Ingrao-Camon, dialogo sul comunismo
“In questo mondo è necessario”

Camon
Il Pci. Anni fa, quando si trattava di cambiare nome al Partito comunista italiano, e c’erano il fronte del No e il fronte del Sì, qualcuno, una segretaria, mi telefonò a nome suo per invitarmi ad aderire al No. A mio parere, il Partito comunista italiano non aveva, dopo Togliatti, nessuna ragione per continuare a chiamarsi comunista: nessuna ragione vuol dire nessun diritto e nessun vantaggio. Detto altrimenti: il comunismo italiano aveva lavorato per costruire un uomo incompatibile col comunista sovietico. Non crede di aver lavorato anche lei in questa direzione? E continuando a voler chiamarsi comunista, non voleva in sostanza stabilizzare una contraddizione? Io ero favorevolissimo al cambiamento del nome Pci, l’avevo proposto diversi anni prima, da “Panorama”, ma evidentemente era troppo presto: non per la storia ma per i dirigenti del Pci.

Ingrao
E io ero contrarissimo al cambiamento del nome. Vedevo bene la portata non solo letteraria, cioè lessicale e comunicativa, di un nuovo nome, ma sentivo il rischio della rottura con una storia, con una cultura. Io continuo ancora a chiamarmi “comunista”. Lei dice che “conservare il nome” le sembrava “finire fuori-storia”: questa è una visione che ci divide, perché per me non c’è il comunismo, ma ci sono i comunismi. Già Marx parlava di diversi comunismi. C’è un comunismo utopistico, c’è il comunismo marxiano, e dentro il comunismo marxiano c’è tutta una serie di correnti, c’è un comunismo di matrice religiosa, la Teologia della liberazione…

Camon
Eran comunismi “possibili”, la storia ne ha scelto uno e l’ha messo sopra tutti gli altri, e a quell’uno ha legato per sempre il nome: quando si usa quel nome, è a quell’uno che si pensa, in tutto il mondo. Dirsi comunista, in qualunque parte del mondo, vuol dire accettare, e magari vantare, la storia che il comunismo, costruendo se stesso, ha realizzato. E di questo carico il comunismo italiano non era più “degno”, se era un merito, e non era “colpevole”, se era una colpa.

Ingrao
Eh, ma come faccio allora io a nominare il “mio” comunismo? Lei attribuisce un senso troppo univoco a quella parola.

Camon
Non io. È la storia, che le dà quel senso. È quello che sui giornali ho chiamato il fattore N, il fattore del nome: il comunismo in Occidente era bloccato dal fattore N.

Ingrao
E io come devo chiamarmi allora? Non si può negare che Marx era un comunista, e io, che ancora faccio riferimento a quella matrice perché non posso chiamarmi come lui, comunista? Perché ci sono stati dei comunismi che hanno fallito, hanno deviato e sono stati sconfitti? Anche nel cristianesimo ci sono tanti cristianesimi…

Camon
…ognuno dei quali ha assunto un suo nome, cattolicesimo, protestantesimo…

Ingrao
…ma il papa parla continuamente di ecumenismo, di riunificazione di tutte le famiglie cristiane, ricorda addirittura la comune matrice biblica.

Camon
Ma non ha lavorato anche lei, in fondo, alla creazione in Italia di un comunismo completamente diverso da quello sovietico?

Ingrao
Ebbene sì: il che prova che c’eran diversi comunismi, che erano e restano comunismi.

Camon
E qui c’è un problema ancora insoluto, c’è il problema del nome. Fate una cosa nuova, ma le lasciate il nome vecchio, e dunque non riuscite a nominarla bene. Dappertutto nel mondo comunista – Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, perfino Russia – e nel mondo occidentale, compresa l’Italia (che però è stata l’ultima) i partiti comunisti hanno preso un altro nome.

Ingrao
Lei fa una identificazione tra questo nome e una realtà politica…

Camon
E’ meglio se invece di dire “lei” dice “voi”, perché questa identificazione la facciamo in molti, anche e specialmente quelli che han speso la vita a lavorare nel Pci, e che hanno optato per il cambiamento del nome.

Ingrao
Non tutti.

Camon
Non tutti. Ma quando la massa che era con voi si sposta e vi lascia soli, non vi viene il dubbio di essere in errore?

Ingrao
Ma quelli che sono andati via hanno adottato un’altra soluzione, hanno dichiarato di “non essere più” comunisti. Se uno non è più comunista, è giusto che non si chiami più comunista. Avevo ragione io quando sentivo che nella svolta della Bolognina, in cui si decise che il Pci cambiasse nome, c’era una novità che non riguardava solo il “nominarsi”: riguardava l’”essere”. Era l’uscita da una cultura e la formazione di un’altra cultura. Il partito si spostava su una cultura che rifiutava chiaramente certi postulati fondamentali del comunismo. Io credo ancora alla lotta di classe. E nell’analisi di classe. Anche se non le leggo né nei termini in cui le leggeva Stalin e nemmeno nei termini in cui le leggeva, per certi aspetti, Marx. Ma uso ancora, nella mia ricerca, quella griglia che si chiama “i rapporti di produzione”, come strumento per capire il funzionamento di una società. Senza quello strumento, non capisco più nulla. (…)

Camon
Resta il fatto che il Partito comunista Italiano ha mantenuto più a lungo di tutti un rapporto disciplinare, di apprendistato, verso quello sovietico, e che è stato l’ultimo partito comunista del mondo a smettere il nome: quando il Partito comunista italiano smise il nome comunista, il nome era già scomparso nella stessa Unione Sovietica.

Ingrao
E a me che me n’importa?

Camon
E’ la storia. Non gliene importa della storia?

Ingrao
Eh la storia, è fatta di vincitori, di vinti, di sconfitti, differenti. Lei non ha letto una mia opera, intitolata Il dubbio dei vincitori.

Camon
Ma non le viene il sospetto che debba esistere anche un dubbio dei vinti?

Ingrao
Proprio lei non mi può dire, Camon, che la storia la fa solo chi comanda.

Camon
Ma i vinti non hanno il dubbio di essere in errore, se la storia li fa perdere?

Ingrao
I vinti hanno il rimorso di avere perduto, che è diverso dal rimorso di avere torto. (…)

Camon
Lei parla, in una poesia, degli “oscurati dal sole”. Chi sono?

Ingrao
Ci sono in questo mondo i forti, la cui luce prorompe e invade tutto, e ci sono quelli che vengono abbagliati, accecati da questa luce.

Camon
Fa parte del comunismo dare a loro la loro luce?

Ingrao
Certamente: è il compito del comunismo. “Oscurati” vuol dire, non che sono “oscuri”, perché hanno una loro luce, ma la loro luce è sommersa dalla luce altrui.

Camon
Lo stesso vale per chi “solo transita / senza nemmeno raccontare il suo respiro”?

Ingrao
(Mi guarda)
Lei è fortunato, lei racconta il suo respiro.

Camon
E “i non nati mai / perché non furono riconosciuti”? Fa parte del comunismo riconoscerli?

 

Ingrao
(Stupito)
Eh certo, come no?

Camon
E’ per loro dunque che si lavora e si scrive, che si fa politica e si fa poesia?

Ingrao
Dove vuole arrivare?

Camon
A questa piccola domanda: come possono “vedere”, come possono “leggere”, se sono “oscurati”?

Ingrao
(Pausa)

Camon
Ingrao, io ho cominciato scrivendo poesie per coloro che sentivo, qui in Italia, come gli ultimi della terra: i contadini. Ho smesso subito, perché mi sono reso conto che era impossibile scrivere ‘per loro’ rivolgendosi ‘a loro’: loro non vogliono poesia.

Ingrao
Qui entra in funzione la ‘grazia’ della comunicazione. Guardando a ritroso, scopro tante cose nella mia vita che non mi piacciono, o che mi sembrano profondamente sbagliate. Non le rifarei. Però le posso dire – ma è una cosa che esprimo in tutta intimità – che la gratificazione più forte che ho avuto, e si tratta di un dono che non posso dimenticare, tra tante esperienze sbagliate o brutte della mia vita, è stata questa: io ho incontrato molte persone che non la pensano come me, dissentono da me, sono molto lontane da me, però dopo che ho parlato e mi hanno capito sono venute a stringermi la mano, o a darmi un bacio, come segnalazione e riconoscimento di una comunicazione avvenuta. Le assicuro: non era solo per l’esattezza della proposta politica che in quel momento avanzavo.

Camon
Ma questi (i dissenzienti, i nemici, gli acculturati di una cultura diversa o nemica) non sono gli “oscurati”, sono gli oscuranti. Sì, si può comunicare con gli oscuranti, noi con loro, loro con noi. Ma si può comunicare con gli “oscurati”?

Ingrao
Beh, se non raggiungo una comunicazione con quelli…

Camon
Se la raggiunge, vuol dire che non sono abbastanza oscurati. Guardi che è un problema che abbiamo sentito in tanti, non sono l’unico: Morava si è nascosto dopo aver pubblicato La ciociara, Bassani è scappato da Ferrara dopo Il giardino dei Finzi-Contini.

Ingrao
Gli “oscurati” sono tali perché un’ombra è calata su di loro, però loro conservano la propria luce. Questo è un punto che io ho fisso in testa: il mondo dei sacrificati, dei colpiti, dei feriti. (…)

Camon
Che sarà, Ingrao, della cosiddetta Sinistra?

Ingrao
La Sinistra è diventata organicamente plurale: oggi è fatta di diverse forme di esperienza politica, c’è il partito, c’è il volontariato, c’è il circolo, c’è l’associazione pacifista, e così via. Ci troviamo di fronte a un arcipelago delle sinistre: è questa la novità della Sinistra, la sua forza.

Camon
E tutto questo non smentisce la sua vita?

Ingrao
Eh lo so, questa novità della Sinistra contraddice quella che è stata l’impostazione della mia vita, perché io ho speso la vita per un partito che cercava di restare uno e come uno crescere continuamente. Era un’idea e una pratica monolitica. Ma anche il grande e glorioso Partito comunista era consapevole di muoversi in uno schieramento complesso, dove cercava gli agganci col ceto contadino da una parte e con gli intellettuali dall’altra. Questa complessità adesso è molto cresciuta. (…)

Camon
Ingrao, lei mi ha detto, in questa conversazione che va avanti ormai da quindici mesi, che bisogna fare il comunismo anche se non sappiamo se il comunismo sia possibile. Le chiedo: per muoversi, non bisogna credere che è possibile?

Ingrao
No, bisogna credere un’altra cosa: che è necessario. Poiché è necessario, bisogna muoversi. Questa società non dà risposta a due, tre bisogni che sono irrinunciabili per l’uomo e allora bisogna cercare di risolverli. Se si può o non si può, non lo può dire questa storia, che stiamo attraversando ora, lo dirà la storia di domani, che non sappiamo cosa sarà.

 

 

Questo testo è tratto dal libro

Tentativo di dialogo sul comunismo

(Edizioni Ediesse, a cura di Alberto Olivetti).

Il volume raccoglie un colloquio tra lo scrittore Ferdinando Camon e Pietro Ingrao

che si svolse tra il dicembre del 1993 e il maggio del 1994 e mai pubblicato

per la contrarietà del leader comunista

che era rimasto “insoddisfatto” del lavoro fatto.