Italia a sovranità limitata: complotti, spie e micropolitica

Gratta in superficie avvocati del popolo, rottamatori e capitani e trovi subito in profondità tracce di intelligence, spie, complotti. Senza solidi partiti, culture politiche e vitali soggetti del pluralismo l’Italia è un puro oggetto di trame e calcoli delle centrali di potere (pubbliche e private) che attraversano sempre più le disordinate relazioni geopolitiche.

Il condizionamento delle scelte di governo, di per sé, non costituisce un inedito storico. Situazioni di sovranità limitata erano abituali anche nella prima repubblica. Per bloccare l’evoluzione del sistema politico verso una “terza fase”, le potenze straniere “amiche” e il partito armato del sabotaggio fecero una anomala irruzione sulla scena creando una emergenza democratica per conservare equilibri di potere minacciati.

Sovranità limitata 2.0

Le sovranità limitata odierna è diversa da quella scaturita dalla logica bipolare sorta attorno alla grande guerra di sistema tra socialismo e capitalismo. Ha a che fare non già con la rilevanza dell’Italia come attore provvisto di un qualche autonomo ruolo nelle dinamiche est-ovest bensì con l’assenza di ogni funzione geopolitica significativa giocabile dalle classi dirigenti della penisola nello sfarinato contesto europeo e mondiale. Come autentica res nullius l’Italia può essere occupata da volontà di potenze per obbligarla a svolgere un ruolo solo di disgregazione degli equilibri regionali, di vassallaggio rispetto ad attori (statali e non) privilegiati nell’arena internazionale.

Chi immagina che populismo e sovranismo siano ribellioni che sorgono dal basso per attaccare il cuore dei poteri interni e sovranazionali si inganna di grosso. Bisogna leggere Shakespeare per cogliere la genesi effettiva dei moti di rivolta dal basso che obbediscono nelle loro dinamiche a calcoli, disegni, manovre che coinvolgono gli abitatori del vertice della piramide del potere, pronti a servirsi della rabbia per mantenere margini di controllo e orientamento delle politiche.

Chi tira i fili dietro alle quinte

In questo quadro di persistenza delle strutture verticali di dominio si possono valutare le coperture mediatiche offerte nel 2013 allo tsunami tour grillino dai canali più influenti (reti Telecom, Rizzoli-Corriere, Sky, trasmissioni della tv pubblica) che in seguito hanno stimolato l’ascesa del rottamatore toscano che contava sulle stesse risorse di fuoco e, già da sindaco, progettava viaggi di accreditamento verso cancellerie europee. Anche la vertiginosa parabola del capitano leghista confida sul supporto insurrogabile di media e poteri nazionali e non.

Steve Bannon con Matteo Salvini

L’impressione nitida è che nell’Italia odierna siano operanti potenze che non rispondono a tradizionali dinamiche di partito ma poggiano sull’incastro tra singolo leader, spezzoni di aziende, centri finanziari e attori internazionali (sia statali che legati ai servizi o a loro tronconi, alle manifestazioni di interesse provenienti dalle agenzie di governance sospese ambiguamente tra pubblico e privato che proliferano nell’età della globalizzazione). L’internazionalizzazione solo passiva cui l’Italia è coinvolta si rivela con trasparenza nei legami ambigui che i leader, i capi politici, i capitani hanno con aziende, con centrali estere, con le sedi di spionaggio, con l’intelligence, con rami delle forze armate o della magistratura, con gli specialisti nella vendita di influenza.

“Giuseppi” e gli altri

Solo chi si attarda in una irenica considerazione delle cose del mondo può credere che l’avvocato del popolo sia una espressione angelica piovuta sulla politica dopo un provino con la Casaleggio che lo ha premiato con la poltrona di palazzo Chigi affrancandolo dal giusto destino dell’anonimato. Il banale avvocato del popolo, nella sua nullità nell’esperienza di statista, vanta però radicate relazioni con certi ambienti d’affari e consuetudini di fede al punto che la sua conferma alla guida dell’esecutivo, più ancora che una riedizione della prassi trasformistica, si rivela come il frutto di una imposizione esplicita pro-“Giuseppi” dettata dalla disponibilità a tessere relazioni, concessioni, favori con i protagonisti delle manovre mondiali per l’egemonia.

Giuseppe Conte

Solo il profumo dei soldi, cioè il rapporto di tipo commerciale-strategico che connette i non-partiti con imprese, strutture finanziarie, link e sedi pseudo-universitarie può chiarire la geografia del potere odierno e far comprendere anche le ragioni per cui la coalizione mondiale di forze economico-culturali-strategiche cui Lega e M5S appartenevano, con aderenze peculiari secondo le più congeniali diramazioni interne, si è sciolta in tanti segmenti che, dopo la rottura del contratto governativo, danno segni di irriducibile ostilità.

Il monopolio di gruppi ristretti

Chi si avventura alle suggestioni del sogno di “mescolare” i popoli della sinistra e i visitatori della piattaforma grillina o dà segnali di disarmante ingenuità, cui è difficile rimediare, o è consapevole dei rischi connessi alla natura oscura dei non-partiti a conduzione aziendale (con ipotizzabili rinvii ad ulteriori e più incisivi livelli di direzione e ricatto) e accetta di condividere il gioco sporco che coinvolge coalizioni di potenze occulte o palesi.

Il sistema politico italiano è l’avamposto europeo di quella condizione decrepita (che minaccia da vicino i capisaldi del razionalismo politico-giuridico occidentale) che lo storico tedesco Wolfgang Reinhard chiama di “micropolitica”. Si tratta di situazioni di influenza, favori, scambi fiduciari, procacciamento e gestione di fondi neri, relazioni di complicità personale, reti di relazione e di appoggi che sostituiscono la “macropolitica” democratica dei partiti.

La micropolitica indica un monopolio di gruppi ristretti, in bilico tra pubblico e privato, che si preoccupano di gestire discretamente la selezione di “animal micropoliticum” pronti all’obbedienza, allo scambio, alle pratiche di negoziazione.

Nelle realtà post-politiche di oggi declinano i partiti, la cultura civica sfuma, le aspettative sulla politica deperiscono. Per questo gli studiosi tedeschi concludono le loro indagini sulla vecchia Europa con l’annuncio “che il futuro è in Africa” (Die Zukunft liegt in Afrika). La politica classica è solo una parentesi che si arresta con il trionfo dell’ibridismo patrimoniale-pubblico dei non-partiti trionfanti.