Insulti e slogan. A Pontida con Salvini tutta la miseria della politica

Una volta, ai tempi di Umberto Bossi, a chi toccava di seguire il raduno di Pontida capitava spesso i sorridere: davanti agli elmi cornuti e agli scudi dei guerrieri padani, allo sbandieramento di leoni di San Marco, alle librerie padane che mostravano i testi teorici fondamentali del folklore e dell’indipendenza padani, pure quelli firmati da un autentico intellettuale e accademico come Gianfranco Miglio (più qualche volume neonazi firmato da Casa Pound), ascoltando le raffiche di Mario Borghezio o seguendo il segretario, il senatore, nelle sue intemerate e nei suoi acrobatici giri logici, a colpi di citazioni, contro i “vescovoni” o persino contro la rivoluzione francese.

Mai però si sarebbe sognato Umberto Bossi di apostrofare qualcuno definendolo “ebreo”, perché mai avrebbe pensato di usare quella parola per sanzionare, offendere, colpire qualcuno, un avversario.

Carnevalate a parte

Si poteva sorridere, ma si doveva trarre anche un bilancio politico da quel raduno e da quei discorsi e comunque si potevano trarre le indicazioni di una proposta politica, se si accantonavano le carnevalate, le fantasie, il parlamento del nord, le tre Italie, l’acqua sacra del Po, gli insulti al tricolore, persino l’uso blasfemo del coro del Nabucco, il Va’ pensiero, rigorosamente ascoltato il silenzio con la mano sul cuore.
La Pontida di domenica, la Pontida di Salvini, ci ha regalato un sentimento di stupore più che di paura, di stupore di fronte alla miseria della politica, se la politica esprime rabbia (forse impotente), rancore, odio, chiusura, assenza di prospettive, di progetti, irresponsabilità, falsità, arretratezza, se ancora si può prendere a pugni la macchina di ripresa di un video maker o aggredire un ebreo al grido “ebreo”, come se la nostra attualità fosse la “Notte dei cristalli” di ottanta anni fa e le leggi razziali, opera dei nostri fascisti ottant’anni fa.

Salvini nel suo incitamento al “popolo” di Pontida ha rispolverato i suoi slogan: la politica sui migranti perché l’Italia col nuovo governo rischierebbe di diventare il “campo profughi d’Europa”, la flat tax, che “sarà il primo provvedimento quando la Lega tornerà al governo” (tutti ad applaudire, anche i poveracci di Pontida, incuranti del valore strenuamente classista della flat tax), la difesa delle “radici cristiane dell’Ue” (qui Salvini al suo meglio nell’esercizio dell’ipocrisia, dopo l’esibizione di madonnine e affini). Alla fine Salvini ha imbracciato pure una bambina (che non è di Bibbiano, come s’era dedotto all’inizio), proclamando arditamente: “Mai più bimbi rubati a mamma e papà, mai più bimbi usati come merce”. Evidentemente pensando che fosse concesso a lui quello che avrebbe voluto negare agli altri (che mi pare non “usino bimbi” nei loro comizi).

Anti-istituzionale per interesse

Come vorrebbe Salvini sostenere il suo programma? A colpi di manifestazioni di piazza, di referendum, di disobbedienza (ignorando evidentemente Thoreau che la disobbedienza civile praticava, accettandone le conseguenze, cioè il carcere)… Referendum e manifestazioni sono espressioni democratiche, non sono i tonanti fucili bergamaschi di Bossi a sostegno della secessione (comicamente sovversivo il fondatore), ma esisterebbe pure un Parlamento, con i suoi numeri, del quale però Salvini non ha mai avuto gran cura. Le regole e le istituzioni democratiche non sono il suo forte. Lui è saldamente sovversivo, anti istituzionale, per ignoranza, per fede, per interesse, per speculazione.

Lo ha dimostrato innescando la crisi, immaginando che spettasse a lui decidere la data delle elezioni e magari contare i voti. Peraltro a proposito dell’offesa di un suo sodale rivolta al presidente della Repubblica Mattarella (“mi fa schifo”), si è esercitato in una garbatissima correzione: “una questione di tono”, ha chiosato, come se “schifo” si potesse modulare in toni eleganti.

Salvini si è dilungato a illustrare la sua tattica. Gli esempi contano: “Se cinque Regioni chiedono un referendum, non è una decisione di qualcuno sulla piattaforma Rousseau: si deve votare”, se viene proposto qualcosa che va contro gli interessi della loro comunità, i sindaci hanno il diritto e il dovere di opporsi, se un prefetto ti chiede di ospitare cinquanta migranti gli si deve rispondere con un garbato “no, grazie”. Scontato… Sogna la sollevazione del suo “popolo”, che dovrebbe spianargli la marcia su Roma.

Assenza di orizzonti

Questo è Salvini, cioè la politica consegnata agli umori, agli slogan, ai proclami, all’irrilevanza dei contenuti, delle strategie, degli orizzonti, del resto del mondo. E’ un fuoriclasse del surf Salvini: cavalca le onde, con straordinario fiuto per le correnti, ondeggiando quando gli fa comodo tra laicismo e bigottismo, resuscitando tra un rosario e l’altro il “menefrego” fascista, rivisitato a simbolo di una sua forza, di una sua indifferenza ai poteri esterni. Lo si direbbe “blasfemo”. La Chiesa romana lo ha contestato, ma è certo che una moltitudine di praticanti, non solo quelli adunati Pontida, ancora lo plaude.

Il guaio è stato e la fortuna sua, di Salvini, è stata che gli italiani, quelli dell’Italia agli italiani, secondo il suo slogan prediletto, gli credono e lo apprezzano se mostra i muscoli contro gli immigrati, perché sono stanchi di vedere immigrati e credono davvero che rappresentino una aggressione, li immaginano moltiplicarsi per cento o per mille, come extraterresti nella guerra dei mondi . Gli stessi, molti, italiani non sopportano le tasse e s’ingegnano a non pagarle, incoraggiati dalla morale di Salvini: il fisco è troppo esoso e quindi gli evasori non hanno poi tutti i torti ad evadere, si difendono, bisogna secondare le loro necessità.

Gli italiani di cui sopra hanno paura e quindi sono convinti che il decreto sicurezza, solo in virtù del nome, li avrebbe liberati da ogni preoccupazione, magari fornendo una pistola e impunità in caso di autodifesa, mentre un’altra legge di Salvini avrebbe cancellato le accise sulla benzina e lo “sbloccacantieri” avrebbe movimentato risorse, creato lavoro, risanato il territorio, a prescindere ovviamente dall’equilibrio dei conti pubblici, dei tassi d’interesse, dello spread (l’arma impugnata prima contro Berlusconi e adesso contro di lui dalla perfida Europa).

Un’Italia infelice

Salvini ha goduto del vantaggio di ereditare un’Italia infelice, che, dopo alcuni decenni durante i quali, se pure in modo contraddittorio, passi nel campo delle riforme, della giustizia sociale e dei diritti erano stati compiuti, è sprofondata inesorabile nella palude degli egoismi, della volgarità, della corruzione, di una cultura del denaro a qualunque costo e del potere quando produce denaro. Salvini ha approfittato (e potrebbe continuare ad approfittare) di un paese senza politica, un paese che ha smarrito l’abc della politica seguendo i talk show televisivi, che non ha rispetto delle istituzioni, screditate da troppe responsabilità, troppe colpe, troppe connivenze con il peggio della società, un paese dove si mercanteggia a colpi di tangenti, dove i nuovi arricchiti, evasori, ladri, truffatori, mediatori, dettano i comportamenti, muovendo l’invidia dei più e soprattutto fornendo l’esempio.

Un paese dove non esiste o quasi la grande industria e quindi non esistono gli imprenditori o gli operai di un volta, che facevano scuola nel sindacato, un paese dove la scuola, quella di base, quella che forma, è al disastro in un circolo vizioso, dal decadimento dell’istruzione alla completa disistima del suo ruolo, e dove l’informazione ha rinunciato ad informare e soprattutto ad esercitare la critica.
Confesso di aver conosciuto Salvini, alla preistoria della sua carriera politica, quando era semplicemente uno dei giovani di Bossi. Per alcuni gesti, più che per la parole, mi sembrò presuntuoso e prepotente. Lo tolleravo, in ragione della sua esuberante giovinezza. Tale e quale lo ritrovo, ingrassato, presuntuoso e prepotente. Non vorrei definirlo “fascista”. Molto peggio: lo definirei opportunista e basta.

Fisco e balconi 

Pubblica un inutile libro sotto la sigla di Casa Pound, solo per catturare qualche volto a destra e qualche attenzione trasversale, anche avversa: l’importante è che si parli di lui. S’affaccia salutando dal balcone dal quale concionava Mussolini: non assomiglia a Mussolini, ma intanto evoca l’immagine dell’uomo forte che piace tanto ai nostri connazionali. Sventola la bandiera del fisco perché sa che così sollecita le più manifeste aspirazioni di diverse categorie, che sanno di non aver niente da temere da lui, che si vende “popolare”, ma con il dovuto rispetto per la grande finanza e per le centrali economiche (anche con i soldi pubblici, se ritiene il caso, nel solco della tradizione). Mostra, in mancanza di idee, il pugno duro di fronte all’immigrazione, inasprendo i rapporti con l’Europa, consolando la gente indottrinata da sempre a proposito di invasioni, valanghe, ondate, mistificando i numeri (con l’ausilio di numerosi maitre-a-penser televisivi: basti citale tale Giordano, onnipresente con i suoi cartelli), suscitando timori e al tempo stesso offrendo il braccio armato…

Non è un populista, è solo un piccolo demagogo provocatore e manipolatore che sfrutta il “posto” che il disastro culturale e morale di questi tempi gli ha concesso. Con un certo successo, perché Salvini anche a Pontida ha soddisfatto il suo pubblico, cioè il suo cosiddetto “popolo”, che meriterebbe non il dileggio ma l’attenzione più forte (non solo dei politici, ma anche da parte degli storici, dei sociologi, degli antropologi, perché siamo alle prese con un’altra mutazione antropologica). La domanda è sempre: come è possibile credere in Salvini. Poi uno pensa alle adunate davanti a Palazzo Venezia e qualcosa si può intuire.