Intervista a mons. Romero:
è giusto ribellarsi ai dittatori

Questa intervista di Nuccio Ciconte a mons. Romero è uscita sull’Unità del 26 ottobre 1979, cinque mesi prima che l’arcivescovo di San Salvador venisse ucciso durante la messa.

SAN SALVADOR – Domenica scorsa le mille persone che assistevano alla celebrazione della messa hanno interrotto ripetutamente con applausi la predica di mons. Oscar Arnulfo Romero. Non è la prima volta che succede una cosa del genere. Per diversi anni l’arcivescovo di San Salvador è stato in prima fila nella lotta contro il regime dittatoriale del generale Carlos Humberto Romero e, per molto tempo, le sue prediche domenicali hanno rappresentato l’unica voce pubblica, legale che poteva denunciare la repressione selvaggia, il clima di terrore instaurato dal vecchio regime. Davanti al golpe militare della scorsa settimana, che ha costretto alla fuga l’ex dittatore, l’arcivescovo di San Salvador ha assunto una posizione di apertura.

“Abbiamo notato un cambiamento positivo – ci dice – e ne abbiamo preso atto. Nella piattaforma della nuova giunta, formata da tre civili e due militari, si parla della necessità di portare il paese sulla via democratica. E il programma, che naturalmente può essere migliorato, sembra coincidere con le aspirazioni del popolo. Però non bastano le promesse, le belle parole. Vogliamo vedere i fatti concreti. Per questo, io direi che il nostro è un appoggio condizionato”.

La chiacchierata con mons. Romero – che ci riceve nella sua residenza situata in una bella zona collinare della capitale – parte dal perché si è creato il clima preinsurrezionale che ormai si respira nel Salvador.
“E’ la lunga storia – dice – di un’ingiustizia sociale che dura da molto tempo. Le forze del capitalismo, insieme al potere politico hanno creato una divisione fra popolo e classe dirigente. Se si fa un’analisi della nostra economia si vede chiaramente che i grandi proprietari delle piantagioni di caffè, zucchero, cotone, così come gli altri grossi proprietari terrieri, hanno bisogno che i lavoratori dei campi non abbiano un lavoro stabile, e soprattutto che non siano organizzati; questo perché solo così queste forze del capitale possono contare su una manodopera abbondante e a basso prezzo, e quindi supersfruttata. Anche molte imprese industriali e multinazionali basano ancora oggi i propri giochi nella concorrenza del mercato internazionale puntando su quello che chiamano “il basso costo della manodopera”. Questi settori dominanti non possono ammettere la sindacalizzazione dei lavoratori, che viene considerata come un pericolo per i propri interessi economici. La repressione contro le organizzazioni popolari si converte in una specie di necessità per mantenere e aumentare i livelli del profitto. Adesso il popolo si è svegliato, ha preso coscienza, e man mano che si andava svegliando questa coscienza e il popolo si organizzava per le sue rivendicazioni, aumentava la repressione”.

Monsignor Romero ricorda l’impressionante quadro della violenza del Salvador, cosi come emerge da uno studio preparato dall’ufficio di “Soccorso giuridico” dell’episcopato. Dal gennaio al giugno di quest’anno il numero delle persone assassinate dai diversi corpi di sicurezza – esercito o organizzazioni paramilitari di destra – è di 406, mentre quelli catturati per motivi politici sono 703. Nota l’arcivescovo: naturalmente le vittime abbondano tra i lavoratori dei campi, mentre non c’è nessuna vittima tra i latifondisti. Da quest’oppressione e repressione, aggiunge, nasce la rivoluzione esplosiva della disperazione».

Come pensa, mons. Romero che si possa uscire da questa situazione?
“La preinsurrezione di cui si parlava prima sta diventando una insurrezione. Quindi se non ci sarà una soluzione pacifica, vi sarà un’insurrezione violenta come è successo in Nicaragua”.
Se la repressione dovesse continuare e dovesse esplodere un’insurrezione popolare il cattolico potrebbe partecipare oppure no?
“Certo che si, non c’è dubbio. Il cattolico o per meglio dire il cristiano, quando ci sono le condizioni per una insurrezione giusta deve partecipare come tutti gli altri cittadini. Naturalmente dovrà cristianizzare, umanizzare, fin dove è possibile, la insurrezione”.
Per meglio chiarire il concetto di “insurrezione giusta” l’arcivescovo di San Salvador dice che “l’enciclica populorum progressio di Paolo VI, ripresa nella conferenza di Medelling, raccoglie l’essenza classica della teologia cattolica, secondo la quale è legittima un’insurrezione, nel caso, eccezionale, di tirannia evidente e prolungata, che attenta gravemente ai diritti della persona e danneggia pericolosamente il bene comune del Paese, sìa che provenga da una persona sia che provenga da una struttura evidentemente ingiusta”.

Mons.Romero, chiediamo, lei pensa che nel Salvador ci siano le condizioni per un’insurrezione?
“La Chiesa non può dire quando scocca l’ora dell’insurrezione. La Chiesa propone solamente il principio teologico. E quando gli esperti in politica e tutti quelli che possono guidare un’insurrezione credono che ci siano le condizioni che la Chiesa segnala, allora c’è il caso di un’insurrezione legittima”.

Il discorso con mons. Romero si sposta sulla condizione di miseria e sfruttamento delle popolazioni del Centro America, sulla repressione selvaggia dei regimi dittatoriali ancora esistenti. Ma anche sul risveglio di questi paesi, sulle lotte di liberazione. L’arcivescovo di San Salvador dice di non poter dare una valutazione precisa, né su quello che sta avvenendo, né sulle prospettive future (“non sono un politico”, ripete sorridendo) ma poi aggiunge: “Credo che ogni nazione abbia un proprio destino, un proprio stile di lotta. Per esempio, riferendosi al Nicaragua e al Salvador, non credo che qui si possa ripetere la soluzione del Nicaragua, soprattutto se questa soluzione che si è trovata la scorsa settimana si dimostrerà veramente efficace, se il paese si incamminerà davvero verso la democrazia. D’altra parte, a differenza del Nicaragua, qui dallo stesso esercito è venuta fuori “la redenzione”. E la stessa cosa direi per gli altri paesi del Centro America. E’ difficile dire in quale forma si svilupperà il rinnovamento democratico di questa società. Credo, inoltre, che non si possa parlare di un tipo standard di insurrezione o di trasformazione. Ogni paese risolverà a proprio modo la ingiustizia sociale presente in questa parte del mondo”.
La rivoluzione sandinista può influire, chiediamo, su gli altri paesi del Centro America che lottano per sottrarsi al gioco dei governi dittatoriali?
“Il Nicaragua è una lezione che ha espresso il potere di un popolo unito in una rivendicazione di libertà. E questo, anche se – ripeto – in modo diverso da paese a paese, dovrà trovare un’eco nella coscienza di un popolo che si sente oppresso, che vive sotto la repressione. Sì, l’esempio della rivoluzione nicaraguense è un avvertimento che saprà svegliare molti”.