Ius culturae
un segno di speranza
nell’Italia delle paure

Lo ius soli, o meglio la sua versione iper moderata, partorita tempo fa, chiamata “ius culturae”, non può attendere.
Anzi, a dirla tutta, il ritardo incredibile che questo Paese ha accumulato sul tema della cittadinanza rappresenta una brutta pagina in un tempo nel quale non ci si può far imporre l’agenda dalle sirene della paura.
Perché, ovviamente, l’unico motivo vero che spiega il ritardo accumulato passato è questo: si teme, approvando una legge così “elementare”, che non toglie nulla a nessuno, che a vincere la partita del “consenso” siano poi gli “altri”.
Così si afferma una dinamica che ha del paradossale: se governa Salvini ovviamente lo ius culturae non lo si approva, se governano altri non lo si approva ugualmente per non portare acqua allo stesso Salvini.
Intendiamoci: la capacità di cavalcare l’insicurezza trasformandola in rancore e benzina elettorale non è un’ipotesi.
È uno degli ingredienti della fase nella quale siamo.
E quella dello ius culturae può diventare un’altra bandiera agitata con successo dalla destra.
Ma è anche vero dell’altro.
E questa verità, non il calcolo per il consenso, ma ciò che restituisce “senso”, andrebbe maggiormente frequentata.
Ci sono decine di migliaia di bambini che ogni mattina vanno a scuola e incontrano i loro compagni di banco “italiani”.
Cosa li differenzia da questi ultimi?
Nulla.
Eppure divengono per lo “Stato” altro.
Cittadini di serie B, si direbbe genericamente e, in questo caso, non commettendo alcun errore.
Cittadini di serie B tenuti in un limbo bizzarro. Che non ha niente a che fare con la vita vera.
Questa è la realtà, pura e semplicissima.
Una realtà da affrontare a viso aperto.
La cittadinanza a chi nasce qui non porta nuovi criminali né nuovi terroristi, al massimo può favorire (certo non da sola) i processi di integrazione.
Non porta nuovi immigrati.
Anzi, non è proprio una questione di immigrazione.
È un tema, semmai, che riguarda il modello di società che si ha in mente.
Se il Parlamento approvasse la Legge direbbe: eccoci, noi crediamo che i bambini non possano essere trattati differentemente, gli uni rispetto agli altri.
E spiegherebbe, lo farebbe proprio il Legislatore, spesso percepito come tanto distante dalla società, a molte ragazze e molti ragazzi di non aver paura e di credere in loro.
Sarebbe, in altre parole, una battaglia politica, culturale, civile da combattere con le armi nonviolente della verità e della speranza.
Nell’epoca delle paure un bellissimo segnale che avrebbe il volto di un bambino che sorride.
Un segnale da cogliere e di cui farsi portatori spostandosi, per un istante, dall’angolo dei calcoli e dei timori.