Infuria la violenza sulle donne. E non basta un fascetto di mimose

Sharon, Victoria, Roberta, Teodora, Sonia, Ilenia, Piera, Luljeta, Lidia, Clara, Deborah, Rossella. Sono questi i nomi di dodici donne che l’8 marzo non lo celebreranno. Sono morte. Sono i nomi delle prime vittime di quest’anno terribile, le quali non hanno ceduto al virus che non rispetta nessuno ma sono state annientate dai loro uomini che non le hanno mai rispettate. E poi, alla fine, le hanno cancellate in nome di un delirante predominio fatto di forza e disprezzo, alimentato probabilmente dalla nascosta consapevolezza dei loro tanti limiti. Di una eterna pochezza.

Femminicidi, i dati sono allarmanti

Di festa della donna non si deve parlare. Anzi bisogna parlarne, ma tutti i giorni dell’anno quando la cronaca o le conoscenze ci portano sotto gli occhi un dramma silenzioso e violento. Una volta all’anno, un fascetto di mimosa e una cena fuori – che in questo 2021 neanche ci potrà essere – e si pensa di aver assolto il compito di essere compagno e sodale. Gradite le solidarietà, i flash mob degli uomini con mascherina rossa, l’ultima novità, la vicinanza sincera ma anche pelosa, come lo è a volte la carità.

Ma il femminicidio continua. Inesorabile. Nel 2020 sono state 91 le vittime di questo reato. Nelle famiglie si è continuato a consumare il tragico rito del dolore e della violenza anche fino all’estremo con 81 donne uccise, l’89 per cento. La maggioranza si consuma al nord, il 56,8 per cento con una particolare concentrazione in Piemonte e Lombardia. Un copione tragico che si svolge troppo spesso nella colpevolezza di famiglie d’origine che preferiscono non vedere, nell’incapacità di chi dovrebbe vigilare ad ascoltare un disperato grido di dolore, nell’impossibilità di compiere uno strappo quando c’è debolezza e paura, quando non c’è l’autonomia economica.

Tutto comincia con battute pesanti, offensive. Poi le intimidazioni e le minacce , gli abusi, l’isolamento, la solitudine, e troppo spesso alla fine l’annientamento. In modo violento, anche organizzato nei minimi particolari con un complice oppure travestendo il delitto da incidente casuale. La persecuzione può portare anche la vittima a pagarsi il funerale nella certezza dell’esecuzione. Tutto avviene senza un ripensamento, senza un pensiero per i figli che resteranno privati della madre a misurarsi con un padre orco. L’impeto, il raptus, la provocazione sono le giustificazioni più comuni addotte dagli assassini che però non reggono. La violenza degli uomini contro donne che dicono di aver amato è sempre conseguenza del mettere se stesso sopra tutto, nel non voler riconoscere all’altra l’identità di persona. E’ la dimostrazione di un senso di possesso come se la propria compagna o moglie  fosse un oggetto e non una persona.

 

La violenza si consuma in famiglia

I lunghi mesi della pandemia e la forzata coabitazione hanno contribuito ad aggravare la violenza in famiglia. Secondo l’Istat nel primo semestre del 2020 gli assassini di donne sono stati il 45 per cento del totale contro il 35 dell’anno precedente. In marzo e aprile si è arrivati anche al 50 per cento. E la mattanza è continuata con una donna sacrificata ogni tre giorni. E non bastano a fermarla qualche legge e un riconoscimento di diritti messi peraltro appena possibile in discussione da chi si sente superiore.

Ma sono anche altre violenze in forme diverse che le donne devono subire. Violenza sono le difficoltà sul lavoro. Fuori quando c’è, in casa sempre. La pandemia ha falcidiato il lavoro femminile assumendo le forme di una vera e propria recessione. Sono le donne ad essere maggiormente esposte al virus dato che il lavoro in campo sanitario e di cura è per lo più loro appannaggio. Come quello nelle scuole. In Italia il 98 per cento di chi ha perso il lavoro è donna stando a recenti dati Istat. Solo nel mese di dicembre su 101mila lavoratori che hanno perso il lavoro 99.000 sono donne. Il doppio di quanto accade nell’Unione europea. Ad aggravare la situazione c’è anche la considerazione che la gran parte del lavoro al femminile si svolge al di fuori di contratti regolari, la precarietà è donna. Quindi gli ammortizzatori sociali, il blocco dei licenziamenti sono sostegni di cui diventa impossibile usufruire.

E c’è poi la derisione del corpo, il body shaming. Le donne ne sono le principali vittime. Una persona è bella solo se risponde a determinati canoni. Un uomo su di chili ha per i più una bella presenza, trasmette potenza. Una donna che pesa un po’ di più è solo una cicciona. A una ragazza sottopeso manca qualcosa oltre i chili. Gli stereotipi della bellezza e della gradevolezza non prevedono un più o un meno. Ovviamente i canoni sono diversi. Ma chi si arroga il diritto di giudicare al di là delle sofferenze pensa che i suoi siano quelli giusti. E non si guarda allo specchio.

Persino Fiorello nell’ultimo Sanremo è stato accusato di averlo fatto avendo commentato l’ingresso della modella Vittoria Ceretti con un “è bella magretta” che non è stata una bella considerazione tanto più davanti a una ragazza splendida di cui si poteva notare ben altro. Ha difeso la sua battuta lo showman. “Non si può più dire niente…”. E’ così. Certe considerazioni sono inutili ed è meglio non farle. E basta. Resta il fatto che la valutazione dell’aspetto, a cominciare dal peso – ma sotto tiro ci possono essere anche l’altezza, la peluria, la mancanza di capelli, l’acne e via dicendo – è un inutile e offensivo esercizio. Non esistono canoni estetici fissi. Ognuno può essere bello o brutto. Nessuno si può prendere il diritto di deridere una persona che non gli piace e non corrisponde ai suoi canoni estetici. Che non sono universali.

Anche in questo caso, tutto l’anno, le donne sono i soggetti maggiormente esposti al dileggio. Solo qualche uomo sa di che cosa stiamo parlando.