Lo scambio indecente sull’informazione tra il governo e Berlusconi

Farne un falò, immagine di tragica memoria nazista, e non solo. O, meglio e più utile, farne merce di scambio con un alleato in panchina ma ancora necessario che alle sue aziende (e alle proprie tasche) ha sempre dimostrato di tenerci molto, certo più del Paese che ha governato. I piccoli Mussolini d’Italia devono aver pensato che invece di sprecare fiammiferi è meglio non farli proprio scrivere quegli elaborati stampati che arricchiscono la vita e l’intelletto di chiunque ne abbia consuetudine. Per ora i giornali. Per i libri si vedrà anche perché, per stessa ammissione della classe dirigente in auge, quelli i più neanche li sfogliano. E che è molto meglio ammorbidire la riforma dell’editoria in fieri nella parte dei tetti pubblicitari che andrebbe a colpire al cuore Berlusconi e le sue tv con una perdita conteggiata ad Arcore in 750 milioni di euro l’anno. Ed, in cambio, ottenere il voto favorevole di Forza Italia in commissione di vigilanza, per la nomina di Marcello Foa a presidente della Rai, rimandato a settembre proprio per il no degli azzurri e pronto a correre di nuovo in una competizione che ha tutti i segni dell’irregolarità.

Uno scambio in nome di interessi anche opposti. Certo bisognerà spiegare agli elettori pentastellati il sigillo indispensabile di Berlusconi, il grande nemico, per riuscire a collocare al vertice di Viale Mazzini un uomo molto gradito alla parte grillina del governo. Per la Lega è diverso. Loro il tragitto fin qui lo hanno compiuto al fianco dell’ex Cavaliere che ora si sta rivelando un peso per Salvini, lanciatissimo in solitaria ma non tanto da rinunciare a quell’appoggio. E quindi pronto ad andare a cena ad Arcore, anche più volte, per discutere di tutto un po’ con l’anziano alleato. Per ora.

Verba volant, scripta manent. Anche se i social il concetto lo hanno di molto allargato. Bloccare le critiche scritte. Togliere acqua ai mulini dei giornali per fermarne la produzione così che vengano a mancare altri luoghi di confronto e di critica. E come si può riuscire nell’impresa se non togliendo qualunque forma di finanziamento alla carta stampata? Togliere l’aria. Questo l’imperativo. Detto, fatto.

Il killer designato è Vito Crimi, primo esempio di classe dirigente nell’era grillina, quello dello streaming con Bersani, che allora era capogruppo e ora è sottosegretario all’editoria. Un settore che non annovera tra i suoi fruitori il premier Giuseppe Conte che i giornali non li legge “se no non potrei governare”, come ha confessato sotto il sole evidentemente molto forte della Puglia. Crimi è stato impegnato con delega a dar man forte al vero leader del movimento anti stampa sulla solida scia di Beppe Grillo, e cioè Luigi Di Maio, vicepremier in affanno. In ombra. E non per le capacità superiori di Salvini ma, secondo lui, perché “i prenditori editori ogni giorno inquinano il dibattito”.

Ci ha provato il presidente della Repubblica a farli rinsavire. Dopo essere intervenuto su giustizia ed Europa ha voluto ricordare che ”una stampa credibile, sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell’innovazione e dell’allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle istituzioni”.

Parole giuste. Finite nel nulla dato che nessun passo indietro sembrano vogliano fare i governanti ammazza informazione. Per loro non è vero che “l’incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo” come ha detto Mattarella. I giornali fanno troppe critiche. E se non si riesce a fare nulla perché quelle critiche non arrivino, invece di migliorare l’azione di governo, meglio che i giornali chiudano. Che insieme a testate storiche, a idee anche contrapposte ma tutte da salvaguardare, vadano in fumo anche posti di lavoro poco importa ai sostenitori del reddito di cittadinanza.

La “dimaiata” a firma Crimi parte dall’ignoranza che il finanziamento all’editoria è stato praticamente azzerato. E non dall’attuale governo, ma molto prima. I giallo verdi giostrano su quanto è rimasto, i contributi indiretti e la redistribuzione della pubblicità tra tv e carta stampata. In particolare quella istituzionale. E poco importa se può sembrare un attacco a Berlusconi e alle sue aziende. Quello è un problema di Salvini. Ci pensi lui a rabbonire l’alleato con cui ben altri problemi ha da risolvere. Di qui la cena. Ne seguiranno altre. L’uomo di Arcore è ancora un osso duro. Se lo tocchi nel portafoglio poi… Come ciliegina ci sarà anche l’obbligo di mettere sotto la testata i nomi degli editori, perché “i cittadini devono sapere”. La gogna, in altre parole. Ma tutto serve a far spettacolo.