Il futuro dell’intelligenza artificiale
Ecco la scommessa del Giappone

In tempi di emergenza da Covid 19 potrebbe apparire fuori luogo allungare lo sguardo su quel che ci prepara la permanente rivoluzione tecnologica. Tra l’altro, l’utilizzo delle nuove tecnologie nel nostro paese (telelavoro o smartworking, trasmissione di ricette mediche, lezioni e compiti scolastici da remoto, app di ogni tipo ecc.) ha fatto un balzo in avanti di massa proprio a causa dell’epidemia che ci ha costretti al distanziamento sociale fisico.

Nella consueta e interessantissima rubrica domenicale di radioradicale “media e dintorni” con Edoardo Fleischner docente di Comunicazione Crossmediale all’Università degli Studi di Milano, spiccavano, tra le altre, due notizie. La prima concerneva alcuni ricercatori della Carnegie Mellon University di Pittsburgh Pennsilvanya che hanno messo a punto un sistema di apprendimento per l’intelligenza artificiale, “machine learning”, simile a quello umano. In sostanza hanno insegnato, se così si può dire, alla rete neurale artificiale ad apprendere per momenti successivi: dal generale al particolare. Così come, dice Fleischner, fanno gli umani da bambini e via crescendo. Con questo metodo umano l’apprendimento, che non è una novità nell’ambito delle ricerche e sperimentazioni dell’intelligenza artificiale, diventa più preciso e accurato.

Robot avanzatissimi

L’altra notizia è che il Giappone ha varato un programma trentennale, una sorta di master plan, per l’introduzione massiccia nella società di robot avanzatissimi, una specie di avatar in grado di svolgere il lavoro degli umani. Si tratterebbe di “machine learning”controllabili, anche in più numeri, da persone umane pure con disabilità. L’obiettivo del governo è di creare una società che “libera le persone dai vincoli fisici, mentali, temporali e spaziali entro il 2050”. Pare che i giapponesi, diceva Fleischer, ne siano molto contenti, perché per quell’epoca la popolazione umana nella loro Nazione diminuirà e avranno bisogno di qualcuno che svolga il lavoro al posto di alcuni milioni di persone mancanti. Il governo del “Sol levante”, attraverso investimenti massicci su una combinazione d’intelligenza artificiale, biotecnologie e una rete ad altissima velocità, intende “creare meraviglie tecnologiche ancora di più per migliorare le proprie vite”. In sostanza il Giappone si propone di creare a medio termine, un trentennio – con la velocità in cui scorre il tempo oggi è praticamente dietro l’angolo -, un aumento esponenziale di forza lavoro non umana.

La cosa che colpisce è che non si tratta di fantascienza, bensì di un programma concreto del governo d’uno dei paesi tecnologicamente più progrediti ed economicamente importanti del globo terracqueo.La creazione di una società fondata sul lavoro esecutivo dei robot, se estesa a livello globale, implica una totale revisione della società umana, delle sue reti sociali e di welfare.A cominciare, almeno, dai paesi in cui l’uso di massa delle nuove tecnologie fa parte della vita quotidiana. Una società in cui etica, politica, religioni e in generale tutta la sovrastruttura intellettuale del pensiero umano sono spinte a mutare. Non scompare il lavoro che dell’uomo è il fondamento, ma esso diventa sempre più intellettuale e di controllo di robot o “machine learning” simili al supercomputer HAL 9000, di “2001 :Odissea nello spazio”. Un film cult che ormai da qualche tempo appare non più sul futuro dell’uomo ma sul suo passato. Inoltre, potrebbe succedere che per l’uomo il lavoro principale diventi quello che oggi viene definito un hobby.

Una grande mutazione

La grande mutazione tecnologica è in corso da molti anni e con essa la sinistra di ogni paese tecnicamente avanzato è chiamata a misurarsi ogni giorno. Non è affatto detto, come si è visto nell’ultimo trentennio, che questa mutazione porti con sé automaticamente più giustizia e uguaglianza. Anzi. Finora è stato il grande strumento del neoliberismo globalizzatore per cambiare, nell’area occidentale euroatlantica, il rapporto di forza fra i lavoratori e il capitale industriale e finanziario, a favore di quest’ultimo.Altro discorso è ciò che ha prodotto nell’area asiatica in termini di crescita economica e fuoriuscita dal sottosviluppo. L’obiettivo di una società in cui il lavoro esecutivo sia fatto dai robot intelligenti può sicuramente aiutare nella lotta per l’emancipazione del lavoro umano dallo sfruttamento e l’economia dal dominio assoluto del capitale. Sempreché si metta all’ordine del giorno, oltre a tutti gli altri obiettivi di cambiamento, il problema sociale del dividendo tecnologico che, finora, è stato incamerato solo dalle imprese.

Chissà, forse il “Sol dell’avvenire” potrebbe trarre una forza rinnovata dal “Sol levante”.