Ius soli: insegnanti
in sciopero della fame

Oggi in centinaia di insegnanti ed educatori faremo un nuovo sciopero della fame per sollecitare la discussione della legge e in oltre cinquanta città si svolgeranno manifestazioni di ogni genere a favore dello ius soli e lo ius culturae. Da Torino a Napoli e a Palermo, da Bologna a Perugia, fino a Senigallia, Molfetta e in decine di altre città piccole e grandi, nelle scuole la mattina e in diversi luoghi al pomeriggio, la giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza si è trasformata quest’anno in un giorno di lotta alla non cittadinanza, in cui sono costretti a vivere gli oltre ottocentomila studenti nati in Italia o arrivati qui da piccoli.

A Roma dalle 15 alle 19, a piazza Montecitorio, ci sarà un appuntamento in cui convergeranno le tante iniziative che si sono sviluppate in queste settimane nella capitale, insieme a delegazioni da altre città come Reggio Emilia.

A l’Aquila moltissime scuole hanno aderito all’iniziativa di oggi pomeriggio e ad Iglesias le insegnanti di scuola primaria che sono state denunciate in un’interrogazione parlamentare per il lavoro di sensibilizzazione che ha visto le ragazze e i ragazzi protagonisti continuano il loro lavoro sostenute dai genitori.

Il 3 ottobre il primo sciopero della fame messo in atto da 990 insegnanti in tutta Italia ha contribuito a smuovere le acque intorno a una legge ferma da due anni, che in molti si erano affrettati a dare per persa.

L’appello lanciato dal Movimento di Cooperazione Educativa, il CIDI (Centro iniziativa democratica insegnanti) , il CEMEA ( Centri d’Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva)  insieme a molte scuole per stranieri, ha portato oltre cento parlamentari ad iniziare uno sciopero della fame a staffetta ampliando i confini di una campagna di lotta e sensibilizzazione delle associazioni che da anni si battono per l’approvazione della legge, a partire da “Ero straniero”. Sono centinaia le sigle che, su impulso dell’ARCI, si sono coordinate e hanno rilanciato in queste settimane la campagna “A scuola nessuno è straniero”. L’appello partito dagli insegnanti, insieme a tanti altri lanciati da associazioni impegnate da anni e a quelle di intellettuali, artisti e cittadini di buona volontà democratica, ha avuto l’effetto di rimettere all’ordine del giorno la questione inderogabile della cittadinanza.

Non credo sia un caso che tutto ciò sia nato dagli insegnanti perché la scuola, sia pur con modalità diverse e tra mille contraddizioni, è stato certamente il luogo pubblico di maggiore accoglienza delle famiglie straniere giunte in Italia negli ultimi decenni. I nidi, le scuole dell’infanzia e le scuole primarie soprattutto, ma anche molte scuole secondarie vedono un numero sempre più consistente di insegnanti impegnate e impegnati in un lavoro silenzioso e prezioso, che non si limita ad accogliere in classe bambine e bambini le cui famiglie vengono da lontano e parlano in casa una lingua diversa dalla nostra, ma a fare di questa presenza una leva per ripensare la didattica e cercare le strade per la costruzione di una cultura della convivenza ancora tutta da inventare, in un paese di recente immigrazione come l’Italia.

Ciò che a scuola cerchiamo in tanti di vivere ogni giorno nella nostra pratica didattica quotidiana consiste nel difficile tentativo di creare una comunità capace di non escludere nessuno, di costruire una sorta di piccola cittadinanza che faccia sentire tutti a casa. Credo che questo sia il motivo profondo per cui in tante e tanti abbiamo sentito il bisogno di sostenere una legge che anche fuori, nella società, garantisca a tutti una piena cittadinanza, premessa indispensabile per una convivenza aperta tra pari, per nulla facile da costruire oggi nelle nostre città.

Piero Calamandrei sosteneva nel primo dopoguerra che la scuola è il luogo dove avviene il miracolo della trasformazione dei sudditi in cittadini. Don Lorenzo Milani ha dedicato tutta la vita perché i suoi scolari di montagna fossero liberi e sovrani.

Oggi nuove ingiustizie rendono inaccessibile a troppi alunni stranieri quella sovranità e cittadinanza, chiamando in causa noi educatrici ed educatori in prima persona per una questione elementare di coerenza, necessaria in ogni relazione educativa.

Se noi in classe, giorno dopo giorno, ci sforziamo e cerchiamo di costruire un contesto capace di dare pari dignità e ascolto a tutte le bambine e i bambini, a tutte le ragazze e i ragazzi, non possiamo tollerare che alcuni di loro abbiano di fronte a sé una prospettiva di non cittadinanza, che è una forma violenta di discriminazione.

La convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza afferma in modo netto e inequivocabile che uguali diritti riguardano tutti, “senza distinzione di sorta ed a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza”.

Questo è ciò che abbiamo scritto nel nostro secondo appello, che ha raccolto quasi diecimila firme e che consegneremo a fine mese al presidente del Senato Piero Grasso.

 

Per sostenere la campagna MCE, CESV e CEMEA hanno prodotto questo video