Ingiustizia è fatta
liberi i responsabili
della strage
alla Thyssen-Krupp

Cinquantaquattro anni, quarantatrè, trentasei, trentadue, ventisei, ventisei, ventisei. Solo le età dei sette morti di Torino, i sette morti  della Thyssen Krupp, dopo l’esplosione la notte tra il 6 e il 7 dicembre 2007, nel rogo o poche ore o pochi giorni più avanti in ospedale.

Rocco Marzo, Angelo Laurino, Antonio Schiavone, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Bruno Santino,  Giuseppe Demasi. Rocco Marzo aspettava la pensione, tutti e sette aspettavano di vivere, coltivavano progetti, avevano figli da crescere.

La tragedia colpì le famiglie, ma colpì anche chi, a Torino o altrove, magari non aveva mai sentito di quella fabbrica di corso Regina Margherita ed era costretto ora dalla televisione o dai giornali (per noi, dall’Unità, partì quella sera Giampiero Rossi, che scrisse esemplari articoli), nella violenza di quei momenti, a piangere quei morti, a conoscere le loro condizioni di lavoro, a sapere quali rischi si potessero ancora correre per la paga, a sentire da parte dei “padroni” parole di indifferenza o di inqualificabile giustificazione: era una fabbrica in via di dismissione, inutile spendere per rimettere in sesto quel forno che sarebbe stato spento.

Seguirono il lutto, i funerali, le manifestazioni, le invocazioni e le promesse di misure più forti per la sicurezza nelle imprese. Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto in quella squadra di operai, entrò in Parlamento e continuò la sua battaglia. Raffaele Guariniello, bravissimo magistrato (lo stesso che non aveva esitato a denunciare molti anni prima la Fiat per le schedature politiche dei suoi dipendenti e che aveva indagato anche sul doping nel calcio e sulle morti per mesotelioma tra i lavoratori, gli ex lavoratori, i familiari della Eternit di Casale Monferrato) condusse l’inchiesta, che si concluse molto rapidamente, dopo poco più di due mesi.

Le condanne

Il cammino processuale, cominciato nel 2009, si chiuse in Cassazione quattro anni fa. Furono condannati, insieme con quattro dirigenti italiani,  l’amministratore delegato della Thyssen, Harald Espenhahn, a nove anni e otto mesi, e un membro del consiglio di amministrazione, Gerald Priegnitz, a sei anni e dieci mesi. I due fecero ricorso di fronte a un tribunale tedesco. Che non rinnovò il procedimento, ma tagliò le pene, cinque anni, il massimo previsto in Germania per l’omicidio colposo.

Apprendiamo (la notizia è stata diffusa da Radio Colonia e confermata a Torino) che la procura di Essen avrebbe concesso il cosiddetto “offener Vollzug”, esecuzione della pena a porte aperte, misura alternativa al regime carcerario: Espehahn e Priegnitz, che in carcere non ci sono mai stati perchè la sentenza non era ancora esecutiva, albergheranno solo la notte in una cella, di giorno potranno uscire, lavoreranno, dovranno solo ripresentarsi al tramonto. Non c’è il rischio di fuga e nemmeno di reiterazione del reato, non esistono precedenti penali nel curriculum dei due, quindi, secondo la procuratrice generale di Essen, Anette Milk, si può adottare il citato “Offner Vollzug”.

Così è. Applicata la legge. Come accaduto, con le ovvie diferenze, appena due giorni fa in Italia: Massimo Carminati, che almeno cinque anni e mezzo li ha scontati, si rilassa nella villa del fratello a Sacrofano, come documenta Repubblica che precisa: “Nella Roma nord del Nero: lo aspettiamo a braccia aperte”.

Non sappiamo se qualcuno attenderà ogni giorno a braccia aperte i due manager della Thyssen. Forse i loro famigliari.

Una protesta che vale una testimonianza

I famigliari di Rocco e degli altri caduti piangeranno ancora e protesteranno. Una protesta che vale una testimonianza, cui dovremmo unirci, per rispetto di un’etica civile e per solidarietà, una protesta che è assai difficile porti a qualche risultato.

Stiamo alla legge, appunto. Come ha commentato Raffaele Guariniello, i due non sono a piede libero, comunque sono stati privati della loro libertà.

Giustizia è fatta. Ma per quei morti, per chi si è consumato in quel modo, per chi ha sofferto quelle pene, giustizia non sarà mai fatta. Il dolore non si spegne di fronte a codici e codicilli.

Si dovrebbe tornare da capo, alle promesse d’allora e alle infinite promesse, prima e dopo Torino, di prevenzione e sicurezza, in un paese che ogni anno di morti sul lavoro ne conta un migliaio (nel 2019). Si dirà che le regole esistono, che le ispezioni si fanno, che le responsabilità sono di tanti, che esistono fabbriche modello… Però si muore (si muore meno quando il sistema produttivo va in crisi). Certo è che i migliori controllori dovrebbero essere i lavoratori stessi. Certo è che si dovrebbero rafforzare i diritti dei lavoratori, invece di smontarli, che si dovrebbe fare in modo di sottrarli al ricatto, che si dovrebbe davvero combattere il lavoro nero e tante forme di subappalto, che infine chi lavora dovrebbe essere tutelato e che la miglior tutela chi lavora se la potrebbe dare da sé, se naturalmente gli venisse riconosciuto il potere per farlo.