Italia e Unione europea
come i Curiazi
nella guerra al virus

Il numero dei positivi rilevati è stato ieri di 34.505 a fronte di 219.884 tamponi effettuati, per un tasso di positività pari a 15,7. I morti per (o con) COVID sono stati 445. Come ha detto Giovanni Rezza, Direttore Generale della Prevenzione del Ministero della Salute, sono numeri preoccupanti.

Una crescita rapida

È vero la crescita della diffusione del virus riguarda tutta l’Europa. Da noi non è peggio che altrove. In questo momento i casi più seri sono 2.391 in Italia; 3.546 in Germania; 2.802 in Spagna; 4.089 in Francia. Vanno meglio solo il Regno Unito (1.142). A questi numeri va fatta la tara: ogni paese ha una sua peculiare contabilità che non è esattamente confrontabile con quella degli altri. Ma non c’è dubbio: i nostri numeri (anche i nostri numeri) sono preoccupanti.

Occorrerebbe, dunque, una grande responsabilità e una altrettanto grande consapevolezza da parte delle istituzioni, nelle sue diverse articolazioni, per cercare di controllare una situazione che potrebbe sfuggirci definitivamente di mano. Perché, diciamolo, la sensazione è che la situazione abbia già iniziato a sfuggirci un po’ di mano. Non a caso. medici e scienziati ci dicono che ormai abbiamo perso la possibilità di tracciare i contatti dei positivi e, dunque, la possibilità di individuare i cluster e tenerli totalmente isolati. Il virus può ancora diffondersi e con velocità crescente.

In questo contesto è giunto l’ultimo DPCM e la classificazione delle regioni in tre colori (rosso, arancione e giallo) che stanno a indicare un gradiente di rigidità delle norme emanate dal governo e che dobbiamo applicare.

Gli errori del governo

Strisciarossa lo ha già detto, questo tipo di decreto da parte della Presidenza del Consiglio andava emanato molto prima (un mese), così come chiedevano molti scienziati. E doveva essere molto più duro. Forse era meglio un lockdown integrale oggi applicato per un mese. Perché non possiamo continuare a rincorrere il virus, dobbiamo anticiparlo.

Un’ulteriore critica al governo potrebbe riguardare i tanti passi che impiega per portare al traguardo una decisione. Per esempio, è stato sbagliato indicare prima la collocazione delle regioni in una delle tre caselle correlate e poi i criteri (che dovrebbero essere resi noti oggi) con cui quella attribuzione è stata effettuata.

Ma lo spettacolo meno decoroso è quello che ci stanno offrendo – ancora una volta, più di prima forse – le regioni. Certo, non è giusto generalizzare. Non tutte si comportano allo stesso modo. Ma molte (troppe) sono costantemente impegnate nel tentativo di passare ad altri il cerino delle decisioni impopolari. Cosicché un giorno chiedono una cosa e il giorno dopo l’esatto opposto, salvo ritornare indietro nel giro di poche ore. Alcune in attesa del DPCM hanno anche aggiustato i numeri delle terapie intensive attive. Magari era giusto farlo, per carità. Ma i tempi con cui è stata effettuata la correzione sono sembrati sospetti: non è che volevano posizionarsi meglio per ricadere nella casella di colore desiderato?

Ma a prescindere da questo, che è solo una nota (negativa) a margine, c’è il fatto che ciascuna regione tenta – spesso riuscendoci – di procedere contro il virus da sola, cosicché tutte procedono in ordine sparso.

Stiamo assistendo, ci duole dirlo, al fallimento del titolo V che assegna, appunto, alle regioni la titolarità della politica sanitaria. La mancanza di un controllo (democratico e dialogante, per carità) centrale non è un bene in sanità. E men che meno lo è nel caso di un’epidemia.

Orazi e Curiazi

Il virus corre, dicevamo. Corre come faceva l’astuto Orazio nella battaglia contro i Curiazi. Nella nostra metafora, speriamo non troppo ardita, i tre gemelli che se non avevano la vittoria in pugno certa avevano un gran vantaggio, sono andati allo scontro uno alla volta. Ciascuno per conto suo. E hanno perso.

Le regioni italiane (salvo eccezioni, certo) hanno stanno ripetendo la tragedia, ma la stanno trasformando in farsa. In una sorta di sgangherata sceneggiata all’italiana. Lo diciamo senza offesa e senza animosità politica. Ma è un fatto che ciascuna va alla pugna da sola e qualcuna non è neppure armata a sufficienza, pensando che basti qualche grido roboante. È successo (sta succedendo) persino che qualcuna ha cercato (sta cercando) di mettere lo sgambetto a qualche altra.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sta inutilmente invitando i Curiazi a ricompattare le fila. Non c’è verso. Il problema è certamente politico e culturale: riguarda l’idea di nazione. Ma in questo caso è anche e soprattutto sanitario. È un atteggiamento che aumenta il rischio di essere sconfitti dal virus.

Il che si traduce, per dire pane al pane e vino al vino, in un aumento delle morti e delle ospedalizzazioni evitabili.

Lo stesso schema – la tattica perdente dei Curiazi – si sta verificando al livello europeo. Il virus non conosce confini. Si propaga facilmente da un paese all’altro. Occorrerebbe una politica comune europea della salute, soprattutto in caso di epidemia. Ma non ce n’è traccia. Questo vuoto non è forse la causa prima, ma certo ha favorito (sta favorendo) il ritorno in forze dell’epidemia a scala continentale.

Curiazi italiani e Curiazi europei, ricompattiamo le fila altrimenti l’astuto virus/Orazio continuerà a vincere.