Ius soli, 800mila ragazzi in attesa davanti a una porta chiusa

Ci sono almeno ottocento mila bambini o ragazzi che aspettano lo ius soli. Ce ne dovremmo rallegrare: ottocento mila persone che vivono in Italia, studiano qui e qui sperano di lavorare, che vogliono essere italiani. La loro lingua madre è l’italiano, a volte parlano uno dei nostri tanti dialetti. Sono nati da genitori stranieri, e forse mangiano più riso che pasta, più speziato che sciapo. Ma che vogliono essere italiani.

Ottocento mila ragazzi

ius soli, ragazzi, scuolaEcco, non possono. La questione dello ius soli è tutta qui, porte sbarrate a ottocento mila giovani. Per discutere sul diritto di diventare italiani il Parlamento non ha mai tempo. E’ una legge che non costa nulla, eppure davanti ha barriere insormontabili. Ora perché governano i sovranisti che non ne vogliono sentir parlare, ora perché governano partiti meno xenofobi che temono di lanciare la palla troppo lontano e su certi argomenti poi… temono il rischio di perder voti.

Ma quali voti perduti

Prima sciocchezza, ma quali voti perduti. Il settanta per cento di italiani doc sono favorevoli a una delle tre proposte di legge, più o meno temperate ma nessuna estremista, che giacciono in Parlamento. Se si perderanno voti da una parte se ne acquisteranno dall’altra. E poi, se per una maggioranza così ampia è pacifico che sia italiano chi è nato o vive fin da piccino in Italia, frequenta le nostre scuole, parla la nostra lingua, condivide la nostra storia la questione dei voti perduti è solo un inganno.

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Seconda sciocchezza, correre dietro ai sovranisti. Se si vogliono battere, non bisogna temerli. Dunque si abroghino i decreti sicurezza, tutti e due, prima che ci pensi la Corte Costituzionale e si dia avvio allo ius soli, con una discussione celere. Li abbiamo già delusi abbastanza questi ragazzi, aspettare un momento più propizio non ha alcun senso, il momento è adesso.
Perché lo sanno tutti che i tempi con cui si ottiene la cittadinanza in Italia sono lunghissimi. A quelli stabiliti dalla legge vigente (i nati in Italia da genitori stranieri a 18 anni, i bambini arrivati in Italia comunque al compimento del diciottesimo anno) vanno aggiunti quelli della burocrazia, circa quattro anni per dare risposta alla domanda. Dunque oggi si può diventare italiani non prima di 22 anni.

Un brindisi all’anagrafe

Mi è capitato di accompagnare all’anagrafe un amico che doveva ritirare il certificato di cittadinanza. E’ un trentacinquenne, venuto in Italia a 16 anni per studiare e rimasto poi qui a lavorare. Parla e scrive perfettamente italiano, fa il giornalista, ha un buon lavoro che si è procurato da sé dando lavoro a italiani. Eppure ha dovuto aspettare un tempo infinito.

Quando ha avuto il certificato in mano, tra l’evidente stupore dei funzionari del comune, abbiamo tirato fuori una bottiglia di spumante e abbiamo brindato tra di noi e con loro. Una bizzarra piccola allegra cerimonia per festeggiare l’evento: amici eravamo da tempo, ma in quel momento ci è sembrato di aver raggiunto una vicinanza anche burocratica, un’uguaglianza.
Ecco, un’uguaglianza. E’ una cosa da festeggiare, sempre. E favorire, anche. Lo ius soli non è ancora un diritto, ma è un passo verso l’uguaglianza.
A chi ha paura dell’azzardo bisognerebbe dire che senza coraggio non si innova nulla, né la politica né la società. E se si avesse avuto paura di disturbare questo o quel potere, i diritti di cui godiamo da più di mezzo secolo, quelli che ci sembrano normali, non ci sarebbero per nessuno. Quando invece si è voluto cancellarli, i diritti, in obbedienza a questo o quel potente, abbiamo perso tutti: non fosse stato eliminato l’articolo 128, l’abisso di precarietà lavorativa in cui si dibattono i giovani non sarebbe così profondo. E questo non è un altro discorso.