Insistere ancora
coi Coronabond rischia
di far saltare l’Unione

Non impicchiamoci a una parola. O a due, se piuttosto che Coronabond preferiamo scrivere Corona bond.  Manca una settimana esatta alla prossima riunione del cosiddetto Eurogruppo, ovvero dei ministri economici e finanziari dei 19 paesi che aderiscono all’Euro, e in questi pochi giorni bisogna trovare una via d’uscita dallo stallo sancito clamorosamente dal veto italiano al comunicato finale dell’ultima riunione, quella del 26 marzo.

Non impicchiamoci neppure alla geografia. Il cosiddetto fronte del nord che rifiuta drasticamente l’ipotesi dell’emissione di titoli comuni per finanziare i mille miliardi di euro che – si calcola – saranno necessari per far fronte alle misure della ricostruzione economica dell’area europea a epidemia conclusa è in realtà composto da quattro paesi: Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia. Danimarca e Svezia, che si sappia, non hanno preso posizione, anche perché – ed è un altro segnale di una pericolosa asimmetria istituzionale – non sono chiamati a farlo perché non fanno parte dell’Eurogruppo.  Le tre repubbliche baltiche, che pure si trovano “lassù”, per dire, hanno aderito al fronte di quelli che vogliono i Corona bond e pure il Lussemburgo, che è unito nel Benelux con i Paesi Bassi, condottieri del “no”, e il Belgio, schierato per il “sì”.

Incompiutezza

Non si tratta di futili disquisizioni linguistiche o pignolerie sugli schieramenti. Lo scontro sui Corona bond, o come li si voglia chiamare, mette a nudo contraddizioni e conflitti che vanno ben al di là della immediata, drammaticissima contingenza e sono il precipitato della incompiutezza della costruzione europea. Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia rifiutano questa particolare forma di comunitarizzazione del debito perché sono da sempre, e fermamente, contrari ad ogni comunitarizzazione di ogni debito. Quello che si consuma in questi giorni è, insomma, l’ultimo atto di uno scontro che è aperto da molto tempo. Da quando, per intenderci, si parlava più genericamente di Eurobond, considerati in quei paesi poco meno che strumenti del diavolo.

C’è una differenza, è vero, una differenza enorme: un tempo gli Eurobond potevano essere considerati una concessione indebita a favore dei paesi a debito forte (primo fra tutti l’Italia) “colpevoli” di aver speso troppo, cioè la correzione a spese dei paesi virtuosi di una asimmetria interna all’Unione. Il fatto che questa percezione del problema del debito fosse sbagliata e che abbia portato alle conseguenze nefaste dell’austerity imposta in nome della disciplina di bilancio, dovrebbe spingere a una riflessione profonda, che prima o poi si dovrà fare, sulle distorsioni cui hanno portato le incompiutezze della costruzione europea e il prevalere delle impostazioni neoliberiste nei maggiori paesi europei. Intanto però continua ad essere dominante in quei paesi, sia tra le classi dirigenti al potere, sia nell’establishment più vasto, sia nella grande maggioranza dell’opinione pubblica. Sull’onda delle radicatissime convinzioni del passato non si capisce l’entità della differenza e cioè che l’eventuale emissione di titoli per finanziare la lotta al virus o la ricostruzione del dopo-epidemia, oggi sarebbe la risposta alle esigenze di spesa provocate da una catastrofe che ha investito simmetricamente tutta l’Unione. Non un “favore” fatto ai partner più deboli, ma la partecipazione a una battaglia che non può che essere dei forti e dei deboli insieme.

Detto questo, però, bisogna prendere atto del fatto che quel pregiudizio esiste e si deve trovare il modo di aggirarlo. Non si tratta di “convincere” i leader di quei paesi ad accettare i Corona bond. Forse potrebbero pure essere convinti, ma non avrebbero in ogni caso la forza politica di imporlo alle proprie opinioni pubbliche. Pare che Angela Merkel abbia confidato che se pure il governo che presiede dovesse accettare questa forma di comunitarizzazione, il Bundestag comunque la boccerebbe, raccogliendo una contrarietà che è certamente largamente maggioritaria nell’elettorato tedesco (solo i Verdi in Germania si sono coraggiosamente espressi a favore dei bond). E c’è qualche ragione di ritenere che la stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen abbia inteso esprimere questa impossibilità a forzare la mano quando ha segnalato il suo “no” ai Corona bond sostenendo che si tratta di una espressione (Schlagwort, in tedesco, che impropriamente è stato tradotto in italiano con la connotazione spregiativa di “slogan”) discutibile, aggiungendo subito dopo che l’esecutivo di Bruxelles è aperto a discutere “ogni forma” di misure comuni. Una forma di “misura comune” sarebbe quella che secondo un’indiscrezione del Financial Times la Commissione starebbe per attuare preparandosi a presentare alla riunione dell’Eurogruppo un piano di intervento contro la disoccupazione dotato di almeno 100 miliardi.

Le parole del commissario Gentiloni

Non impiccarsi alle parole, allora. È quanto ha fatto Paolo Gentiloni in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Radio Capital affermando che “un accordo europeo per affrontare la situazione è possibile se si mette al primo posto dell’agenda la condivisione degli obiettivi da raggiungere piuttosto che la definizione degli strumenti per arrivarci”.

Il commissario europeo all’Economia ha centrato esattamente il problema, che non è quello di intestardirsi su proposte di comunitarizzazione del debito che non hanno alcuna possibilità di passare e che rischiano di creare una spaccatura irrimediabile, ma è quello di trovarte il modo di dotare le istituzioni comuni europee di una capacità di spesa che sia adeguata alle drammatiche necessità di cui il continente avrà bisogno e che per ora, con calcoli fatti alla grossa, sarebbero sull’ordine di mille miliardi. Questi soldi dovranno essere trovati facendo leva sull’aumento delle risorse proprie dell’Unione. Creazione o aumenti di tasse comuni già esistenti, come la Robin Tax, la Web-tax, la Carbon-tax? Oppure, o anche, con aumenti dei contributi nazionali, con l’incremento delle quote dell’Iva destinate al bilancio? O con l’istituzione di un contributo di solidarietà europeo progressivo sul reddito (come quello che in Germania ha finanziato l’unificazione)? Con la decretazione di una tassa europea una tantum? Le ipotesi sono tante e non ultima c’è anche la revitalizzazione della Banca Europea degli Investimenti, che da sola potrebbe muovere investimenti per centinaia di miliardi. È questa la strada da percorrere, lasciando neoliberisti e fanatici della disciplina di bilancio alle loro fisime.