Italia del boom, Italia che crolla

L’aspetto peggiore del modello di sviluppo italiano fu probabilmente l’incontrollata speculazione edilizia. Dal 1950 al 1980 si verificarono mutamenti catastrofici nel paesaggio urbano e rurale della penisola; molti centri storici di città furono trasformati irreversibilmente, mentre i sobborghi crebbero come caotiche giungle di cemento. Migliaia di chilometri di costa furono rovinati per sempre da speculatori che si arricchirono nel soddisfare la domanda di alberghi e seconde case. Boschi, valli alpine, villaggi di pescatori, lagune e isole furono inquinati, distrutti o resi irriconoscibili. L’Italia urbana si ampliava disordinatamente, senza controlli e senza piani regolatori.

Roma Pigneto. Foto di Ella Baffoni

Questa situazione tristissima non era inevitabile, ma fu il frutto di precise scelte politiche. I governi degli anni ’50 e ’60 lasciarono la massima libertà all’iniziativa privata nel settore edilizio, così come in ogni altro settore del “miracolo”, ad eccezione di quello radiotelevisivo che invece mantennero sotto rigido controllo. Un primo momento cruciale di questo processo fu la mancata attuazione della legge urbanistica del 1942, che dava disposizioni ai comuni di preparare e far rispettare dei piani regolatori particolareggiati; tali piani sarebbero stati un importante passo avanti nella gestione del territorio se agli enti locali fossero state garantite le risorse e il potere necessari per tradurli in atto.

Con l’accantonamento della legge, gli speculatori edili che avevano denaro per investire – e corrompere – poterono così approfittare impunemente della situazione per oltre trent’anni. Le case furono costruite e anche in fretta: 73.400 nel 1950, 273.500 nel 1957 e 450.000 nel 1964. Come e dove, erano però gli interessi dei costruttori a deciderlo. Non fu preso alcun provvedimento di pianificazione urbanistica per i parchi, i giardini e i parcheggi necessari; spesso i palazzi erano costruiti senza riguardo per le norme edilizie o le misure di sicurezza, e i quotidiani dell’epoca dovettero più volte raccontare ai propri lettori le tragiche vicende di intere famiglie distrutte nel crollo di palazzi e di ospedali costruiti senza tener conto delle norme antisismiche.

Roma Ostiense. Foto di Ella Baffoni

Anche gli altri aspetti della politica abitativa riflettevano il privilegio accordato all’iniziativa privata rispetto a quella pubblica. Diversamente dalla Gran Bretagna, dall’Olanda e dalla Germania occidentale, si fece assai poco per venire incontro ai bisogni dei settori più poveri della comunità mediante lo sviluppo di un’edilizia pubblica e municipale. Tra il 1946 e il 1963 solo il 16 per cento degli investimenti complessivi nell’edilizia venne destinato a progetti di edilizia abitativa pubblica. Il più importante di questi fu l’iniziativa Ina-casa, lanciata da Fanfani nel 1949: per essa furono spesi, nei primi quattordici anni dalla sua creazione, mille miliardi di lire, un piccolo ma significativo esempio di quello che si sarebbe potuto ottenere con una diversa politica governativa. Nel 1963 l’ina-casa fu sostituita dalla Gescal, un ente presto divenuto famoso per l’uso corrotto e clientelare dei suoi fondi piuttosto che per la costruzione di edifici.

Durante il grande boom edilizio del 1953-1963 vi fu spesso aperta collusione tra autorità municipali e speculatori. Il cosiddetto “sacco di Roma” ne fu una testimonianza drammatica: ai più grandi proprietari immobiliari, come la gigantesca Società generale immobiliare il cui principale azionista era il Vaticano, fu permesso di costruire su tutti gli spazi disponibili nella città, e di coprire successivamente la periferia con interi isolati costruiti al risparmio ed esteticamente assai brutti. Nel 1956 L’Espresso pubblicò i risultati di una famosa inchiesta intitolata Capitale corrotta: nazione infetta. Manlio Cancogni così descrisse una visita all’assessorato all’Edilizia: “Nelle stanze ci sono i tavoli, gli armadi pieni di pratiche, ma non gli impiegati. I funzionari sono quasi sempre fuori; al loro posto, lavorano privati cittadini che sono entrati per vedere a che punto stanno le loro pratiche. Siedono ai tavoli, frugano negli incartamenti, prendono, tolgono, fanno come se fossero a casa loro”.

(Paul Ginsborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988”, 1989)