Ira e non rancore
nei cortei Cgil del lavoro

È questo il popolo del “rancore sociale” di cui parla il Censis? Lo abbiamo visto attraverso i collegamenti video di “Radio articolo 1” nelle piazze del 2 dicembre di Roma, Torino, Bari, Palermo, Cagliari. C’è però in quei cortei che hanno risposto all’appello della Cgil non un rancore quasi rassegnato, ma, semmai, una serena, meditata, fredda collera sociale. E’ già un miracolo che siano in tanti presenti. Perché non provengono più da grandi insediamenti industriali. Provengono da un mondo del lavoro frammentato. Dentro una società dove molti che stanno sugli spalti tifano come se fossero a una partita di calcio, per una lotta tra giovani e anziani, tra pensionati e donne e uomini che avranno pensioni da fame, tra esodati e posti fissi, tra tutele niente affatto crescenti e tutele ignorate, tra immigrati e nativi. Spesso vittime del miraggio di un Jobs Act che doveva assicurare un mondo nuovo.

Qui però nei cortei, nei raduni non c’è contrapposizione. Sfilano insieme diverse generazioni di anziani e di giovani, studenti e operai, immigrati che rivendicano lo Jus soli. Siamo difronte ad una forza matura che non ha nostalgia di estremismi scatenati bensì di diritti rispettati, di solidarietà sostenuta, di una politica capace di ascoltare le voci e le proposte non solo le proteste del mondo del lavoro. Hanno nostalgia, certo, di partiti che sapevano varare, quasi 50 anni fa, lo statuto dei lavoratori e scegliere da che parte stare. Oggi dovrebbero varare un altro Statuto adeguato ai tempi, come quello proposto dalla Cgil.

Certo sono anche folle indignate quelle che vediamo, stanche di assistere a una retrocessione continua. I loro eroi sono i ragazzi di Amazon che hanno scoperto lo sciopero; la donna dell’Ikea, Marica Ricciuti, licenziata dopo 17 anni per una richiesta di cambio di turno; la donna di Palermo che ha cominciato a faticare a 12 anni lavorando il tonno e che racconta di non poter andare in pensione; sono i giovani che fuggono all’estero per trovare un futuro certo senza valigie di cartone come i loro nonni ma con tanta amarezza; sono gli operai dell’Ilva costretti a una lotta complicata tra veleni assassini e terrore di perdere il lavoro; sono i siderurgici bruciati vivi alla Thyssen.

Sono anche le storie e i protagonisti di un Paese che non sta bene, come annota Susanna Camusso prendendo la parola alla fine delle manifestazioni. “I conti non tornano”, con la nuova legge di stabilità. Occorre dare risposte alle richieste sindacali per vedere davvero la famosa “luce in fondo al tunnel”. La mobilitazione Cgil è dettata innanzi tutto, come sottolinea ancora la Camusso, dalla necessità di rispettare il vincolo preso con lavoratrici e lavoratori, non con questa o quella forza politica. Per questo la mobilitazione è destinata a durare nelle prossime settimane, con assemblee, iniziative, pressioni.

Viene da ripensare, così, ai commenti che hanno accompagnato la decisione della Cgil di non ripercorrere la strada della indifferenza. E di dar vita a questa mobilitazione. Una decisione non condivisa purtroppo da Cisl e Uil ma ampiamente motivata. Il ritornello dei commenti ha puntato tutto su una specie di formula magica: “Cinghia di trasmissione”. Non è una formula nuovissima. E’ stata sempre usata, ogni volta che la Cgil si permetteva di uscire dagli uffici e andare in piazza. Solo che un tempo la si enunciava a guisa di scherno per dire che quel grosso sindacato, magari capeggiato da Agostino Novella o da Luciano Lama, obbediva pedissequamente alle direttive imposte dal Partito Comunista di Longo o Berlinguer. Non furono questi i commenti, nel 1968, per uno sciopero generale, sempre, guarda caso, proprio sulle pensioni?

Oggi cambia l’ordine degli addendi ma lo scherno rimane. La Camusso, così, non si esita ad affermare, agirebbe per favorire le formazioni che stanno a sinistra del Pd. Al servizio di Speranza, Bersani, Fratoianni, D’Alema e forse Pisapia. E’ la “cintura di trasmissione” all’incontrario. Tanto è vero, aggiungono i solerti commentatori, che subito dopo la giornata del due dicembre, le formazioni di sinistra, con sospetta scelta dei tempi, organizzano la proclamazione della loro scesa in campo elettorale.

A costoro non viene il dubbio che nel lontano 1968, come in questo complicato 2017, ad ispirare la Cgil sia soprattutto una spinta critica che sorge da una base ancora composta da alcuni milioni di iscritti. La Cgil non fa altro che far proprie queste istanze, non le proposte di questo o quel movimento politico. Certo se poi la stessa Cgil trova sostegni politici a sinistra, non può che rallegrarsene. Magari sperando che risultino capaci di influenzare l’intero Parlamento oggi e domani. Perché appare chiaro a tutti che i temi presenti in questa vicenda investono l’intera struttura sociale del Paese e sono destinati a coinvolgere anche i nuovi Parlamenti del 2018.

Per capirlo e per capire le ragioni dell’atteggiamento della Cgil basterebbe, del resto, andare a vedere i vari punti della piattaforma unitaria elaborata da Cgil, Cisl e Uil nel settembre di questo stesso anno. Tali punti non sono stati cancellati nemmeno da Cisl e Uil, dopo i modesti risultati ottenuti per alcuni lavori usuranti ammessi alla impossibilità di protrarre troppo a lungo la pensione. C’era e c’è ben altro in gioco anche se quei risultati che abbiamo appena citato rappresentano elementi conquistati da tenere e semmai allargare. Il ben altro riguarda la pensione per i giovani costretti a lavori, e contributi, discontinui. O la valorizzazione del lavoro di cura affidato in massima parte alle donne. O la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale. O il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019. La mobilitazione di questo due dicembre appare, dunque, come l’inizio di una “ vertenza sociale” ben più ampia. E che dovrebbe poter proseguire in forme unitarie.

C’è anche chi ha rammentato, in questi giorni, un altro due dicembre. Quello che vide nel 1977 una grande manifestazione di metalmeccanici a Roma. Il mio vecchio giornale, “L’Unità”, uscì allora con un titolone a tutta pagina: “Una forza operaia immensa”, con sotto un lungo reportage del compianto Arminio Savioli. Nelle pagine interne c’era la cronaca sindacale firmata dal sottoscritto. Anche allora, a proposito di “cinghia di trasmissione”, c’era chi parlava di sciopero politico. Spiegava, quasi a risposta, dal palco, Pierre Carniti: “Ci battiamo per prospettive programmate per l’avvenire, capaci di impedire che la società si consumi nella crisi economica e sociale… Occorre opporsi al protrarsi di una situazione di precarietà politica, alla degenerazione della lotta politica…”. E Pio Galli, segretario della Fiom-Cgil ribadiva: “Non si tratta di lottare per ottenere un’alternativa al governo Andreotti. L’obiettivo del sindacato non è quello di costituire o destituire governi, bensì quello di far cambiare» le scelte recessive del governo”. Ecco, in un altro due dicembre, la storia, certo con ben altre modalità, sembra ripetersi.