Sinistra, una sconfitta
meno bruciante

Ci sono tre livelli di analisi rispetto a questo voto amministrativo: un livello meramente elettorale, uno più schiettamente politico e infine uno legato alle prospettive future per la politica italiana e – per quello che più ci interessa – per la sinistra. Se dovessimo fermarci al livello elettorale vale la sintesi fatta dall’Istituto Cattaneo (leggi qui) che ha lavorato soprattutto sulle realtà maggiori (comuni capoluogo e quelli sopra i 15.000 abitanti) che si può riassumere così: “Ulteriore crescita del centrodestra a guida leghista “Tenuta” elettorale del centrosinistra e conferma delle difficoltà locali del M5s”.

E’ una analisi suffragata dall’esame attento dei comuni confermati, di quelli perduti e di quelli a cui si va al ballottaggio, ma è anche una analisi “piatta” e non restituisce l’impressione che l’elettorato ha di queste stesse elezioni. Ma credo però che, se il paragone non si fa con il 2013 (un’era geologica fa, come ormai siamo abituati a pensare dopo il voto del 4 marzo) bensì proiettando sulle realtà locali il voto politico di cento giorni fa allora potremmo persino trovare in questo voto qualche ragione di “consolazione”: nei capoluoghi il Pd complessivamente torna ad essere il primo partito, e – sempre nell’analisi del Cattaneo – “il centrosinistra mostra un trend in discesa rispetto alle precedenti elezioni comunali (dal 41,7% del 2013 al 34,6% del giugno 2018: -7,1 punti percentuali), ma in significativa risalita se confrontato con il risultato negativo registrato il 4 marzo (25% dei voti alle politiche del 2018). Il risultato di domenica scorsa segnala, dunque, una progressiva erosione dei consensi a favore del centrosinistra, anche a livello locale, ma allo stesso tempo indica una capacità di “tenuta”, sia organizzativa che elettorale, nelle competizioni amministrative tale da rendere ancora il Partito democratico e i suoi alleati uno dei pilastri fondamentali del bipolarismo che ancora regge sul piano comunale. Il Movimento 5 stelle conferma, invece, tutte le sue difficoltà di insediamento e allargamento nelle consultazioni di tipo amministrativo. Nei comuni capoluogo che sono andati al voto ieri, il M5s raccoglie, in media, poco più del 12% dei consensi, e cioè appena 0,6 punti percentuali in più rispetto al dato delle comunali del 2013. Ma il confronto più significativo, e allarmante per il partito di Di Maio, è quello che le elezioni politiche del marzo scorso, quando il M5s aveva raccolto il 32,7% dei voti: in questo caso, le liste dei cinquestelle hanno disperso quasi 21 punti percentuali, che se sono andati verso l’astensione o verso altri partiti. Questi dati segnalano l’enorme volatilità dell’elettorato grillino, disposto a modificare le proprie preferenze di voto tra diversi livelli di competizione e, soprattutto, anche a una distanza temporale piuttosto ravvicinata”.

Perdonate la lunga citazione ma questa è l’analisi elettorale e di questa bisogna tenere conto per andare avanti. Significa forse che le elezioni amministrative siano un buon risultato per la sinistra? Niente affatto, ma sperare che dopo la sconfitta delle politiche (che ha colpito tutte le forze del centrosinistra, dal Pd a LeU) e dopo cento giorni di immobilità e di confusione fosse sufficiente la nascita del governo Conte-Salvini-Di Maio a cambiare l’orientamento politico del Paese era non solo una illusione ma anche un autoinganno.

L’effetto della nascita del governo produce due effetti ma non tre: i due effetti sono certamente il successo della Lega all’interno del centrodestra che è l’involucro indispensabile a Salvini per cannibalizzare i voti delle altre forze alleate e forse il nuovo veicolo con cui la Lega si prepara a diventare il primo partito italiano. Salvini è riuscito a condurre le trattative con M5s per la formazione del governo che escludeva le altre forze del centrodestra senza mai rompere l’alleanza. Continua ad andare a cena da Berlusconi che annuncia l’opposizione al governo e ribadisce l’amicizia con Salvini, così il Cavaliere (meglio l’ex cavaliere o la riabilitazione della pena scontata gli restituisce coi diritti politici anche il titolo cancellato?) un capolavoro di autolesionismo quasi stupefacente. Mentre Di Maio rimetteva in gioco la teoria dei due forni Salvini la applicava in maniera magistrale cuocendo il pane dei suoi consensi sia con il centrodestra che con i grillini.

Il secondo effetto è la sconfitta dei 5 stelle: proprio mentre mettono piede a Palazzo Chigi scompaiono o quasi dal tavolo delle amministrazioni andando fuori in quasi tutti i ballottaggi (sono presenti solo i 7 comuni sopra i 15.000 abitanti, due volte contro il centrosinistra, cinque contro il centrodestra). Si dice che le elezioni amministrative non siano quelle più “adatte” al Movimento. Forse è vero ma due anni fa a Roma come a Torino schiacciarono il centrosinistra dopo aver battuto il centrodestra per arrivare ai ballottaggi.

L’elettorato dei 5 stelle domenica sostanzialmente è rimasto a casa. Per essere precisi (e torniamo all’analisi del Cattaneo) nelle città capoluogo il Movimento ha perso per strada 260mila voti, passando dai 350mila delle politiche del 4 marzo ai 90mila. che significa tre voti su quattro, il 72% (e perdendone 18.000 anche rispetto alle comunali del 2013). Davanti a questi numeri si potrebbe pensare che il governo abbia ucciso il Movimento, eppure i sondaggi politici (che sono cosa diversa dal voto amministrativo) dicono che attorno al governo c’è il consenso anche dell’elettorato M5s che ne è parlamentarmente ed elettoralmente la componente maggioritaria. Ma evidentemente una cosa è rispondere ad una domanda telefonica un’altra è uscire da casa per andare a votare, qui sembra essere scattato più che un disamore un affievolimento di interesse. Il governo non porta alcun entusiasmo e semmai molte perplessità.

L’esito del voto, dal punto di vista della tenuta del governo, appare come un elemento di instabilità, anche se scommettere oggi (come rischia di fare ancora una volta il centrosinistra) su una rapida caduta dell’esecutivo sovranista sarebbe più che un azzardo. Le ragioni della tenuta dei governi sono intrinsecamente forti e per di più i cinquestelle sanno che tornare al voto dopo un fallimento sarebbe un grande rischio. Di Maio non ha mai puntato sulle elezioni al contrario di Salvini, lui non ha cavalli di riserva mentre la Lega può puntare a una vittoria del centrodestra ormai ridotto ad un suo feudo (e l’arrendevolezza di Berlusconi si può spiegare proprio così: meglio arrivare la governo piccoli piccoli piuttosto che esserne esclusi per sempre). Una vittoria della destra (magari con qualche ritocchino alla legge elettorale, come si sente dire all’interno della maggioranza di governo, con un premio a chi raggiunge il 40%) oggi appare non impossibile.

E torniamo da dove eravamo partiti. Pd e centrosinistra (per l’esattezza LeU era praticamente assente da tutte le competizioni, magari se c’era era confusa in mezzo alle civiche a sostegno dei candidati sindaco) incassano una sconfitta meno inattesa e bruciante di quella del 4 marzo, una sconfitta da non confondere con una mezza vittoria e soprattutto che non ci dice nulla su come ripartire. Gli elettori del Pd per una parte sono rimasti a casa e non sarà certo la nascita di questo governo a convincerli a tornare a votare. Torneranno a votare se avranno una offerta politica (intendo di contenuti politici, non di sigle) convincente e alternativa rispetto al governo. E questo potrà modificare l’orientamento anche di chi ha già lasciato alle politiche il centrosinistra per ingrossare le fila di 5 stelle e persino della Lega e potrà parlare anche a elettorati che non hanno mai guardato al centrosinistra.

Il problema è: quali contenuti, quale offerta politica e con quale leadership? Sono tre elementi che vanno insieme e nessuno dei quali ha trovato finora risposta. Esprimo qui il mio parere. Non credo ci sia spazio né per un partito alla Macron né per uno alla Corbyn. Credo invece ci sia spazio per un partito con un forte ancoraggio all’Europa (ma che sappia anche parlare delle necessarie trasformazioni di questa Unione che non è solo “tecnocratica” ma che è sostanzialmente l’Europa dei governi e non quella che vive una esperienza democratica comune) e con una capacità di essere di sinistra in quanto capace di essere più innovativo non più conservatore. Non si risponde al sovranismo di destra alla Salvini Di Maio con il sovranismo di sinistra alla Fassina (quello che ha difeso la nomina di Savona e l’idea che l’euro sia responsabile delle nostre difficoltà) ma anche alla Corbyn che non ha schierato il Labour contro la Brexit. Il problema del Job Act non è l’abolizione dell’articolo 18 ma il fatto che nei nostri centri per l’impiego (quelli che dovrebbero assicurare la formazione e la re-immissione nel lavoro di chi lo ha perso o lo sta cercando) lavorino 8.000 persone e in quelli della Germania 110.000, che l’idea della formazione costante non è stata finanziata con neppure un euro e che l’alternanza scuola lavoro (sacrosanta) sia stata affidata all’iniziativa dei presidi e dei professori che erano i primi a non crederci. I lavori più stabili non si decidono con delle norme di legge, ma con una modifica del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali che non rendano il fatto che nella propria vita lavorativa si possa cambiare posto di lavoro decine di volte senza che questo sia vissuto (psicologicamente e socialmente) come una devastante incertezza perché un nuovo lavoro si troverà in tempi brevi e tra un lavoro e l’altro c’è un significativo sostegno al reddito.

Infine un partito che sappia affrontare il problema (davvero drammatico) della crisi della democrazia. Il fascino del putinismo condiviso da leghisti e 5 stelle (ovvero di forme menomate di democrazia, semplificate fino alle estreme conseguenze, che non prevedono grande spazio alle opposizioni) ne è l’esempio più evidente. Il problema è che la risposta non è affatto semplice perché aveva ragione Calamandrei quando sosteneva che la democrazia corre più rischi per la mancanza di decisioni piuttosto che per un loro eccesso. Al decisionismo senza confronto con le idee degli altri non si può opporre il semplice “fascino della democrazia” perché questo fascino è stato consumato. Anche qui – torniamo alle riforme delle istituzioni e anche di quelle della Costituzione che nella sua seconda parte non sta più in piedi, per non parlare della legge elettorale – bisogna avere delle idee, che chiamino anche alla partecipazione dei cittadini. Parola complicata questa partecipazione, perché quella cantata da Giorgio Gaber non c’è più e quella della rete sarebbe meglio che non ci fosse.

Insomma siamo solo all’inizio, ma il tempo è quasi già scaduto.