Ius soli svenduto
per un pugno di voti

Singolare che una legge, lo ius soli, che in altri paesi appena appena civili sarebbe stata approvata in un paio di settimane, venga alla fine affossata per un calcolo elettorale.

Singolare che a pronunciare la sentenza sia Maurizio Lupi, già compagno di Roberto Formigoni, il Celeste, Memores Domini, anima e padrone per decenni di Comunione e liberazione. Lo stesso Maurizio Lupi, che alla testa di Alternativa popolare pochi giorni fa aveva commentato le parole del cardinale Gualtiero Bassetti scrivendo: “Totale adesione…”. Il presidente della Cei aveva, durante la messa nella cattedrale di Perugia, pregato per i suoi “profughi” (i “miei profughi”), aveva invocato solidarietà per loro, aveva chiesto politiche ispirate al motto della Conferenza episcopale, “Liberi di restare, liberi di partire”, e aveva infine sollecitato una “conversione dell’Europa”.


Grazie al tandem Alfano – Lupi non si costruirà nemmeno il primo gradino, quello più semplice, di questa “conversione”: riconoscere a chi è nato in Italia la cittadinanza italiana. La ragione l’ha spiegata con formidabile sincerità lo stesso Lupi: per non fare un regalo alla Lega. Siamo sì o no in perenne campagna elettorale? Vince sì o no ovunque la destra razzista, xenofoba e magari, visto che gli ingredienti sono quelli, nazista? Quindi, adeguiamoci: diamo una mano a Salvini. Che ha già vinto e che si vanterà per mesi della vittoria: vedete, dirà nelle piazze, batti e ribatti ce l’ho fatta.
Non gioirà solo Salvini: alla festa si accoderanno Casa Pound e Forza Nuova.
Alla festa non mancheranno i Cinque Stelle in virtù della “nobile” considerazione che la discussione sulla legge, in questo momento, si presterebbe a derive propagandistiche (con una totale inversione di rotta rispetto solo a qualche anno fa: a proposito di propaganda!). Per questo mi verrebbe voglia di scrivere al signor Di Maio, nuovo leader assoluto dei Cinque Stelle. Mentre il capo distribuiva banconote (false) ai giornalisti, con sommo rispetto della democrazia e delle persone, Di Maio dalla tribuna di Rimini esordiva promettendo che avrebbe cambiato l’Italia. Peccato che abbia rinunciato persino ad accettare il cambiamento che è già avvenuto.
Vorrei infatti segnalare che una legge di questo genere fotograferebbe semplicemente lo stato del paese (basterebbe entrare in una scuola italiana di qualsiasi ordine e grado per capirlo) e che è interesse di questo paese prendere atto della realtà per contare su cittadini che se ne sentono parte integrante. Forse ci si poteva pensare prima, molto prima. Ma quando pareva si fosse giunti alla fine di un estenuante percorso, nel luglio scorso, la legge viene rinviata con la scusa che sarebbe stato impopolare approvarla nei giorni in cui gli sbarchi si infittivano. Come se si potesse stabilire un rapporto tra i ragazzi nati qui, sempre vissuti qui, che si esprimono in un perfetto italiano, con l’ultima emergenza.
Poi, ministro Minniti all’opera, gli sbarchi diminuiscono, l’emergenza diventa meno emergenza. Però alla vista ci sono le elezioni, le paure si manipolano e si usano (non tutte, ovviamente: pare ad esempio che la criminalità organizzata non metta paura, vedi il caso Seregno, nord Milano) ed allora il patto politico viene accantonato da una forza che conta poco, che ricatta, che tiene un piede in due scarpe, guidata da personaggi che se potessero si candiderebbero da una parte e pure dall’altra e da un’altra ancora. Tanto gli ideali li muovono.
Il Pd non ha saputo reagire, non ha saputo imporre ai suoi alleati neppure il valore dei numeri. Così l’idea resta nel cassetto. Forse un’idea di sinistra, ma che dovrebbe appartenere anche al centro e persino alla destra, se in Italia esistesse una vera destra liberale. A sostenerla nel modo più vivace e convinto rimane la Chiesa di papa Francesco (e del cardinal Bassetti).