Ingrao-Luporini, lettere di fuoco
dopo lo scioglimento del Pci

Lo scambio di lettere tra Pietro Ingrao e il filosofo Cesare Luporini che pubblichiamo (tratte da Critica marxista) richiamano lo scontro che ci fu, prima nel Pci e poi nel Pds, dopo la svolta della Bolognina e la fine del Partito comunista. Quando Luporini scrive la sua lettera sono passati appena due mesi dal congresso di Rimini (febbraio 1991) che aveva decretato la fine del Pci e la nascita del Pds. In quelle assise Pietro Ingrao aveva deciso (insieme a Aldo Tortorella, Giuseppe Chiarante e lo stesso Luporini) di restare nel Pds e di non seguire i compagni che diedero vita a Rifondazione comunista. E proprio sulle motivazioni che furono alla base di quella scelta difficile – al centro dei convegni di Ariccia e di Arco e poi di un’assemblea a Roma nel marzo del 1991- avviene il confronto tra Ingrao e Luporini. La delusione e l’amarezza per quegli eventi spinse quest’ultimo a lasciare il partito dopo cinquant’anni di militanza. Ingrao, dopo aver tentato di tenere in vita un pensiero “comunista democratico” dentro il Pds, abbandonò anche lui il partito nel 1993, appena due anni dopo.

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Cesare Luporini

“Perché sul Pds non mi hai proprio convinto”

 

Firenze, 15 aprile 1991

Caro Pietro,
sembra la storia della “lettera smarrita”… mi scuso… Il fatto è che la riscrivo per la terza volta, e spero che sia quella buona. Cercherò di non affliggerti troppo con la lunghezza (in parte inevitabile) e di riuscire ad esprimermi per punti essenziali. Essa riguarda sia la tua relazione (ti ringrazio di avermene mandata copia, ma la conoscevo già da tempo), sia la situazione maturata (diciamo così!) nella nostra ‘area’ dopo il 23 marzo.

In una riunione locale (Firenze) della medesima (relatore Manca) seguita a quella di Roma io dissi che non ero d’accordo con le conseguenze pratiche che tu traevi nella tua relazione, pur riconoscendo in essa diversi punti nuovi e importanti, ma che questo derivava anche da certe impostazioni che non mi convincevano. Dissi anche che ti avevo scritto una lettera (il che era vero), ma che non te l’avevo ancora spedita (e che aspettavo anche di sentire la discussione di quella sera). Alla domanda di un compagno (Valerio Nardini), un po’ solenne, di farla conoscere anche a loro, risposi che no, non si trattava di una “lettera aperta”, era una lettera personale: perché fra noi due ci sono rapporti antichi e profondissimi che vanno al di là di queste stesse gravi contingenze politiche; e che quindi mi volessero scusare se non lo facevo. Avevo accennato alla lettera solo per la chiarezza delle relazioni. Inoltre dissi un’altra cosa, che riferirò più oltre in questa lettera (circa il senso del mio mettermi in disparte), la quale si riflette esattamente nelle dichiarazioni mie apparse (su richiesta del giornale) nell’Unità dell’11 aprile, in seguito al fattaccio (la cui origine pettegola mi è inesplicabile) della Stampa del 9 aprile, in seguito a cui mi telefonasti e abbiamo avuto una conversazione vivace (La Stampa aveva riportato la notizia del dissenso di Luporini in un articolo intitolato La scissione sfiora Ingrao, ndr). Questa lettera è ormai una continuazione di essa: per questo la riscrivo per la terza volta, ma la sostanza resta quella originaria.

In verità il mio non-accordo con te è qualcosa di più (mi pare) di quel che io dissi ai compagni fiorentini; almeno ogni giorno che passa mi sembra confermare che è così. Vorrei scansare subito un possibile equivoco: ciò non significa mio accordo (complessivo) con posizioni altre, almeno fra quelle finora conosciute (e non sto a precisare). Se così fosse, per me sarebbe tutto molto facile: basterebbe dire in che cosa approssimativamente mi identifico, e con chi.

E vengo all’essenziale. Naturalmente condivido moltissimo della descrizione generale che fai, specie internazionale, di alcuni nodi che individui, di alcuni spunti di proposte che dai, e soprattutto dell’altezza alla quale ti collochi.

Quello a cui invece più scarsamente partecipo è il modo in cui da quelle considerazioni più generali ti cali nel concreto delle cose, e delle cose da fare, e soprattutto il modo che viene suggerito (se ho bene compreso) di stare – o rimanere – nella nuova formazione politica, modo che a mio parere, si collega anche a un’analisi insufficiente dello stato del partito dopo Rimini, in cui fu costituito il Pds, e dopo la nota scissione.

Un’immagine della prima guerra del Golfo

E circoscrivo qualche punto. Il primo (da cui dipende tutto il resto, in certa misura): la guerra e la pace. Il 23 agosto rimane un momento altissimo: in quel giorno salvasti l’onore dei comunisti italiani (non mi stanco di ripeterlo), e riconosco anch’io che quella tua presa di posizione pubblica, in sede istituzionale, dapprima deprecata, ha avuto nel seguito un’influenza positiva sulla linea del partito circa la guerra (il 23 agosto del 1990 Ingrao era intervenuto alla Camera in dissenso dal gruppo comunista che si era astenuto sul voto che autorizava la partecipazione alla Guerra del Golfo, ndr). Ma credo che sul movimento pacifista di questi mesi (a cui anch’io, ovviamente, ho partecipato) bisogna avere ormai, e innanzi tutto, una posizione critica circa quelli che sono stati i suoi limiti intrinseci, in gran parte dovuti (a mio parere) proprio all’influenza frenante dell’allora Pci (e relativa organizzazione giovanile), e quindi sulla capacità reale di incidere profondamente sull’opinione pubblica e contrastare la forsennata campagna bellicistica, e anti-terzomondista (e di fatto contro il “Sud del mondo”). Sono state debolezze politiche che riguardano anche, e non secondariamente, il presente-futuro.

(Il massimo aiuto militare agli Usa nella guerra del Golfo l’ha dato proprio l’Italia, ritengo io, sia pur passivamente, con la piena disponibilità del suo territorio, e con le istallazioni, inoltre, più o meno segrete e comunque micidiali presenti in esso: o il movimento pacifista affronta questo nodo terribile – e di fatto oggi certamente impopolare – o esso si perde nel “millenarismo”…).

Sono d’accordo con la riapertura seria del dialogo con il “mondo arabo”, anche se non mi accontento dell’“ascolto” di cui tu parli, importantissimo ovviamente. Ho bisogno però di un dialogo critico e interrogante, e anche incalzante, che faccia precipitare (in senso chimico) la differenza tra governi e popoli, e movimenti, stimolando quelli di potenzialità democratica: e qui ci vuole davvero molto ‘ascolto’ per non imporre i nostri schemi occidentali, ma anche fermezza in alcune discriminanti. Potrei esemplificare: ma basti pensare quel che accade in questi mesi in Algeria, e l’arretramento che ciò significa (il fondamentalismo come unico movimento visibile di massa). Non sono disposto a connettere tutte insieme cose che mi appaiono assai disparate: come la questione palestinese, quella dello stato israeliano (e suoi confini) da una parte e l’altra del Libano, in cui un vero e proprio popolo non esiste (per ragioni storiche) e sono in gioco interessi assai sporchi e bene intricati. Tanto meno vorrei lasciare intendere una qualche accettazione della proposta De Michelis, che rimane al livello del rapporto stati-governi. Ma in sostanza su questa parte della tua relazione, come sulla questione dell’Onu (citazioni di Gambino ecc.) mi sento assai vicino a te (con le dette precisazioni critiche).

E ora vengo alla nostra situazione interna, italiana e di partito. Tu tocchi alcune “questioni strategiche”, innalzi l’istanza di dare “ampiezza strategica” (“rinnovata concretezza sociale” ecc.) a una linea di partito in cui la sua “identità” in via di trasformazione trovi finalmente chiarezza. Ma mi sembri molto reticente nell’analisi delle tendenze presenti in esso a partire dall’attuale gruppo dirigente (e “dominante”, direi), dalle sue divisioni, e dalla coorte dei suoi supporti burocratici di personale politico (punto su cui è fallito completamente il proposito annunziato di cambiare la “forma partito”; basti vedere i congressi regionali in corso, che sono per la nostra area un ingabbiamento abominevole, che neppure abbiamo accennato a mettere in discussione). Ne viene che nella tua relazione non emerge una sufficientemente autonoma piattaforma politica, cioè una strategia da affermare subito – quale minoranza interna, per il momento – e che sia subito mobilitante (il che non comporta il dar fondo alla questione dell’orizzonte comunista, ma neppure lasciar quasi inerte questa parola). Dalla tua relazione emerge invece un inserimento di “lunga lena”, per così dire, col rischio, a mio parere palpabilissimo, di arrivare all’appuntamento in quattro gatti, fra qualche mese.

C’è un punto del tuo discorso che mi ha sconcertato, ma nello stesso tempo mi è sembrato (indirettamente) rivelatore. Là dove dici (p. 47 della copia che mi hai inviato): «Riconosco che le compagne e i compagni che hanno scelto la separazione sono più di quanti avessi pensato; e voglio riflettere su questo mio errore di valutazione». Non per quello che dici, ma per quello che salti. E cioè la situazione concreta della nostra “area” dopo il congresso di Rimini e a partire da esso. Almeno in grande parte della mia Regione (cioè non solo a Firenze) i compagni della nostra area (già mozione n. 2), nonostante un diffuso criticismo circa la sua conduzione centrale nei mesi passati (Ariccia, Arco e così via), sono andati a Rimini pieni di orgoglio per quello che avevano fatto in questo anno difficilissimo, e di conseguente fiducia nel nostro futuro – insomma sono andati a Rimini ancora pienamente motivati, dopo essersi battuti nei congressi di sezione e di federazione, e ne sono tornati frustrati e a pezzi per la “non-sintonia” (non è parola mia ma di uno di questi compagni) lì sperimentata fra loro delegati e i compagni dirigenti di area, apparsi molto chiusi e incomunicanti rispetto a essi, in quanto tutti presi nella negoziazione politica interna con gli altri vertici (la cui necessità in sé considerata credo nessuno pensasse di respingere, visto che si era rimasti dentro, ma la sua separatezza sì). Onde sconforto, precipitanti defezioni non immaginabili prima di Rimini (potrei fare anche singoli esempi molto significativi anche localmente, ivi compreso nell’apparato e nelle regioni).

Mi accadde di prendere posizione (riflessa anche nell’Unità, in una pagina regionale con una certa evidenza forse strumentale), in un senso che voleva essere arginante-recuperante, in favore della elaborazione collettiva di linee strategiche sui grandi e incalzanti problemi, ove si potesse verificare l’autonomia di opposizione di cui avevamo parlato (fin da Bologna), e attraverso un continuato confronto in cui venissero a misurarsi chi era rimasto dentro, chi stava altrimenti tornando a casa, amareggiato, e chi era andato altrove, tuttavia a sinistra. Una strategia ovviamente molto decentrata (e in certa guisa trasversale) – comunque per nulla simmetrica (cioè omologa-opposta) a quella messa in opera dalla ala riformista – che potesse influire, fra l’altro sulla forma-partito in crisi, ma anche raggelata, com’è. La riunione del 23 marzo a Roma e le conclusioni operative-interne della tua stessa relazione, hanno sancito la sconfitta di una posizione di questo genere, e la vittoria, per contro, di un verticismo di fatto. Nella riunione successiva di Firenze che ho ricordato al principio di questa lettera presi atto di essere tra i soccombenti (con gran parte della mia sezione, ritengo, in cui siamo sempre stati maggioranza, anche dopo che tanti se ne sono andati) e per conto mio, anche data l’età, annunciai di mettermi in disparte rispetto alla vita di partito, pur continuando ad appoggiare i tentativi che ancora si volessero fare – come appunto accade qui – di larghi incontri a sinistra in cerchie politico-culturali ecc. (Anche se a questo punto poco credo a un loro successo, ma spero di sbagliare).

Queste sono le mie ragioni, buone o cattive che siano: comunque, ti assicuro, riflettute. E che mi è stato un po’ duro comunicarti, se ci sono riuscito. Ora siamo in mezzo della crisi di governo, anzi della crisi nella crisi. Mi pare che rifulga, ahimè, tutta la debolezza-incertezza del Pds (la cosiddetta “gente” non capisce proprio, alla lettera, fra l’altro, che cosa sia un “governo di garanzia”). Ma su questo terreno è inutile che prosegua qui. (Del resto non sono e non mi sento un politico-politico, ma solo uno che sente e ragiona in un certo modo, che nel passato ti era molto vicino).
Ricordami affettuosamente a Laura; ti abbraccio,

Cesare

 

 

pietro ingrao sinistraPietro Ingrao

“Troppa nostalgia, non basta essere fronte del no”

 

Roma, 6 maggio 1991

Caro Cesare,
torno a ringraziarti per avermi scritto. Come ti dissi ho atteso un po’ a risponderti, perché volevo riflettere sui punti che mi hai esposto.

Cerco di seguire l’ordine del tuo ragionamento. Anch’io penso che sulla politica internazionale non ci siano tra noi due differenze apprezzabili. E rispondo alle due questioni che sollevi: 1) la critica che ritieni necessaria ai movimenti pacifisti: comprendo la tua osservazione; e tuttavia a me pareva che in quella mia relazione fosse utile soprattutto mettere l’accento sul loro scendere in campo nel corso della guerra; fatto che è stato di rilevanza politica. Io non sono sicuro che questo peso e significato dei movimenti pacifisti sia colto nelle nostre file. Lascia un momento da parte che cosa ne pensiamo io e te: temo che nell’insieme delle nostre forze siano parecchio deboli invece, tuttora, sia la conoscenza sia il contatto reale con questi movimenti e le loro iniziative. Mi parve che si dovesse sottolineare soprattutto il loro significato, e anche ciò che di nuovo recano in sé anche a fini pratici, perché nel momento difficile del dopoguerra nel Golfo, la iniziativa pacifista non si spegnesse. In ogni modo, non vedo su ciò fra noi due differenze che contano.

Lo stesso per l’obiezione che tu muovi sul mondo arabo. Sono del tutto d’accordo con te circa il bisogno di un’analisi differenziata. Quando dicevo: dobbiamo conoscere, intendevo dire la stessa cosa; salvo accentuare di più – da parte mia – l’assenza di un’analisi e di un rapporto reale (quale in altre epoche c’era stato…). Nel concreto, io credo che in Algeria ci sia anche altro, oltre il fondamentalismo e l’Eln. Ma quello che mi preme è una “ricognizione sul campo”: questo sollecitavo. E quindi una svolta rispetto al distacco e alla passività manifestati da tempo da pressoché tutta la sinistra europea. Certo c’era qui molto da dire (e da cercare) su altri aspetti cruciali della situazione internazionale a cominciare dai nuovi, gravi, significativi sconvolgimenti ad Est. Ma la mia relazione era già troppo lunga.

Occhetto al congresso di Rimini del 1991

E vengo alla politica interna, dove invece le differenze di valutazione mi sembra ci siano, e siano significative. Non mi sento di accettare molto la critica generale che tu fai alla mia relazione: e cioè che doveva andare più al concreto. Certo: quello che tu chiedi contiene una certa verità, segnala un bisogno, che è forte. Ma – almeno nelle intenzioni – la relazione tentava un’analisi della crisi politico-sociale aperta ormai nel paese; cercava di uscire da una lettura che fosse tutta politica-politica, e chiusa nei problemi più strettamente istituzionali; e tentava di dare una motivazione dei processi che avevano portato a questa crisi. E mi provavo anche a sottolineare le scelte che si presentavano. In seguito sono tornato sul tema: nell’intervento che feci al convegno promosso da Bassolino a Ripetta e che in parte è uscito sul Manifesto (ora ti invio il testo completo) e nell’intervista all’Unità sulle questioni istituzionali (anche di questo ti invio copia).

Lo faccio perché ti sia chiaro il filo del ragionamento impostato già nella relazione.

È insufficiente o sbagliato questo filo, sia nella relazione sia in questi altri testi? È possibile. Ma che cosa è l’entrare nel concreto, se non cimentarsi con questa nuova tensione che sta da mesi scuotendo questo Paese e ci sta portando ad aspri e pesanti appuntamenti non solo politici, ma sociali? (e anche su questo io tendevo a dare una lettura e stabilire nessi con l’appuntamento di giugno con la Confindustria). Su questi nodi (e su quel tanto di valutazione che sono riuscito a svolgere) mi piacerebbe di avere il tuo giudizio. Altrimenti conosco meno il concreto che chiedi.

Nella relazione io avevo deliberatamente fatto una scelta: concentrando – quasi polemicamente – l’attenzione sugli eventi politici che incalzavano da mesi non solo sul piano internazionale, ma sul piano interno. Tentavo di spostare su questi nodi il dibattito tra noi, perché altrimenti anche il discorso sulla nostra iniziativa come “area” non vedo dove poggi, e rischia di restare per aria o tutto interno (in senso sbagliato).

Lascia che io ti ricordi che da Ariccia, e poi ancora ad Arco, per mesi io sono venuto facendo questo tentativo: con molte lacune e sbagli, ma avendo la convinzione che o muovevamo da ciò che sta accadendo di nuovo nel Paese e nel mondo, o non trovavamo il filo giusto nemmeno per la battaglia e l’iniziativa nel partito.

E invece da Ariccia in poi, c’è stata a questo tentativo un’obiezione (non esplicitata, purtroppo, ma evidentissima) che tendeva invece a mettere al primo posto il giudizio sul gruppo dirigente che aveva fatto la svolta e la lotta interna contro di esso. Ma – ecco il punto – con quale analisi e con quale proposta condurre questa lotta? Tu fai bene a chiedere a me di andare molto più a fondo su ciò. Sinceramente, trovo però che trascuri un po’ lo sforzo che ho tentato – per mesi! – proprio per venire a questo (appunto questo) “concreto”. Certo, poi ci sono le insufficienze o gli sbagli di questa relazione del 23 febbraio. Ma essa, questo era: ostinatamente tornare a ciò che stava scuotendo non solo noi, ma la gente e questo Paese e questa Europa. Una questione del genere – questo almeno è il mio pensiero – si è posta anche a Rimini.

Io non mi sento di condividere il tuo giudizio sulle cose accadute nel Congresso di Rimini. Certo: anche lì quanti difetti da parte nostra, quante debolezze nostre e altrui nel congresso! Ma esso non si ridusse solo a una trattativa di vertice per cercare alcuni accordi su organigrammi ecc.

A Rimini si posero questioni politiche non piccole: ancora il giudizio sulla guerra del Golfo e sulla risposta a questa “svolta” nel mondo; sulla linea da seguire nello scontro e sulle proposte sulle riforme istituzionali; sul giudizio su Craxi e la politica del Psi. Noi, minoranza, non affrontammo con sufficiente incisività e limpidezza questi nodi? O non riuscimmo a dare evidenza alle nostre proposte? O fummo troppo tiepidi e imprecisi nel nostro ragionamento e nelle nostre proposte? Mettiamo che sia stato così: è vero che la posta in campo richiedeva molto di più. E certamente non riuscimmo a coinvolgere con forza congresso e area nostra in questo confronto. Ma allora dobbiamo discutere perché e come e su che accadde questo. Qui è il punto da approfondire. Solo dentro questo orizzonte e dentro questa problematica possiamo analizzare lo stato d’animo di delusione e addirittura di rifiuto che ci fu nei compagni e che tu segnali nella tua lettera. Io posso avere sottovalutato o non capito questo stato d’animo. Ma non sono sicuro che esso esprimesse in tutto una ragione positiva. Posso sospettare – lo dico con tutta la modestia necessaria ma anche con sincerità – che ci fosse anche un ritrarsi da nodi che domandavano scelte difficili e dolorose, e un pronunciamento e una scelta non solo sull’accaduto dopo la Bolognina e sugli errori della maggioranza. Ma sul presente, e sul nuovo che nei mesi brucianti dall’agosto al febbraio erano venuti maturando. E su questo io forzo volutamente la polemica. A me parve, in quei giorni, che una larga parte della nostra area era ferma alla condanna di ciò che faceva la maggioranza, ricavando da tale condanna il quesito angoscioso se stare dentro il nuovo partito oppure no. E riluttava a scendere sul terreno della proposta e delle vie con cui darle forza e sviluppare l’iniziativa politica.

Lo dico perché io avverto questa difficoltà ancora oggi. Io sono persuaso che stiamo andando verso accelerazioni forti della crisi italiana. Anche di questo ho parlato pubblicamente, a Bari, nell’incontro con D’Alema e Giovanni Maro: ho sostenuto che l’identità del Pds si definisce intanto sulla sua capacità di battersi per uno sbocco democratico (ed ho cercato di ragionare concretamente su questo termine così generico e abusato) alla crisi in atto, al progetto “presidenzialista” (che per me significa nuova fase di centralizzazione, gerarchizzazione, e passivizzazione della masse) e al blocco Cossiga-Craxi che ne è attualmente la guida. Penso che se non impostiamo e costruiamo questa risposta democratica, passerà la prospettiva della “fusione” con Craxi (quale che la si voglia chiamare); e ciò porterà a una nuova e più grave scissione (o abbandono) e quindi alla pratica dissoluzione della principale forza di opposizione esistente (ed esistita) in Italia. Dubbi possono ancora essere i tempi e le tappe, ma in nodi si vedono. E già a Rimini questo era il sottofondo.

Perché non discutiamo abbastanza di questo? E se è giusta o no questa analisi, come andare a questa prova, e con quali nessi, soggetti, alleanze anche sul terreno internazionale… Secondo me, non riusciamo ancora a farlo anche perché questa parte delle nostre forze che non si è separata ancora è presa dalla “nostalgia” (nel senso forte di questo termine) e cioè non vuole prendere atto in pieno delle “catastrofi” (e delle innovazioni) avvenute o trae da questo una sospensione che può mutarsi in disperazione o addirittura in disgregazione. La conseguenza è che l’ottica resta ancora inchiodata soprattutto sull’interno di questo Pds, e poco sulla vasta area dei processi reali.

Infine, il “verticismo” di cui parli. Accetto la tua critica, sinceramente. Ma con alcune precisazioni (o letture), fuori dalle quali invece non sono d’accordo. La prima – la più semplice –: ritengo che ci siano momenti in cui – nelle società moderne, in cui viviamo – l’atto della decisione ha i suoi tempi e i suoi luoghi: e ambedue questi aspetti non possono essere elusi. Da quello che ho scritto in questi anni puoi comprendere – spero – il senso di queste parole. Io “movimentista” accanito (e anche ostinato difensore del momento rappresentativo-parlamentare, anche oltre il “lecito”) penso però che a questi momenti di “centralizzazione” anche le nuove forme della politica non possono sottrarsi. E certo non potevamo reggere noi in questo duro anno in questa difficile battaglia di aspra opposizione, dove spesso qualcuno di noi ha dovuto decidere sul campo, senza – in certi momenti – avere modo nemmeno di consultare e chiedere consiglio. Anche al congresso ci sono stati alcuni di questi momenti.

Sì, quanti errori, quante improvvisazioni, quante discussioni fatte male! Ma noi dovevamo anche “improvvisare” posizioni e schieramenti; e penso c’è stato, sì, “verticismo”. Quindi accetto la tua sollecitazione critica, ma in questo quadro reale. Io soprattutto l’accetto forse in un senso particolare: che siamo stati troppo “fronte del no” ed abbiamo esitato a selezionare i nostri sì, e quindi a confrontarci fino in fondo e correre anche il rischio della divisione fra di noi, che poi alla fine c’è stata lo stesso.

Ma il senso di questa mia risposta è che tutta la prospettiva della nostra azione va collocata con più forza nel quadro delle forze in movimento: nel Paese e nella situazione internazionale. In quell’arena bisognava stare. E invece vedo – non mi riferisco assolutamente a te – tanti compagni fissi troppo al nostro “interno”, e quindi chiusi in questa dimensione. Anche questo, caro Cesare, è un difetto grave di “verticismo”, di vecchio burocratismo: e poi non prende atto delle mutazioni enormi. Restando così, per me è la sconfitta peggiore.

Caro Cesare, scusa la fretta e la passionalità di questa risposta. Sai quanto mi preme il tuo consiglio. Sai quanto è importante il dialogo con te. Un abbraccio,

Pietro

 

 

Questo scambio epistolare è tratto dal nuovo numero di “Critica marxista” che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. La rivista pubblica, tra le altre cose, un editoriale di Tortorella su “Il mestiere del virus e quello degli umani” e articoli di Michele Prospero, Vincenzo Vita, Alfonso Gianni e Pietro Greco.