India? No, il NYt svela la Puglia delle lavoratrici sfruttate

È raro che il New York Times dedichi un reportage all’Italia, a meno che non si parli di “smarter living”, ricette del giorno e meravigliosi borghi e angoli di mare. Ed è proprio a uno dei brand di maggior successo globale, quello del made in Italy, che due giornaliste del mondo della moda, Elizabeth Paton e Mirella Lazazzera, dedicano il reportage pubblicato il 21 settembre. Il contenuto, però, non ha nulla di frivolo sin dal titolo: “Dentro l’Italia dell’economia in nero”. “Migliaia di lavoratrici sottopagate creano i capi del lusso”. La scena che descrivono è di quelle che immagini in Bangladesh, in India, Vietnam e Cina: “In un appartamento al secondo piano a Santeremo in Colle, in provincia di Bari, una donna di mezz’età è china sul suo tavolo da cucina, imbastisce con attenzione un sofisticato cappotto di lana, di quelli che, quando arriveranno nelle vetrine per la collezione autunno inverno, saranno messi in vendita per 800-2000 euro. La donna, che non vuole essere citata per timore di perdere il lavoro, invece riceve “dalla fabrica che la impiega un euro per ogni metro di stoffa”. “Mi ci vuole circa un’ora per cucire un metro di stoffa, dalle 4 alle 5 ore per un cappotto intero, cerco di completarne 2 al giorno”, racconta la donna che non ha né contratto né assicurazione ed è pagata cash al mese. “Il suo è lavoro esternalizzato da una fabbrica locale che riceve commesse dai marchi più celebri, da Max Mara a Louis Vuitton”. Il suo guadagno più grande, ricorda, “è stato di 24 euro per un solo cappotto”. “La crescente pressione della globalizzazione e della competizione a tutti i livelli – riflettono le autrici – mette sotto minaccia la promessa implicita nel mercato del lusso, ovvero che una parte del valore di questo tipo di beni sta nell’essere prodotte nelle migliori condizioni, da lavoratori specializzati e ben pagati”. In Italia, aggiungono, “non c’è salario minimo ma una paga di 5-7 euro l’ora è considerata appropriata e, in casi rari, per lavori altamente specializzati, si arriva a 8-10 euro”. Ma questi lavoratori casalinghi ricevono molto meno, che lavorino nella pelle, nelle guarnizioni o ad altri compiti artigianali.

lavoratrice tessile

A Ginosa, un’altra località pugliese, “Maria Colamita, 53 anni, racconta che fino a 10 anni fa, quando aveva i bambini piccoli, cuciva sugli abiti da sposa perle, paillettes e ricami per una paga fra 1 euro e 50 centesimi  e i 2 euro”. Per ogni abito lavorava fra le 10 e le 50 ore. “Adesso che i figli sono cresciuti fa le pulizie per 7 euro l’ora”. Sono poche le donne che parlano, temendo di perdere un lavoro con una paga molto magra e completamente privo di protezione ma che dà loro l’opportunità di occuparsi della famiglia. Una delle poche che racconta, sia pure nell’anonimato, lavora in fabbrica a 5 euro/ora ma integra con altre tre ore da casa, 50 euro a pezzo per capi di alta qualità.

L’inchiesta del New York Times ha raccolto “prove relative a circa 60 donne nella sola Puglia che lavorano nella manifattura degli abiti senza contratto”, in un settore che nel 2017 ha prodotto il 5 per cento del PIL e si stima impieghi mezzo milione di persone direttamente o nell’indotto. Tania  Toffanin, autrice di “Fabbriche invisibili”, stima “fra i 2000 e i 4000 lavoratori nella produzione degli abiti”. “Più in fondo si scende nella catena produttiva – dice Deborah Lucchetti di Abiti puliti, il braccio italiano della Clean Clothes Campaign – più grandi sono gli abusi”. La struttura frammentata globale del settore, aggiunge Lucchetti, “è la ragione chiave che spiega il lavoro nero anche in un paese del primo mondo come l’Italia”.“Le fabbriche pugliesi – concludono le autrici dell’articolo – dichairano di aderire agli accordi sindacali e aggiungono che i marchi del lusso fanno controlli sulle condizioni di lavoro e gli standard di qualità”. LVMH (Louis Vuitton) non ha ritenuto di rilasciare commenti. Max Mara considera “il comportamento etico nelle forniture un valore” e “si dichiara all’oscuro ma annuncia un’indagine”. Il problema, sostiene Deborah Lucchetti, “sta nella scelta di avere esternalizzato il grosso della produzione”.