Jan Kuciak, l’inchiesta non si ferma così

Jan Kuciak, ucciso dalla ‘ndrangheta. La notizia che gli assassini del giornalista slovacco e della sua fidanzata Martina Kusnirova, secondo le prime indagini, provengono da quattro famiglie calabresi che dopo la caduta del muro sono state veloci ad entrare nei mercati dell’Est esportando il “metodo ‘ndrangheta”, fa di Jan un “nostro” morto. Come Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Pippo Fava, Mauro De Mauro, un elenco lungo, troppo lungo, di giornalisti fatti tacere col piombo.

Jan Kuciak si era occupato di legami tra la ‘ndrangheta italiana e la politica slovacca

Jan indagava sugli intrecci tra mafia e potere. Come Daphne Caruana Galizia, uccisa a Malta lo scorso ottobre, la sua auto trasformata in una bomba. Jan e Daphne, tutti e due dietro la pista italiana. Esportiamo assassini della libertà di stampa?

È un sorriso molto amaro quello che ci lasciano certe notizie dalla Slovacchia, dove qualcuno ha scritto che “qui non sono abituati a veder uccidere dei giornalisti”. È vero, da noi un giornalista minacciato è cosa all’ordine del giorno, non fa notizia: 25 solo a gennaio, secondo l’osservatorio di Ossigeno per l’informazione, 3.537 dal 2006 a oggi, in un crescendo spaventoso. L’anno passato ci sono state 84 aggressioni fisiche, 156 “avvertimenti”, 17 danneggiamenti, per non dire del linguaggio dell’odio che si scatena sui social contro i giornalisti che fanno (bene) il loro mestiere di raccontare, di cercare brandelli di verità.

Non sono problemi di categoria, non sono incidenti sul lavoro: è un gravissimo problema di libertà di informare e di essere informati. Per questo in Italia stiamo imparando a fare “scorta mediatica”: dove viene fermato un cronista, altri ne arrivano, di altri giornali e di altre tv. Come è avvenuto a Ostia, dove l’aggressione a Daniele Piervincenzi – il giornalista di “Nemo” – da parte di un boss del clan Spada, ha portato ad un martellamento di notizie, e poi di indagini, e di arresti, sulla realtà del litorale romano.

I giornalisti slovacchi hanno già ripreso l’indagine giornalistica di Jan, dal punto dove lui l’aveva lasciata: “Jan Kuciak è morto, ma le sue ultime parole non sono ancora state pronunciate. Continueremo il lavoro investigativo di Jan. Jan Kuciak è morto, ma la verità non lo è. La troveremo e faremo in modo che il mondo la conosca”, ha detto il direttore della sua società editrice.

Ma anche i giornalisti italiani si stanno mobilitando, a partire da quelli Rai che hanno chiesto all’azienda non solo di mandare in onda il reportage di Jan Kuciak, ma di muovere gli inviati per proseguire quell’indagine.

Per non lasciare che le mafie agiscano nei coni d’ombra dell’informazione.