lI “modello Genova”:
inefficienza dei privati
e ritardi della politica

Riassumendo (e banalizzando, ovviamente) siamo quasi pronti ad attraversare Genova con il nuovo ponte di Renzo Piano dopo il disastro, due anni fa, di quello progettato dall’ingegner Morandi, e non sappiamo ancora chi debba provvedere alla sua cura, alla sua manutenzione, ai vari controlli, tutto ciò che mancò prima e che fu alla radice della tragedia. Non è del tutto vero. Lo sappiamo, ma la questione si direbbe risolta solo “in via provvisoria” e il provvisorio in questo paese può essere senza fine. Mezza Italia è stata costruita in deroga, provvisoriamente, in attesa di piani regolatori. Ma è rimasta gran parte in piedi, salvo cataclismi di varia natura.

In via provvisoria

Così per il ponte Piano, “in via provvisoria”, perché “l’affidamento alla società di Benetton – leggo il titolo di un qualsiasi giornale – è l’unica strada per consentire l’apertura immediata”. Il Presidente del Consiglio, registrando polemiche e proteste, chiarisce con tempestività postuma che la vicenda si trascina da troppo tempo, che la procedura di revoca è avviata e ci sono tutti i presupposti per realizzarla, “perché gli inadempimenti sono oggettivi, molteplici e conclamati”. Se ne discuterà in Consiglio dei Ministri, che si immagina sia assai combattuto, vista la varietà delle opinioni in campo, spesso peraltro incuranti di vincoli contrattuali e di costi di rescissione, di prospettive giudiziarie e di alternative, anche del futuro di una impresa, Autostrade, che conta più di settemila dipendenti, e di una società, Atlantia, con trentacinque miliardi di debiti, che si regge su cinquantamila azionisti, quindicimila obbligazionisti, tutti piccoli risparmiatori quindi, una società di cui i Benetton mantengono il trenta per cento attraverso Sintonia-edizione.

Al quadro tratteggiato si dovrebbe aggiungere la decisione della Corte Costituzionale di respingere il ricorso contro l’esclusione di Autostrade per l’Italia dalla ricostruzione del ponte (con la conseguente caduta in Borsa delle azioni Atlantia), del cui crollo Autostrade per l’Italia qualche responsabilità potrebbe avere, ma ancora non si sa bene: tocca ai magistrati verificare, non certo a noi emanare sentenze.

Poche certezze

Le certezze per ora sono scarse. La prima è che Atlantia (o, se preferite, Autostrade per l’Italia – Aspi) gode di una concessione che definire generosa è dire poco (ma di chi è la colpa?), concessione che almeno fino all’anno scorso ha garantito dividendi assai importanti (quest’anno però il coronavirus non ha risparmiato proprio niente, neppure i pedaggi autostradali).

La seconda certezza è che la revoca non è questione semplice, per tanti aspetti, economici e giuridici (a partire dal fatto, ad esempio, che non è mai stata mossa alcuna contestazione formale per gravi inadempienze come richiesto invece in prima battuta dalla convenzione). Il governo gialloverde la reclamò subito, ma la commissione di giuristi nominata dall’allora ministro Toninelli concluse che il costo dell’operazione sarebbe stato eccessivo, nel rispetto peraltro di una clausola contrattuale, in base alla quale sì, si poteva cancellare tutto, ma ad Autostrade si sarebbe dovuto riconoscere un rimborso pari all’ammontare dei profitti che avrebbe accumulato fino alla conclusione della concessione, gestendo non solo il cavalcavia genovese, ovviamente, ma addirittura tremila chilometri d’asfalto lungo tutta la penisola. Si fece il conto: un miliardo all’anno di utili per ventitré anni (la scadenza è fissata per il 2042), 23 miliardi… Ventitrè miliardi che si sarebbero ridotti almeno della metà, sulla base di un articolo del “mille proroghe” di fine 2019, che aveva “rivisto” alcune voci dell’accordo. Comunque tanti.

La terza certezza è che la ministra De Micheli non avrebbe potuto inventarsi nulla di diverso, perché se il passaggio di consegne al gestore è già regolamentato, qualunque alternativa andrebbe individuata, valutata, discussa, approvata, insomma costruita partendo da zero, con il rischio scontato che sistemato anche l’ultimo centimetro non si saprebbe a chi affidarlo. Sarà impopolare la scelta della responsabile delle Infrastrutture, ma era l’unico modo per ricominciare.

C’era una volta lo Stato

Probabilmente si ricomincerà dunque secondo i tempi previsti. Un successone. Che in due anni si siano sgomberate le macerie, alzato piloni, stese solette, rappresenta una bella impresa. Che in due anni non si sia trovata una soluzione alla gestione, ovvero non si sia deciso come regolare i conti con Autostrade, è un po’ uno scandalo e al tempo stesso un perfetto ritratto della nostra politica: ciascuno tira acqua al proprio mulino, sciorinando le più belle impennate demagogiche, incurante del bene comune e anche di ogni ragionevole considerazione, circa la natura di questo Stato e di questo mercato. Nell’epopea del nuovo liberismo quanti hanno invocato l’efficienza dei privati, che poi efficienti non si sono dimostrati affatto? Anzi, si sono rivelati pericolosi. Ci sono i colpevoli e la magistratura accerterà, anche tra quanti nei ministeri competenti avrebbero avuto il compito di vigilare, controllando non solo i manufatti, ma anche il rispetto dei patti, la congruità degli investimenti, la liceità dei dividendi.

Chi strepita dall’inizio, dovrebbe ricordare che Atlantia rappresenta uno dei più importanti gruppi italiani. Non è semplice pensare di seppellirlo sotto le macerie del ponte e non sarebbe facile rimpiazzarlo. Non sarebbe semplice replicare alle proteste di sessanta o settantamila risparmiatori. Altro che i fallimenti bancari. Soprattutto chi strepita, prima di strepitare, dovrebbe ripensare un sistema evidentemente inadeguato, a cominciare dalle formule di fissazione delle tariffe e dai meccanismi degli investimenti, per finire con il ruolo della vigilanza.

Una volta c’era lo Stato e ci sarebbe più di un motivo per rimpiangerlo (come sta avvenendo da tempo in Gran Bretagna, paese campione delle privatizzazioni: ultimi colpi le nazionalizzazioni della Northern Rail e della East Coast Rail). Si vorrebbe almeno una politica solidale, mentre la nostra politica si presenta divisa al governo, stridula e incontinente all’opposizione.