Insieme mai
viva le scissioni

“Credo che tra non molto mi dimetterò da deputato perché è tutta opera e lavoro inutile. Si è contro gli altri partiti; e il proprio partito non fa nulla di ciò che si dovrebbe fare. Allora, a che scopo?”

Lo sconforto comincia ad ammarare su Giacomo Matteotti già nella primavera del ’22. Queste sue righe alla moglie del 20 maggio lo testimoniano. Il mondo, giorno per giorno, si manifesta sempre e ancora come una rovina ma l’uomo sembra, ora, non avere più nulla da opporre alla rovina del mondo, nemmeno se stesso.

matteotti palazzoAl’inizio dell’estate, mentre l’ultima, decisiva offensiva fascista si scatena, nelle lettere a Velia, Matteotti arretra verso la conversazione intima. Un cenno alla situazione politica, un unico cenno, affiora dal de profundis il 29 giugno: “Qui siamo in alto mare… non c’è nessuno fuori dal nostro partito che senta tutta la tragedia dell’attuale situazione.” L’isolamento, la solitudine, il deserto, il naufragio, la politica è ridotta a questo per i socialisti italiani nell’estate del ’22.

Il primo di giugno, dietro sollecitazione della Cgl*, il gruppo parlamentare socialista aveva votato l’ordine del giorno Zirardini, che impegnava i deputati a cercare un accordo con il governo per il ripristino delle libertà pubbliche e della legge. Ma i capi massimalisti del partito lo avevano sconfessato accusando l’ala riformista di connivenza con la borghesia. Mentre lo si faceva, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, nella sola provincia di Novara, cadevano 221 amministrazioni di sinistra. Come aveva notato Pietro Nenni, i leader del proletariato offrivano lo spettacolo dei dottori della chiesa che, mentre il loro mondo va in rovina, disputano sulla lettera dei sacri testi. Il proletariato, intanto, era abbandonato a se stesso, senza difesa e senza aiuto.

Le polveri tossiche degli odi di fazione erano precipitate al suolo quando il 29 luglio Turati aveva salito le scale del Quirinale per incontrare il re. Tutto il socialismo radicale aveva condannato l’evento come un autentico tradimento. I comunisti avevano addirittura sbeffeggiato “il cadavere di Turati”. Il giorno seguente, lo sciopero generale aveva portato il colpo di grazia a quel che restava del movimento socialista. Quel popolo che non voleva rassegnarsi, quei ferrovieri che venivano prelevati a domicilio, sotto la minaccia delle armi, per costringerli a riprendere il lavoro mentre si bruciavano le loro case, quegli operai che avevano scioperato cento volte e, nonostante tutto, rispondevano ancora all’appello, offrivano agli occhi di Giacomo Matteotti uno spettacolo ammirevole e commovente, lo spettacolo di un atto di fede senza domani.

A fine agosto, sconfitto su tutta la linea, Matteotti osa sperare almeno in un po’ di pace. L’estate, si sa, accende di queste speranze. Con Velia hanno scelto Varazze, sulla riviera di ponente, per il suo clima eccezionalmente mite. Ma Giacomo Matteotti viene riconosciuto anche qui e il 29 agosto è costretto a partire, scortato alla stazione ferroviaria dagli agenti di polizia e dagli squadristi del Fascio locale.

La lacerazione si consuma il 3 ottobre a Roma, durante i lavori del XIX congresso del Partito socialista italiano, un’altra assise malinconica e straziante. L’unica cosa da evitare è scindersi ancora**. Divisi, i rivoluzionari non potranno fare la rivoluzione né i riformisti la collaborazione. Eppure ci si scinde, una scissione suicida ma a questo punto inevitabile: nelle mozioni di destra e di sinistra si leggono due estremismi della stessa disperazione. La proposta di Giacinto Menotti Serrati, segretario del partito, di espellere i riformisti prevale per una manciata di voti. Filippo Turati e Giacomo Matteotti vengono cacciati dal Partito socialista a cui hanno dedicato la vita. Dopo la mutilazione, il congresso delibera l’adesione all’Internazionale comunista e l’invio di una nuova delegazione a Mosca. La discussione si chiude, accanita, su chi debba farne parte.

Gli espulsi – Turati, Matteotti, Claudio Treves, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini – fondano un terzo partito della sinistra italiana che non si sa se per gusto del paradosso o se dietro suggerimento della solita, insormontabile disperazione, battezzano Partito socialista unitario. Il giovane, energico, indomabile Giacomo Matteotti viene eletto segretario. Ora sono liberi dai deliri “massimalisti” per una rivoluzione sempre annunciata e mai tentata. Sono liberi ma della loro libertà non sanno più cosa farsene.

(Antonio Scurati, “M, il figlio del secolo”, 2018)

 

* Confederazione Generale del Lavoro. Fondata nel 1906, la gran parte dei suoi iscritti e dirigenti apparteneva la partito socialista.

** Nel gennaio del 1921 a Livorno, dove si svolgeva il XVII congresso, la frazione comunista era uscita dal Partito socialista dando vita al Partito comunista d’Italia.