende (inconsciamente?) verso interpretazioni del gioco che, diciamo così, non danneggiano le squadre potenti in partite contro squadre meno potenti. Il primo rigore concesso alla Juventus sembra quasi non venga valutato, ma “pesato”, come diceva Enrico Cuccia per certe partecipazioni azionarie, decisive seppur di minoranza. Una variante della classica sudditanza psicologica, contro cui poco possono il Var e la tecnologia tridimensionale Cross Air, utile quest’ultima a “fotografare” i fuorigioco di mezza unghia e a ingrassare qualche conto in banca. Una forma di gattopardismo nazionale, negli ultimi tempi meno ruggente, più carsica, però ogni tanto ricorrente. Nei casi in bilico, occhio se di mezzo ci sono squadre di prima fascia, Juve, Inter, Milan, Roma etc..

Le nuove regole sul tocco di mano

Ma c’è dell’altro, purtroppo. Dall’anno scorso nuove regole per il tocco di mani in area del difensore spingono progressivamente verso la massima punizione sempre e comunque, spazzando via le valutazioni sulla volontarietà o meno del fallo. Fino a qualche mese fa almeno restava da vedere se il braccio era o no staccato dal corpo, se aumentava in sostanza il volume occupato da quest’ultimo, oppure se compiva un movimento incongruo (la casistica è ancora più variegata ma passiamo oltre). L’atalantino De Roon avrebbe dovuto godere delle esimenti: braccio attaccato al busto, niente rigore. No, dal 12 luglio del 2020 in Italia si dà sempre e comunque rigore quando la palla tocca il braccio del difensore, che risulta quindi sfavorito per il fatto stesso di possedere (che malandrino!) entrambi gli arti superiori. Per gli arbitri una manna, un dubbio in meno. La palla batte sulla zucca del difensore e poi gli tocca il polso? Ieri non era rigore oggi sì. Cadi a terra e prima dell’impatto tocchi senza volerlo la palla con la mano? Ieri non era rigore oggi sì. A quanto pare.

L’Ifab, l’International Football Association Board deputato a scrivere e riscrivere le regole del gioco, ha di recente stabilito che “il fallo di mano accidentale di un giocatore in attacco sarà penalizzato soltanto nel caso in cui immediatamente si traduca in un goal o in un’ovvia opportunità per il giocatore e/o la sua squadra di segnare un goal”: quando si dice mano leggera. I difensori, invece, quella mano in area dovrebbero tagliarsela. Ma si sa, più reti uguale più spettacolo uguale più soldi da sponsor e tv.

Siamo di fronte a un radicalismo di comodo, a un estremismo sul sofà che assomiglia perversamente al politically correct nella sua versione più stupida e triviale, talvolta il mezzo più facile per smettere di pensare, analizzare, valutare storicamente. Un piccolo/grande segno dei tempi.