Recessione, meno lavoro:
ecco quanto ci costa
il “contratto giallo-verde”

E’ passato poco più di un anno dalle elezioni politiche del marzo 2018 e circa nove mesi dal varo del famoso “contratto di governo” con cui il M5S e la Lega, i due vincitori, hanno creato l’ampia e ibrida maggioranza politica che controlla il Parlamento. Anche gli ultimi sondaggi indicano che gli italiani continuano a sostenere il governo, anche se gli equilibri sono cambiati. C’è stato un forte progresso di Matteo Salvini e dei suoi (circa il 36% dei potenziali consensi elettorali, il doppio di un anno fa) mentre i grillini scendono verso il 20% (32% e oltre dodici mesi fa), forse addirittura sotto. Inoltre più della metà degli elettori ha fiducia del premier Conte.

Manifestazione Cgil-Cisl-Uil a Roma il 9 febbraio. Foto di Umberto Verdat

Questi dati, pur con tutte le cautele necessarie quando si parla di sondaggi, vanno confrontati e collegati con l’andamento dell’economia, dell’occupazione, dei conti pubblici.
Un anno fa il Pil cresceva dell’1,7%, anche nei due-tre mesi di lunghissime trattative, rotture, mediazioni, ricomposizioni della prima maggioranza populista l’economia dava segni di stabilità.

Oggi siamo in recessione, il Pil ha registrato due trimestri negativi. Non è un crollo, forse è solo un rallentamento come dicono alcuni osservatori, ma non c’è dubbio che le condizioni generali, anche per le minacce e le incertezze geo-politiche (lo scontro commerciale Usa-Cina, la Brexit, le prossime elezioni europee), siano peggiorate.

L’Europa prevede per l’Italia una crescita dello 0,2% nel 2019, il risultato peggiore di tutti. Il governo ha varato una legge di Bilancio basata su una previsione di miglioramento dell’1% con un rapporto debito/Pil del 2,04%. Entrambi gli obiettivi sembrano al momento impraticabili e una manovra correttiva, finora sempre negata dall’esecutivo, diventerà prima o poi obbligata. Se ne parlerà dopo le elezioni europee di maggio. Il debito pubblico, salito al nuovo record (ben oltre i 2300 miliardi) secondo gli ultimi dati, è destinato ancora ad aumentare con le misure di spesa per pensioni e reddito di cittadinanza.

Il governo, in particolare il ministro del Welfare e dello Sviluppo economico Di Maio, ritiene che quota 100 e il reddito di cittadinanza (mezzo milione di domande ad oggi) saranno la benzina per la ripresa dell’economia, favoriranno la crescita dei consumi e la stabilità sociale. Sarà interessante verificare tra qualche mese se davvero questi provvedimenti avranno avuto un qualche impatto positivo, ma certo l’economia, il tessuto produttivo, l’occupazione potrebbero beneficiare anche dell’apertura dei cantieri delle grandi opere (oltre alla farsa della Tav, ci sono progetti per 150 miliardi già finanziati, ma fermi), della programmazione e del finanziamento di nuove politiche industriali destinate all’innovazione tecnologica, ai nuovi prodotti, ai nuovi processi e soprattutto alla formazione del capitale umano.

Proprio in una fase, ormai molto lunga, di difficoltà del mercato del lavoro, di faticoso incontro tra domanda e offerta, si pone la questione di definire nuovi percorsi. L’ultimo rapporto sui distretti industriali, ad esempio, conferma lo stato di buona salute di tante piccole e medie imprese, che vanno però in sofferenza perché non trovano operai specializzati e soprattutto addetti dotati di competenze legate alle tecnologie 4.0.

Accanto a questo tema c’è il fronte storico e irrisolto del basso potere d’acquisto dei lavoratori italiani, siamo agli ultimi posti in Europa. Ecco un bel territorio dove il governo, se smettesse di fare propaganda e aprisse un confronto con le parti sociali, potrebbe dare una mano.